Non appartengo alla grande famiglia di F.I e del PDL e, per giunta, non sono un esperto di diritto costituzionale. Non mi sento, perciò, di commentare la strategia di Silvio Berlusconi che ha deciso, intervenendo in Germania al Congresso del PPE, di alzare il livello dello scontro con i vertici delle istituzioni e, ancora una volta, con l’organo giudiziario. Sono rimasto, però, colpito dal vasto coro di dissensi che hanno suscitato le sue parole dure. Capisco le ragioni di quanti hanno deprecato lo stile aggressivo del premier e dubitato dell’opportunità di una esternazione rimbalzata su tutti i media – nazionali e non –. Comprendo assai meno il rifiuto a ‘entrare nel merito’. Insomma è vero o no che gli ultimi tre presidenti sono stati di sinistra e che l’informata dei giudici costituzionali ne ha fortemente risentito? La composizione della Corte e le norme che ne regolano l’accesso sono ‘al di sopra di ogni sospetto’ per quanto riguarda la sua imparzialità? E’ possibile un discorso pacato sull’argomento o a disporre dell’agenda politica e a stabilire quanto va portato all’attenzione del pubblico sono Travaglio, Santoro, Rodotà, Zagrebelsky e quant’altri?
Un acuto giurista, che non appartenendo alla venerata società dei costituzionalisti italiani incontra non poche difficoltà nella sua carriera universitaria, mi ha posto la domanda: perché la quota dei giudici costituzionali nominati dal Parlamento esige una maggioranza qualificata di due terzi mentre il garante supremo delle istituzioni repubblicane può essere eletto – dopo la terza votazione – anche a maggioranza assoluta del 50+1? Già, perché? Forse la materia è da rivedere, specie in anni come i nostri nei quali la reciproca delegittimazione degli schieramenti politici getta un’ombra di sospetto su qualsiasi decisione venga dal Quirinale- v. gli insulti di Di Pietro e i recenti attacchi del Cavaliere. E’ un fatto che Giorgio Napolitano, un politico a mio avviso degno di stima, è stato eletto da una maggioranza di sinistra e che, per quanto, s’impegni a rimanere ‘super partes’ difficilmente potrebbe comportarsi in modo da scontentare «tutto» lo schieramento al quale deve la sua elezione. Pretendere il contrario, significa supporre una comunità politica di ‘angeli’ ma una comunità siffatta non avrebbe alcun bisogno di stati e di governi, come faceva rilevare Jean Jacques Rousseau. Tutt’al più si può esigere dal Presidente di una pars politica di essere meno..’parziale’, ma credere che il ruolo istituzionale comporti una trasmutazione qualitativa è da ingenui:la sindrome dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, che messo da Enrico II Plantageneto alla guida della Chiesa d’Inghilterra, dimenticò la riconoscenza al sovrano per seguire solo i dettami della sua coscienza, è piuttosto rara. E, per giunta, in politica, dove il bene e il male non sono divisi da un taglio netto, non è facile rivolgere all’autorità costituita accuse incontrovertibili di faziosità.
Qui, però, non stiamo sul terreno delle procure e dei tribunali, non abbiamo il dovere di fornir prove evidenti della parzialità di imputati e sospetti. Ci troviamo in un campo di gioco in cui la ‘percezione’ del grado affidabilità dei giudici di gara’ è qualcosa con cui bisogna fare i conti. Il Capo dello Stato può essere anche uno stinco di santo, può comportarsi – ed essersi sempre comportato – in maniera ineccepibile ma se non viene «percepito» come arbitro imparziale (e sia pure ingiustamente, come potrebbe essere il caso di Napolitano) si pone un problema istituzionale non sottovalutabile.
Allora perché non riaprire il discorso sul Titolo II della Costituzione, a cominciare dall’articolo 83? («Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. |…| L'elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell'assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta»).
Le funzioni che la Carta attribuisce al Capo dello Stato nell’art. 83 sono così delicate e complesse da farne un sovrano costituzionale a termine – vale la pena ricordarle tutte: Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica. A considerarle attentamente e come meritano, si arriva alla conclusione che neppure un sovrano costituzionale a termine – contrariamente a quanto pensava quel gran signore che fu Umberto II – può essere eletto dalla sola sinistra o dalla sola destra.
Chiedendo anche per la Presidenza della Repubblica una maggioranza qualificata di due terzi – si potrebbe obiettare – non si rischia, come s’è spesso veduto nel dopoguerra, un numero estenuante di votazioni prima del raggiungimento del fatidico 50+1? Le vicende umane sono imprevedibili e quindi nulla si può escludere a priori. Va ricordato, tuttavia, che sono i candidati di partito quelli che hanno fatto protrarre più a lungo le votazioni presidenziali, specialmente quando appartenevano alla balena bianca, sempre ben fornita di franchi tiratori. Nel caso di personalità della cultura, della scienza, dell’economia, del giornalismo di elevato prestigio e al di sopra della mischia – e anche in Italia ce ne sono, pur se lontani dai riflettori massmediatici – diffidenza e conflittualità sono destinate ad attenuarsi e l’accordo a non farsi aspettare più di tanto. Il risultato, tuttavia, sarebbe tale da soddisfare (quasi) tutti. Dinanzi a una decisione del Capo dello Stato sgradita a un partito o a una coalizione di partiti, un conto è la reazione: «..e dire che lo abbiamo eletto anche noi!», un conto quella opposta: «..e cos’altro ci si poteva aspettare da chi è stato eletto dai nostri avversari?»; nel primo caso, ci sono tristezza e rammarico, nel secondo rabbia e risentimento. E delle due reazioni è senz’altro la seconda quella che avvelena maggiormente il clima in democrazia.
Ancora una volta, con le sue intemperanze, Berlusconi ha posto un problema reale.L’osservatore politico, serio e responsabile, può anche ripetere: «il modo ancor m’offende» ma non può ridurre a un fatto di «stile» una questione cruciale per la vita della ‘società aperta’.


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Il lavoro dell'accademico
"[...] non sono un esperto