Pubblichiamo qui di seguito la relazione illustrativa al ddl di riforma della legge elettorale per le elezioni europee presentato da Peppino Calderisi e altri deputati del Pdl alla Camera.
La riforma della legge per l’elezione del Parlamento europeo nasce dall’esigenza di superare alcune gravi anomalie della normativa vigente, in primo luogo quella del meccanismo elettorale che consente la frammentazione esasperata della rappresentanza. Una frammentazione che non solo incide negativamente sull’efficacia della presenza dei nostri parlamentari nell’Assemblea di Strasburgo, ma ha effetti indiretti fortissimi sul nostro sistema politico, incentivando divisioni e conflittualità artificiose. Di queste implicazioni sulla questione forte, controversa e complessa del ‘riassetto’ del sistema politico italiano siamo tutti consapevoli.
E’ vero che nelle elezioni per il Parlamento europeo non si pone il problema di garantire la governabilità e la formazione di una maggioranza che sostenga il Governo - ragione per la quale una decisione dell’Unione europea prevede l’adozione di un sistema proporzionale da parte degli Stati membri - ma questo non significa affatto che il principio di rappresentatività proporzionale debba essere portato fino alle sue estreme conseguenze favorendo la frammentazione. Per questa ragione, la stessa decisione dell’Unione europea consente ai Paesi membri di prevedere soglie di sbarramento esplicite fino al 5 per cento.
Le contingenze politiche italiane consigliano di agire in questa direzione. Nel nostro paese, infatti, le ultime elezioni politiche sono state caratterizzate da una storica riduzione del numero dei partiti che hanno avuto accesso al Parlamento, segnando un’inversione di tendenza che ha privilegiato la nascita, su fronti contrapposti, di due grandi forze nazionali determinate dalla confluenza su basi programmatiche di diverse correnti di pensiero.
Rispetto alla logica delle contrapposizioni identitarie che hanno afflitto le legislature seguite alla ‘legge Mattarella’ si tratta di una semplificazione che è stata percepita come un autentica ‘liberazione’ da parte dell’opinione pubblica.
Si tratta di un fenomeno che segna la fuoriuscita dall’età delle ideologie forti e denota una modernizzazione in senso europeo del nostro sistema politico. Nel limite del possibile, è importante che questa tendenza non sia contraddetta dalle prossime elezioni europee. Quantomeno è auspicabile che non vi sia più un sistema elettorale che agevoli il tentativo di chiudere in una parentesi quanto è accaduto il 13 e 14 aprile 2008.
Per questo è opportuno e necessario che la ‘deframmentazione’ dei sistema politico si estenda alla nostra rappresentanza in Europa: per contare lì come nazione e per disinnescare qui il ritorno a pratiche antiche e superate, coltivate all’ombra della rappresentanza dello 0,7 per cento dei voti validi e dello 0,4 per cento degli aventi diritto al voto (le percentuali dell’ultimo seggio residuale assegnato ad una lista nelle elezioni europee 2004).
Non credo che vi possano essere dissensi in proposito. Discuteremo della misura della semplificazione, discuteremo della territorialità e della composizione della rappresentanza, di molti altri aspetti di questa legge - circoscrizioni, liste bloccate o voto di preferenza, rappresentanza femminile, metodo di assegnazione dei seggi, candidatura unica o plurima e, se verrà proposto altro, di tutto quello che verrà messo in campo - ma nessuno può immaginare che dalle prossime elezioni del Parlamento europeo esca una rappresentanza che smentisca e contraddica il risultato ‘sistemico’ delle elezioni politiche 2008.
La determinazione di una soglia di sbarramento è dunque un punto qualificante e determinante delle modifiche da apportare alla legge per l’elezione del Parlamento europeo. Ho ricordato le due proposte: 5%, nella proposta Bocchino, 3%, nella proposta Soro e, con i chiarimenti che ho chiesto al presentatore, la proposta Gozi (va ricordato che le proposte sul tappeto sono in tutto sei: vi sono infatti anche quelle di Zeller, Cicu e Palomba) . Ho anche accennato ai ‘numeri’ che quelle due proposte considerano in relazione ai circa 32 milioni di voti validi espressi nella scorsa votazione. La questione non si pone, ovviamente, in rapporto ai numeri di cui si possono accreditare le forze politiche in concorso, in particolare quelle che non sono presenti in questo Parlamento, per poter patteggiare inclusioni o aggregazioni possibili. Ho ricordato sin dall’inizio che una norma antiframmentazione è assolutamente necessaria, specie in un sistema di elezione che non contempla aggregazioni e coalizioni. La misura deve essere tale da non contraddire e, se possibile, consolidare il risultato ‘sistemico’ delle elezioni del 2008. Del resto non deve essere un caso se la gran parte delle altre nazioni applicano la misura massima di soglia esplicita consentita dalla direttiva del Consiglio europeo: il 5%. Così Germania, Francia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Lettonia, Lituania, Slovacchia. Applicano una soglia del 4% Austria e Svezia, del 3% è in Grecia e dell’1,8% a Cipro. Per altro nei paesi che eleggono un numero ridotto di parlamentari europei, agisce (anche) una soglia implicita ancora più consistente.
La scelta di una soglia di sbarramento più o meno significativa, ma comunque entro i limiti previsti dalla decisione europea, è pertanto una scelta di opportunità politica, certamente non è una scelta che mette in causa la democrazia. E’ singolare che affermazioni in questa direzione giungano proprio da alcuni sostenitori del ‘sistema tedesco’ che ha proprio uno sbarramento del 5 per cento sia per la legge elettorale nazionale sia per quella europea, oltre a non prevedere alcun voto di preferenza.
La questione del voto di preferenza.
La legge vigente è larga in proposito: consente di esprimere sino a tre preferenze, considerando che le attuali cinque circoscrizioni eleggevano - sino al 2004 - da nove (Italia insulare) a venti (Italia Nord-occidentale) deputati europei.
Negli altri stati dell’Unione l’articolazione è ampia. Uno studio curato dal Parlamento Europeo, Direzione generale delle politiche interne dell’Unione, ricorda che: il voto di preferenza è escluso in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Scozia e Galles, Olanda, Grecia, Ungheria, Lettonia (vale a dire in tutti i più grandi paesi);
La questione del voto di preferenza non può certo essere affrontata in chiave ideologica, ma va valutata laicamente, e quindi senza tralasciare la memoria, il vissuto e l’esperienza della vicenda.
Negli ultimi tempi, in particolare a proposito delle elezioni politiche nazionali, si è da più parti ritenuto che il ripristino del voto di preferenza possa rappresentare l’attribuzione di una maggiore facoltà di scelta da parte degli elettori. Solo ad un’analisi superficiale si può pensare che questa affermazione corrisponda al vero. Nelle democrazie moderne, caratterizzate da fenomeni di interconnessione politico-economica sempre più ampi, il meccanismo delle preferenze sfugge infatti ad un utilizzo individuale basato prevalentemente sul convincimento e sull’individuazione della qualità, per divenire lo strumento di lobbies per lo più trasversali e non sempre di natura legale.
Il voto di preferenza, inoltre, provoca inevitabilmente un ampliamento dei costi delle campagne elettorali e, più in generale, di tutta la politica.
Tenuto conto delle risorse finanziarie che la campagna con il voto di preferenza richiede, si può forse applicare la famosa frase di Gaetano Mosca, riferita alla figura del candidato come imprenditore politico: “Non sono gli elettori che eleggono i deputati, ma sono i deputati che si fanno eleggere dagli elettori”.
Sappiamo bene che il voto di preferenza determina per lo più la necessità di coltivare rapporti clientelari e di ‘rientrare’ dalle spese eventualmente sostenute per conseguire l’elezione.
Si parla molto di ridurre i costi della politica, ma sembra difficile che questo obiettivo possa essere perseguito con la conferma o l’estensione del voto di preferenza.
All’inizio degli anni ’90, le iniziative referendarie che produssero la modifica del sistema politico-elettorale presero le mosse proprio dalla battaglia contro il sistema delle preferenze, condotta attraverso una lunga campagna ‘moralizzatrice’ che spesso non esitò ad operare una meccanica ed insensata corrispondenza tra voto di preferenza e corruzione. Da quella esagerazione, sembra si sia oggi passati ad un’esagerazione di tipo opposto che invoca il ritorno al voto di preferenza contro lo ‘strapotere’ dei partiti, dimenticando del tutto ciò che il sistema delle preferenze effettivamente e concretamente ha significato e comportato.
Se non abbiamo perso del tutto la memoria e vogliamo trarre ammaestramento dalla nostra storia, dobbiamo ricordare che il voto di preferenza è stato lo strumento di quella che allora veniva chiamata la ‘degenerazione correntizia’ dei partiti, il motore dell’esplosione delle spese della campagna elettorale per la ‘raccolta del consenso’, anche l’occasione di molta corruzione e del controllo del voto attraverso le preferenze multiple e di molto altro ancora. Ricordo, soltanto per la scientificità con cui fu condotta quella ricerca - l’indagine conoscitiva della Commissione per le questioni regionali sotto la presidenza dell’allora onorevole Barbera - si era intorno al 1988 - sulla base di uno studio commissionato al professor Marcello Fedele sull’uso del voto di preferenza nelle elezioni regionali. Indagine da cui risultò chiaramente la stretta connessine tra il numero delle preferenze espresse in favore di gruppi di candidati, il candidato di riferimento di quel gruppo (il ‘Capocorrente’ si diceva allora) e la successione delle crisi di governo nelle regioni, con lo spostamento periodico e ‘ritmato’ dei protagonisti tra assessorati ed altri incarichi.
E se non abbiamo perso del tutto la memoria - in questo caso sarebbe più grave perché i fatti sono più recenti - dobbiamo ricordare la legge elettorale regionale della Regione Toscana che non ha alcuna preferenza, legge voluta dal centrosinistra anche a seguito di vicende giudiziarie che misero messo ancora una volta in evidenza la lievitazione delle spese elettorali e le connesse degenerazioni prodotte dal voto di preferenza.
Dovremmo porci anche un altro problema: se il ruolo che i deputati europei sono chiamati a svolgere nel Parlamento europeo sia compatibile con le esigenze di presenza e il tipo di rapporto con il territorio che la ‘raccolta del consenso’ attraverso il voto di preferenza inevitabilmente comporta, e se questo non indebolisca la rappresentanza nazionale a Strasburgo.
Come tutti sappiamo bene, la decisione sul voto di preferenza incide fortemente sulla scelta della ‘forma-partito’; se vogliamo cioè il partito unitario che si raccoglie intorno ad un ‘leader’ che ne costituisce la sintesi e l’immagine unitaria, o se vogliamo il partito dei notabili e delle correnti organizzate che mina l’unità di indirizzo del partito politico.
Inevitabilmente, le preferenze finiscono per indebolire i partiti, ben lontani ormai da quelle “macchine” politiche di massa fondate sull’integrazione sociale che hanno segnato il XX secolo. Oggi che i partiti non sono troppo forti bensì troppo deboli, ma sono comunque necessari al funzionamento del sistema politico, garantirne la funzione vuol dire consentire loro di selezionare la classe dirigente attraverso processi che assicurino la trasparenza dei meccanismi decisionali, e che pongano gli elettori nelle condizione di premiare o sanzionare le loro scelte.
Dovremo essere saggi e attenti. Abbiamo avviato una strada. La moltiplicazione del numero delle circoscrizioni e il forte ridimensionamento della loro ampiezza, accorcia la lunghezza delle liste ed offre all’elettore una scelta visibile, comprensibile e controllabile. Visibile, perché egli può rendersi più facilmente conto delle candidature, delle poche candidature che gli sono proposte. Non resta disperso e frastornato da 30, 40 o addirittura 44 nomi, come per la elezione della Camera dei deputati, ma tra 5, 6 nomi o, al massimo, 11. Può comprendere il senso di quelle candidature perché trova sicuramente più facile conoscere specificamente quei pochi candidati, perché - se quelli non sono usciti da qualche strana combinazione di astri - fanno parte della vita politica, economica, sociale di quella circoscrizione. Dicevo infine che può controllarli, nel senso che in una circoscrizione in cui il partito elegge non più di due o tre deputati europei, questi possono essere seguiti e valutati nel corso dei cinque anni.
Pertanto, nel caso in cui si scelga la soppressione del voto di preferenza, vi sono le condizioni per l’attivazione di meccanismi di controllo da parte degli elettori, di cui non può essere sottovalutata la portata innovativa.
Rimangono le altre opzioni, in particolare quella della preferenza unica, ma prendo atto che tutte le proposte hanno optato per le ‘liste corte’. Dunque, liste corte, visto che al collegio uninominale non si può tornare o, comunque, non vi sono le condizioni per tornarvi, né qui - per via del vincolo proporzionale – né nelle elezioni politiche, per via del consolidamento di un sistema che lo ha escluso.
La strada maestra la conosciamo tutti: intervenire sui partiti perché si giunga - inizialmente anche attraverso un’autoregolamentazione - a procedure trasparenti e pubbliche per la selezione delle candidature. Una disciplina pubblica in questo senso è particolarmente complessa e difficile da introdurre, come dimostrano i tentativi finora posti in essere dai partiti. Ed è fuori, evidentemente, dalla portata di questa mia relazione. Ma qualora fossero presentate proposte emendative che in modo ragionevole e con il consenso indispensabile volessero compiere qualche passo, anche piccolo, in questa direzione, come relatore sarei certamente disponibile a prenderle in considerazione.


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