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Provocazioni

Sostenere che l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro non ha più senso

3 Giugno 2008

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità popolare appartiene al popolo…”. Così recita l’arcinoto articolo primo della Costituzione italiana e non bisogna essere dei costituzionalisti per coglierne la tensione ideale. Un articolo, quello che apre la nostra Costituzione, ricco di pathos costituente. Un pathos che, se fa onore ai nostri Padri, non deve esimerci dalla riflessione rigorosa ed aliena dalla deriva ideologica. Dobbiamo definitivamente ammettere che, al di là delle buone intenzioni, le istituzioni sono in gran parte l’esito inintenzionale delle azioni umane volontarie: “non tutte le ciambelle escono con il buco” (direbbe mia nonna). Dunque, “di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno” e a leggere e rileggere questo articolo ci si accorge che la nostra Repubblica, a differenza della stragrande maggioranza delle Repubbliche del mondo, non sarebbe fondata su un principio, un riferimento morale che rappresenti una sorta di “linea del Piave” oltrepassata la quale gli italiani si sentirebbero in dovere di mobilitarsi per difendere la propria storia, la propria identità, il proprio futuro.

La Repubblica italiana non è fondata sulla libertà, come ad esempio la Costituzione americana, o sulla fratellanza, l’uguaglianza, la giustizia, il perseguimento della felicità; no, è fondata sul lavoro. Ora, tutto può essere il lavoro, tranne che un principio. Esso è una condizione dell’esistenza umana, una possibilità, per alcuni come il sottoscritto una benedizione, per tanti altri che lavorano in miniera forse è una maledizione. Sotto il profilo cristiano il lavoro è “una” delle tante dimensioni della vita che sono date all’uomo per realizzare l’umano che è in lui (i giorni lavorativi sono funzionali alla celebrazione del “Sabbat”, giorno in cui si “cessa di lavorare”); ma non è la sola.

Una logica da quattro soldi ci porterebbe a dire che chi non vive quella dimensione non sarebbe parte della res publica, o che non farebbero parte della civitas quegli ampi settori sociali che per ragioni politiche, economiche e culturali sono ai margini del mercato del lavoro. Volendo essere precisi, l’articolo 1 della Costituzione ci dice che viviamo in una Repubblica democratica fondata sull’eventualità che domanda ed offerta di lavoro si incontrino! Inoltre, se il lavoro fosse un diritto fondativo della Repubblica, esso andrebbe massimamente garantito e andrebbero massimamente sanzionati coloro che lo disattendono. Dunque, chi dovrebbe garantire questo diritto e sanzionare i fuorilegge se non il Sovrano? E a chi appartiene la sovranità in Italia? Al popolo! Almeno così recita il secondo comma di questo articolo. Ma il popolo di per sé è un’entità astratta, a meno che non lo si voglia reificare in chissà quale grande Moloch, nel Leviatano di Hobbes, ovvero in qualche partito politico – a vocazione maggioritaria –, specialmente oggi che il partito di governo, quello del “Popolo”, non è più condizionato da “spine nel fianco” democratiche imposte dalle coalizioni. È questo il seme statalista della Costituzione italiana, un seme d’illegalità e di illiberalità denunciato da Luigi Sturzo durante gli anni ’50, in aperta polemica con Fanfani, Mattei e la sinistra DC.

È proprio il numero eccessivo di dichiarazioni a carattere programmatico a costituire uno degli aspetti più problematici della nostra Costituzione. Scrive Pietro Virga: “non si comprende per quale ragione il costituente, in base ad una sua propria concezione politica … debba impegnare… l’opera dei futuri governi e dei futuri parlamenti”. Il noto giurista avverte che in una simile struttura riecheggia la concezione della “Dichiarazione del popolo lavoratore e sfruttato” (votata dal V Cons. Naz. Dei Soviet il 10 luglio 1918) e del Titolo I della Cost. russa del 11 maggio 1925, secondo cui i diritti di libertà proclamati dagli Stati borghesi sono vere e proprie chimere, mentre l’autentica libertà sarebbe garantita soltanto attraverso l’intervento dello Stato. Paradossalmente, tutte le dichiarazioni programmatiche della Cost. russa vennero abrogate nel 1936 per intervento diretto di Stalin.

A sessant’anni dalla nascita della Costituzione italiana, crediamo che il problema della nostra Carta fondamentale risieda nell’interpretazione di concetti chiave quali “stato”, “mercato”, “impresa”, “concorrenza”. L’attuale formulazione dell’articolo 1 della Costituzione, fortemente voluta da Fanfani, è figlia del loro fraintendimento, così come li aveva rappresentati nell’opera giovanile Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo (1934).

Un metodo più corretto, coerente con la rivoluzione liberale dell’età moderna, consisterebbe nello svolgere un’analisi del sistema economico: il capitalismo, facendo riferimento ad un sistema politico: la democrazia, e prendendo in considerazione il vincolo che lega tale sistema economico e politico ad una cultura: il pluralismo. L’astrazione con la quale l’allora giovane Fanfani analizzava lo spirito del capitalismo purtroppo ha fatto scuola, divenendo patrimonio comune del cosiddetto “dossettismo” e più in generale di un certo cattolicesimo di sinistra. A questo punto mi chiedo perché mai dovremmo considerare la Costituzione italiana una sorta di sacramento intangibile in onore del quale celebrare “indecifrabili” liturgie laiche. Le costituzioni sono realtà contingenti scritte da uomini per altri uomini e si differenziano dalla Legge divina (costans et perpetua) in quanto variabili e contingenti. Tutti sanno che la nostra è una Costituzione nata in un determinato momento storico, come risultato di un compromesso tra la tradizione cattolica, liberale e comunista. Caduto il comunismo, è forse un reato pensare di modificare quella parte della Costituzione dove traspare chiaramente un’ideologia drammaticamente e orrendamente fallita ovunque?

Commenti
tacitus
03/06/08 15:21
Non sono certo il primo a
Non sono certo il primo a rimarcare che la nostra Costituzione è pesantemente intrisa di ideologia bolscevica.L'uso del termine "popolo",dopo il riferimento al valore fondante del lavoro, è sintomatico:perchè non usare il termine "Cittadini"? Cosideriamo poi i Costituenti:quasi la metà di essi, appartenevano a partiti di dichiarata ispirazione marxista e fecero pesare la loro forza numerica. Penso quindi che sia assurdo pretendere che un testo concepito in un momento storico particolare pretenda di condizionare le generazioni future in saecula saeculorum.
Nicola
03/06/08 16:17
Sarebbe ora di cambiare
Sarebbe ora di intervenire sull’art. 1 della Costituzione ed introdurre dei principi più profondi; affermare "l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" non sembra proprio un principio carico di ideali (con tutto il rispetto per i termini "repubblica democratica" e "lavoro"). Nel Preambolo della Costituzione degli Stati Uniti d'America (poche righe) si legge: "garantire la giustizia", "assicurare la tranquillità all'interno", "difesa comune", "benessere generale" e, principio fondamentale di ogni autentica democrazia, "salvaguardare per noi e per i nostri posteri il bene della libertà". La Dichiarazione dei diritti del 1789 si apre (art. 1) affermando "Gli uomini nascono e rimangono liberi..."; all'art. 2 della stessa, inoltre, si parla dei diritti naturali ed imprescrittibili quali la libertà, la proprietà, la sicurezza, la resistenza all'oppressione. Sarebbe auspicabile che l'art. 1 della nostra Costituzione possa essere modificato alla luce dei magnifici esempi appena citati e la nostra Costituzione possa, così, caricarsi di una "tensione morale" che oggi, purtroppo, non è affatto presente nell'art. 1.
02/09/09 15:49
il lavoro non è un principio?
Certe volte penso che alcune persone vengano da Marte! Sebbene il "lavoro" in se stesso non può essere definito un principio è proprio analizzando la nostra cultura occidentale che tale termine assume un valore ben maggiore rispetto ad un astratto concetto quale quello di "libertà". Lavorare significa percepire uno stipendio che ci consente di godere dell'unica libertà che è in grado di offrire la nostra assurda società del denaro! Chi non comprende un concetto così banale, a mio avviso, deve avere la pancia troppo piena ed essere sicuro che la vita gli riservi sempre un futuro denso della libertà che gli viene offertà dal semplice fatto di lavorare. Il Bolscevismo a mio avviso è un concetto che non c'entra proprio un bel niente con la nostra Costituzione. Sarebbe il caso che, piuttosto che banalizzare confondendo libertà con liberismo, si cerchi di far si che la Costituzione venga applicata prima di pensare di cambiarne i fondamentali. In poche parole: imbracciate una vanga e datevi da fare forse guadagnereste un po di dignità anche voi piuttosto che fare affermazioni simili!
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