Venerdì 10 Febbraio 2012
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Controtendenza

Sui giudici e la Corte Berlusconi sbaglia nei toni ma non nella sostanza

13 Dicembre 2009

Non appartengo alla grande famiglia di F.I e del PDL e, per giunta, non sono un esperto di diritto costituzionale. Non mi sento, perciò, di commentare la strategia di Silvio Berlusconi che ha deciso, intervenendo in Germania al Congresso del PPE, di alzare il livello dello scontro con i vertici delle istituzioni e, ancora una volta, con l’organo giudiziario. Sono rimasto, però, colpito dal vasto coro di dissensi che hanno suscitato le sue parole dure. Capisco le ragioni di quanti hanno deprecato lo stile aggressivo del premier e dubitato dell’opportunità di una esternazione rimbalzata su tutti i media – nazionali e non –. Comprendo assai meno il rifiuto a ‘entrare nel merito’. Insomma è vero o no che gli ultimi tre presidenti sono stati di sinistra e che l’informata dei giudici costituzionali ne ha fortemente risentito? La composizione della Corte e le norme che ne regolano l’accesso sono ‘al di sopra di ogni sospetto’ per quanto riguarda la sua imparzialità? E’ possibile un discorso pacato sull’argomento o a disporre dell’agenda politica e a stabilire quanto va portato all’attenzione del pubblico sono Travaglio, Santoro, Rodotà, Zagrebelsky e quant’altri?

Un acuto giurista, che non appartenendo alla venerata società dei costituzionalisti italiani incontra non poche difficoltà nella sua carriera universitaria, mi ha posto la domanda: perché la quota dei giudici costituzionali nominati dal Parlamento esige una maggioranza qualificata di due terzi mentre il garante supremo delle istituzioni repubblicane può essere eletto – dopo la terza votazione – anche a maggioranza assoluta del 50+1? Già, perché? Forse la materia è da rivedere, specie in anni come i nostri nei quali la reciproca delegittimazione degli schieramenti politici getta un’ombra di sospetto su qualsiasi decisione venga dal Quirinale- v. gli insulti di Di Pietro e i recenti attacchi del Cavaliere. E’ un fatto che Giorgio Napolitano, un politico a mio avviso degno di stima, è stato eletto da una maggioranza di sinistra e che, per quanto, s’impegni a rimanere ‘super partes’ difficilmente potrebbe comportarsi in modo da scontentare «tutto» lo schieramento al quale deve la sua elezione. Pretendere il contrario, significa supporre una comunità politica di ‘angeli’ ma una comunità siffatta non avrebbe alcun bisogno di stati e di governi, come faceva rilevare Jean Jacques Rousseau. Tutt’al più si può esigere dal Presidente di una pars politica di essere meno..’parziale’, ma credere che il ruolo istituzionale comporti una trasmutazione qualitativa è da ingenui:la sindrome dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, che messo da Enrico II Plantageneto alla guida della Chiesa d’Inghilterra, dimenticò la riconoscenza al sovrano per seguire solo i dettami della sua coscienza, è piuttosto rara. E, per giunta, in politica, dove il bene e il male non sono divisi da un taglio netto, non è facile rivolgere all’autorità costituita accuse incontrovertibili di faziosità.

Qui, però, non stiamo sul terreno delle procure e dei tribunali, non abbiamo il dovere di fornir prove evidenti della parzialità di imputati e sospetti. Ci troviamo in un campo di gioco in cui la ‘percezione’ del grado affidabilità dei giudici di gara’ è qualcosa con cui bisogna fare i conti. Il Capo dello Stato può essere anche uno stinco di santo, può comportarsi – ed essersi sempre comportato – in maniera ineccepibile ma se non viene «percepito» come arbitro imparziale (e sia pure ingiustamente, come potrebbe essere il caso di Napolitano) si pone un problema istituzionale non sottovalutabile.
Allora perché non riaprire il discorso sul Titolo II della Costituzione, a cominciare dall’articolo 83? («Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. |…| L'elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell'assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta»).

Le funzioni che la Carta attribuisce al Capo dello Stato nell’art. 83 sono così delicate e complesse da farne un sovrano costituzionale a termine – vale la pena ricordarle tutte: Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica. A considerarle attentamente e come meritano, si arriva alla conclusione che neppure un sovrano costituzionale a termine – contrariamente a quanto pensava quel gran signore che fu Umberto II – può essere eletto dalla sola sinistra o dalla sola destra.

Chiedendo anche per la Presidenza della Repubblica una maggioranza qualificata di due terzi – si potrebbe obiettare – non si rischia, come s’è spesso veduto nel dopoguerra, un numero estenuante di votazioni prima del raggiungimento del fatidico 50+1? Le vicende umane sono imprevedibili e quindi nulla si può escludere a priori. Va ricordato, tuttavia, che sono i candidati di partito quelli che hanno fatto protrarre più a lungo le votazioni presidenziali, specialmente quando appartenevano alla balena bianca, sempre ben fornita di franchi tiratori. Nel caso di personalità della cultura, della scienza, dell’economia, del giornalismo di elevato prestigio e al di sopra della mischia – e anche in Italia ce ne sono, pur se lontani dai riflettori massmediatici – diffidenza e conflittualità sono destinate ad attenuarsi e l’accordo a non farsi aspettare più di tanto. Il risultato, tuttavia, sarebbe tale da soddisfare (quasi) tutti. Dinanzi a una decisione del Capo dello Stato sgradita a un partito o a una coalizione di partiti, un conto è la reazione: «..e dire che lo abbiamo eletto anche noi!», un conto quella opposta: «..e cos’altro ci si poteva aspettare da chi è stato eletto dai nostri avversari?»; nel primo caso, ci sono tristezza e rammarico, nel secondo rabbia e risentimento. E delle due reazioni è senz’altro la seconda quella che avvelena maggiormente il clima in democrazia.

Ancora una volta, con le sue intemperanze, Berlusconi ha posto un problema reale.L’osservatore politico, serio e responsabile, può anche ripetere: «il modo ancor m’offende» ma non può ridurre a un fatto di «stile» una questione cruciale per la vita della ‘società aperta’.
 

Commenti
Alessandro T
15/12/09 12:22
Grazie
Ancora una volta un suo articolo mi sembra una voce ragionevole in mezzo ad un coro di gente che fa solo propaganda. Grazie per questo!
Carmine Lauri
15/12/09 22:13
Complimenti
Il suo modo pacato di esprimere il proprio pensiero è per me motivo d'insegnamento! Con delicatezza, professionalità, con saggezza culturale, Lei riesce a dire ciò che tutti sanno ma, che nessuno vuol sentirsi dire. Grazie Prof.
Luca P
16/12/09 06:24
Il lavoro dell'accademico
Dino Cofrancesco si mantiene fedele ad un'analisi intellettuale che non ha bisogno della fotosintesi delle luci della ribalta per potere operare. E ha il pregio di costringere l'interlocutore partigiano (nel senso di Carl Schmitt, che descrive quello che accade nell'opinione pubblica italiana) a chiamare con il proprio nome le sue posizioni, senza sotterfugi retorici che alla lunga estenuano, ossia stufano ma ci rendono anche vulnerabili - il populismo giustizialista conosce bene questa tecnica di sinistra memoria. Una conferma della sua onestà intellettuale di lunga data: Cofrancesco sa avere opinioni chiare senza arruolarsi.
Anonimo
30/12/09 15:50
"[...] non sono un esperto
"[...] non sono un esperto di diritto costituzionale." Però si lancia in una analisi di diritto costituzionale. L'ennesima anomalia italiana: tutti che parlano di tutto. Ma non mi prenda alla lettera: è giusto che in una democrazia ognuno possa esprimere un giudizio, ma perché questa democrazia sia sana e vitale e possa essere davvero riformata, ove necessario, questi giudizi devono poter essere... giudicati. Ossia: bisognerebbe avere gli strumenti utili per poter dire se una data teoria, un dato ragionamento è, in definitiva, plausibile e "con un suo perché" oppure di altro non si tratta che di chiacchiera da bar, di un'"opinione" senza opinione, cioè priva di fondamento logico, giuridico, scientifico, finanche di buon senso. Credo che la sua argomentazione (che, mi pare di capire, trova sostegno in un "acuto" costituzionalista che suo malgrado non riesce a far carriera. Mi chiedo, per inciso, come una persona "davvero" acuta voglia far carriera in questo Paese, oggi) sia del tutto priva di fondamento. E se lo credo glielo spiegherò, ovvio. Quanti dicono "io penso quaesto e quest'altro" senza renderne conto? Una tesi, invece, lo saprà, necessita di argomentazioni a suo supporto. Se ho capito bene il dilemma è: "Come mai il presidente della Repubblica, prima carica dello Stato, vero sovrano costituzionale a termine, può essere eletto con un quorum 'risicato' - seppur dopo tre votazioni infruttuose - espressione di una sola parte politica?". Temo le sfugga un passaggio che, se vuole, possiamo definire metafisico: ma è su passaggi simili che si poggia tutta l'architettura di una qualunque organizzazione, dal circolo degli amici a uno Stato di diritto. Ossia: la forma è sostanza. Se non si capisce, o si fa finta di non capire, o si mette in discussione, questo restano parole in libertà. Nel momento in cui un soggetto viene investito del ruolo di presidente della Repubblica, tale soggetto cessa di avere emozioni, sentimenti, passato e passioni per esercitare la sua funzione nel modo indicato dalla carta costituzionale. Ipso facto. Be', fa ridere anche me, cosa crede? Ma è giustificato e funziona abbastanza bene, come passo a dimostrarle. Pensi a un giudice: la sua terzietà deve esplicarsi nell'atto del giudicare, è evidente che egli avrà dei sentimenti, delle opinioni ecc., ma queste non devono avere alcun peso nella formazione del giudizio. "E chi lo assicura?", mi chiederà (forse con l'acuto professore). Il suo essersi attenuto o meno a una "forma" a un canovaccio non certo da lui stabilito, ma dal legislatore con i suoi codici. Ove non avvenga esiste la ricusazione (e qualunque studente di legge, per esempio, sapeva che la Gandus non poteva essere ricusata perché il suo comportamento extraprocessuale non rientrava nei casi di ricusazione tassativamente previsti dal codice di procedura penale - non dal Pd, dalle toghe rosse a da chissà quale altro cospiratore). Quello che conta, quindi, è che chi svolge un ruolo "super partes" si attenga al ruolo stesso e come le lasciavo intuire prima è facilissimo da capire se non lo sta facendo. Il presidente della Repubblica si deve attenere alla Costituzione: se non lo fa, "si vede", dirompe in tutta la sua evidenza. Forse che lei non ha opinioni? Tutti le abbiamo (purtroppo, in un certo senso: vedi sopra). E allora chi può avere titolo a svolgere funzioni di "arbitro"? Nessuno. E' l'istituzione che ci garantisce, non la persona che momentaneamente la rappresenta. A questo proposito c'è da dire che il "rozzo" Berlusconi, colui che dice come stanno "in sostanza" le cose (con volute e meditate semplificazioni da bar sport, affrontando ogni questione non col rasoio di Occam, ma a colpi di accetta) confonde spesso i ruoli - si vedano i comunicati della presidenza del Consiglio inerenti fatti personali come i processi. Stiamo per arrivare, con un po' di pazienza, al colpo di scena finale. Il cosiddetto sovrano costituzionale, in realtà, per un aspetto fondamentale del funzionamento delo Stato ha qualcuno che lo sopravanza... la Corte costituzionale! E questo spiega perché i suoi membri necessitino dei due terzi del voto parlamentare per essere eletti. Sulla costituzionalità di una legge, infatti, l'ultima parola spetta proprio alla Corte che può inficiare un giudizio positivo del presidente della Repubblica. Ma, a ulteriore garanzia, la Corte non si muove da sola, da golpista: il suo giudizio sulla legittimità di una legge deve essere richiesto dallo Stato o dalle Regioni o nel corso di un giudizio. Infine: lei non mette in rilievo come il 50% + 1 sia sufficiente SOLO dopo la TERZA votazione. Essendo il presidente della Repubblica la figura perno su cui ruota tutto il sistema non si può attendere all'infinito un accordo tra parti litigiose finendo per paralizzare lo Stato. I padri costituenti sapevano benissimo che anche una persona eletta comunque da un buon numero (la maggioranza, seppur "risicata") di parlamentari (rappresentati del popolo) sarebbe dovuto soggiacere alla Carta risultandone legato mani e piedi ai suoi fili d'oro. E la prassi ci dice (perchè esiste pure una prassi, lei lo saprà, e ancor di più l'acuto costituzionalista) che un presidente non eletto con i due terzi ha sempre avuto un comportamento istituzionale più "contenuto": ultimo esempio Napolitano che promulga il lodo Alfano (pensi cosa si sarebbe detto e scritto, anche dalle colonne "liberali", "occidentali", la cui mente è tersa come i limpidi pomeriggi estivi - e non me lo spiego perché invece tengono la testa sotto la sabbia come gli struzzi facendo finta di non vedere il gigantesco pericolo in primis costituzionale rappresentato da Berlusconi, dal suo governo e dalla sua maggioranza - se non lo avesse fatto! "Di sinistra!", "Non sopra le parti!", "Non di tutti gli italiani!" e altro bla bla bla demagogico e soprattutto illogico) nonostante l'"evidente" (per chi ha gli occhi, il cuore e soprattutto la testa per vederlo) incostituzionalità. Incostituzionalità decretata dalla Corte che, guarda un po', "sovrasta" il "sovrano costituzionale". Forte dei due terzi. Ah. Non sono un militante accecato. Non me ne viene niente come si suol dire in questo Paese corrotto. Me ne sto in pace, modestamente. Ma non porto il cervello all'ammasso per una poltrona o uno strapuntino. Non sono un servo, ma servirei molto al mio Paese. E tantissimi come me e meglio di me. Si chiama dignità.
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