La vicenda del d.d.l. sulle intercettazioni è ormai diventata l’ennesimo psicodramma della politica italiana. Ormai il confronto fra le diverse posizioni politiche ha perso qualunque legame con la realtà, qualunque riferimento ai contenuti specifici dell’iniziativa è si è trasformato in uno scontro esistenziale fra nemici portatori di visioni del mondo inconciliabili. Ma così viene meno qualunque possibilità di analizzare serenamente il problema (perché ci sembra incontestabile il fatto che un problema effettivamente ci sia) e di individuare una risposta efficace allo stesso. Così vengono obnubilati gli elementi oggettivi del tema e ci si concentra sugli assiomi, sui teoremi e sulle posizioni ideologiche.
Due sono i dati di fatto da cui partire. E’ indubitabile che dello strumento delle intercettazioni telefoniche si sia fatto in questi anni un uso eccessivo da parte del potere giudiziario. Lo dimostrano i dati quantitativi. L’Italia è fra i paesi avanzati quello che più intercetta le conversazioni telefoniche dei propri cittadini. Si tratta di un numero spropositato (250.000 all’anno) superiore dalle 5 alle 10 volte quello che si registra in Paesi grandi come o molto più del nostro. Ma preoccupante sono anche i tratti qualitativi del fenomeno. Grazie all’assoluta discrezionalità di cui gode ciascun p.m. nel disporle, le intercettazioni vengono usate non per trovare prove e conferme di indizi di reato già ottenuti ma come strumenti per cercare la stessa notitia criminis. Secondo uno schema tipico dello Stato inquisitore, prima si individua il colpevole e poi si cerca il reato e le relative prove. Nel sistema giudiziario sovietico si chiamava diritto penale dell’autore: colpire i rei e non i reati. Le intercettazioni a strascico, le intercettazioni a tempo indeterminato, le intercettazioni di conversazioni prive di qualunque rilievo penale altro non sono che gli strumenti per rendere concreta tale concezione dello stato di diritto.
Altrettanto incontestabile è il fatto che l’eccessivo ricorso alle intercettazioni telefoniche divenga devastante se unito alla disinvolta pubblicazione dei verbali sulla stampa. La sistematica violazione del segreto istruttorio (perché tutte le intercettazioni pubblicate sono ancora coperte da segreto) determina una gravissima violazione dei più elementari principi della civiltà giuridica: la presunzione di innocenza, il diritto alla riservatezza, la serenità della funzione giudiziaria. Invocare la libertà di stampa, il diritto ad essere informati, la trasparenza della democrazia è del tutto fuori luogo. Secondo il grande Jeremy Bentham “la pubblicità è l’anima della giustizia”. Solo in uno stato autoritario è concepibile che l’esercizio del potere sanzionatorio dello Stato si svolga in segreto. La pubblicità del processo penale è elemento indefettibile di un sistema democratico: fondamentale meccanismo di garanzia per l’imputato e per la collettività che l’applicazione della legge avvenga in modo giusto. Ma il processo appunto. La pubblicità asimmetrica e unilaterale nella fase delle indagini non solo nuoce alle medesime indagini ma lede gravemente i diritti dell’imputato e di quant’altri imputato non sia ma sia coinvolto nelle medesime indagini.
E del resto che non si tratti di lesione della libertà di stampa è reso evidente dal fatto che già oggi la pubblicazione di intercettazioni coperte dal segreto istruttorio è vietata e sanzionata (penalmente) dalla legge. E tale divieto, tale sanzione, riguarda sia il magistrato che passa al cronista i verbali sia il giornalista che li pubblica. Peccato che tali norme del codice penale e di procedura penale siano sistematicamente violate.
Ma se questi sono i nodi da affrontare, ci aspetteremmo che le forze politiche il Parlamento convergano sulla diagnosi si confrontino (e semmai si dividano) sulle più opportune terapie.
Del resto sul finire della scorsa legislatura il Governo Prodi licenziò un d.d.l. in materia di intercettazioni telefoniche che era per molti aspetti più rigoroso di quello Alfano. Allora il testo fu approvato all’unanimità dalla Camera e decadde solo per la fine anticipata della legislatura. Allora la FNSI avanzò solo qualche timida osservazione guardandosi bene dal proclamare lo stato di agitazione democratica. Provocatoriamente su “Il foglio” di oggi viene suggerita al Governo la strada di ritirare il d.d.l. Alfano e di ripresentare lo stesso testo della scorsa legislatura. Certo, l’opposizione avrebbe un qualche imbarazzo a continuare la campagna demagogica intrapresa ma siamo certo che i fumi dell’ideologia giustizialista, l’odio per l’avversario politico, la disinvoltura della tattica politica e la pregnanza degli interessi di partito avrebbero la meglio anche in questo caso.

