A voler essere intellettualmente onesti occorre riconoscere che non ci sono praticamente margini concreti per ridurre la pressione fiscale. E’ già un miracolo che il Governo sia riuscito a “navigare” nei mesi in cui la crisi era più acuta senza introdurre nuove tasse. Sul versante della spesa pubblica non sembrano possibili contenimenti più severi di quelli già attuati fin dalla manovra estiva del 2008, anche perché saranno ancora necessari interventi di carattere assistenziale a favore delle persone e delle famiglie in condizioni di più grave disagio nonché misure a sostegno del reddito per i lavoratori che perderanno il posto (la copertura della cassa integrazione in deroga, ad esempio, è prevista fino alla fine del 2010). Gli andamenti di finanza pubblica, inoltre, dovranno necessariamente tener conto del riposizionamento virtuoso dei saldi di bilancio all’interno del vincolo del 3 per cento e del rientro del debito pubblico. Certo, a determinare il perimetro di tale scenario svolgerà un ruolo decisivo la ripresa economica, nella sua intensità, stabilità, qualità e durata.
Le ultime considerazioni dell’Ocse sono abbastanza lusinghiere per il nostro Paese, ma le aspettative del futuro prossimo rimangono incerte e precarie. Eppure, anche negli ultimi giorni vi sono state pressioni per interventi di natura fiscale. Ne ha parlato la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, mentre l’opposizione insiste per una detassazione delle retribuzioni e delle pensioni, a partire dalle prossime “tredicesime”. Nella Finanziaria per il 2010 è inclusa una norma programmatica che prevede la destinazione di ogni possibile risparmio a misure a favore dei lavoratori e delle famiglie.
L’argomento-fisco, allora, non è completamente escluso dall’agenda politica. Ma i limiti esistono, sono evidenti ed impongono delle scelte, perché non vi saranno risorse sufficienti ad affrontare tutte le esigenze e a soddisfare tutte le rivendicazioni. Anche perché le disponibilità effettive saranno soltanto quelle che verranno dal successo del “famigerato” scudo fiscale. Quanto maggiori saranno i capitali rientrati, tanto più importanti saranno le risorse di carattere fiscale da utilizzare anche per misure di alleggerimento del carico dei tributi. Con quali finalità e in quale direzione?
A mio avviso i provvedimenti prioritari devono essere rivolti – in modo combinato - al mondo dell’impresa e del lavoro, perché solo così sarà possibile accompagnare e stimolare la ripresa. In primo luogo, va rivista l’Irap, nella base imponibile (negli aspetti che includono il costo del lavoro) prima ancora che nella misura dell’aliquota; poi, deve essere rifinanziata e migliorata la detassazione delle erogazioni a livello aziendale connesse al miglioramento della qualità della prestazione e all’incremento della produttività. Ovviamente misure siffatte comportano anche delle controindicazioni: l’Irap è un’imposta che consente alla finanza regionale di far fronte, in larga parte, agli oneri della sanità (il finanziamento di questo settore critico è il principale motivo del conflitto aperto tra Stato e Regioni); le misure di detassazione del salario aziendale sono inevitabilmente limitate ai dipendenti delle imprese in grado di afferrare la ripresa e richiedono di impiegare le poche risorse disponibili nella contrattazione decentrata piuttosto che in quella nazionale. Tutto ciò in una fase in cui è aperto il rinnovo dei contratti di categoria. Sarà poi forte la tentazione – da evitare con la necessaria fermezza – di destinare le risorse derivanti dallo scudo fiscale al rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Come si vede da queste sommarie considerazioni il puzzle fiscale non è di facile composizione.


Giu le tasse ? I vincoli ci sono