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Peter Handke, per chi trova scorretto politicamente ridere degli uomini

3 Gennaio 2010

Sugli scaffali di casa ci sono libri di ogni genere, quelli di lavoro, quelli dimenticati, di cui si accorge soltanto durante gli sgomberi, quelli invece di cui sappiamo la posizione precisa, di cui ogni tanto abbiamo bisogno di rileggere una pagina o soltanto una frase. Si scorda facilmente la trama di un romanzo come di un film, il contenuto di una canzone, ma ci sono frasi, scene o motivi, che non si dimenticano.

Riemergono senza alcun sforzo per ricordarle: non sono legate a circostanze particolari, ma a percezioni, sensazioni, stati d’animo. Esistono secondi di “infelicità senza desideri”, magari sulla spiaggia, col mare di fronte e tanti corpi immobili ad arrostirsi sotto il sole. Oppure nel treno affollato della metropolitana, di fronte a un gruppo di immigrati sudamericani, volti di indios muti, stanchi, con  sacchi di plastica usati come valige, quando si immaginano le foreste e le praterie dove correvano e cacciavano un tempo. Allora appunto viene in mente “il peso del mondo”, un titolo di Peter Handke. Quando si è sopraffatti dai media, come è accaduto negli ultimi mesi, quando non era possibile aprire un giornale o un sito web senza le immagini delle Noemi, delle D’Addario o di infiniti trans,  Il peso del mondo di Handke è un libro con cui è possibile per un attimo sorridere della cretinata della settimana. 

La forza di Handke non è un’ideologia, sta tutta nelle parole, nel modo in cui le usa, nel movimento di pensieri e parole dei suoi racconti. Il Peso del mondo è un diario, una serie di appunti, dove si parla di tutto, utile quando non si sanno trovare parole per dire cose per cui basterebbe uno sguardo. Una strana maionese mediatica è diventata senso comune, con l’etica come passepartout: tutti spalmano di tutto – perfino un corso di lezioni universitarie per un intero semestre –  mai la marmellata su una fetta di pane, oppure si arrabbiano perché qualcuno o qualcosa  si allarga, e non si riferiscono mai al giro di vita di una persona o a un fiume in piena.

I soliti guru parlano  del corpo delle donne deturpato dal botux e non ce n’è uno che racconti cosa prova a perdere i capelli, come Handke in Breve lettera del lungo addio. Noi che Alberto Moravia ce lo siamo meritato, parliamo di priapismo come di schiuma per doccia, noi che dopo Svevo, italiano di Trieste, non abbiamo uno scrittore capace di descrivere la frustrazione maschile, possiamo soltanto rileggere Handke. I nostri scrittori, per raccontare il disagio maschile, partono in quarta con filippiche contro la modernità o il postmoderno, finendo per protestare anche contro la carta igienica. Oppure, cominciano a invitare amiche e conoscenti  ad andare a messa la domenica. Handke non ha quasi mai firmato appelli politici. L’unica protesta l’ ha condotta solitario per la guerra contro la Serbia del 1999. Ha raccontato la sua storia di austriaco nato in Carinzia con madre slovena, vissuto in Germania, negli Stati Uniti, ora eremita vicino a Parigi. Né di destra, né di sinistra, difficilmente incasellabile, lettore di Wittgenstein, Handke con madre slovena amatissima, ha difeso l’ex Jugolavia, dove all’improvviso si è deciso di creare uno stato musulmano. È stato isolato dalle stesse grandi firme che poco dopo avrebbero visto terroristi islamici dilagare in Europa. Ha difeso una causa persa, ma è fatto così, è di quelli, come Rhett Butler, a cui piacciono le cause perse, soprattutto quando sono definitivamente perse. Arrabbiarsi e poi ricominciare a fare lo scemo, anche questo è Peter  Handke.

 

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