Venerdì 10 Febbraio 2012
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Tea Party. Cronache del mondo conservatore

L'America avrebbe ancora bisogno
di patrioti come "Charlie" Wilson

19 Febbraio 2010

Se non ci fossero stati (anche) i “Cold War Liberals”, progressisti sì, ma pedine di Mosca mai, avrebbero pure potuto vincerlo i rossi il confronto con il “mondo libero”. Fu infatti il contributo dato dalla Sinistra non marxista alla “causa occidentale” che Oltreoceano impedì i compressi storici e culturali, le sindromi di Stoccolma, i cedimenti ideologici.

Ecco, l’ex deputato del Partito Democratico (ritiratosi l’8 ottobre 1996) Charles Nesbitt “Charlie” Wilson, morto il 10 febbraio a Lufkin, Texas, di quei “Cold War Liberals”, è stato la quintessenza. Nato il 1° giugno 1933 a Trinity, Texas, ufficiale di Marina, deputato federale dal 3 gennaio 1973 per 12 mandati consecutivi in rappresentanza del secondo distretto dello Stato dei cow-boy, entrò in politica sull’onda delle belle speranze di John F. Kennedy (1917-1963), il progressista che con il suo «Ich bein ein Berliner» gridato in faccia ai sovietici aggiunse un tocco di presidenzialismo al fenomeno “Cold War Liberals”. Guardato con sospetto dai free-marketeer, tra i pochi politici texani a dichiararsi filoabortista, gran sostenitore dell’assistenzialismo e favorevole al radicalismo femminista, “Good Time Charlie” (così lo chiamavano) e la sua belloccia (almeno da giovane) faccia da attore si erano negli anni costruiti meritata fama di alcolisti, cocainomani e sciupafemmine. Insomma, fare di Wilson un conservatore è ben difficile. Eppure fu lui a scagliarsi come pochi contro l’Orso sovietico, ma soprattutto a riportare contro di esso successi oggettivi.

Nel Nicaragua di fine anni 1970, Wilson appoggiò con vigore e fervore il governo di destra di Anastasio “Tachito” Somoza Debayle (1925-1980), che poi il comunismo sandinista travolgerà. Ovvero, Charlie non fu affatto tra quei pusillanimi che si sperticano in anticomunismo e che però tengono le distanze dagl’“impresentabili” alla Somoza; Wilson diceva a muso duro che se non vuoi i sandinisti nel mondo, devi sostenere i Somoza del mondo, inutile cincischiare di cattiva retorica. La stessa faccia tosta con cui si mostrava ai festini allegri dei salotti modaioli, il deputato Democratico scomparso se la giocava cioè in politica. Accade l’identico in Afghanistan, all’ora della guerra di liberazione antisovietica combattuta dai mujaheddin dove Wilson non esitò a intrallazzare come un vero barone della mala pur di applicare quella fantastica “Dottrina Reagan” che armava la mano dei freedom-fighter affinché questi imparassero a cavarsela da soli.

È stato un grande “figlio di”, l’on. Wilson, convinto però di una cosa decisiva. È un lavoro sporco, ma qualcuno deve farlo. Con lo scolapasta in testa. In fin dei conti, il film del 2007 che lo ha reso noto anche ai comuni mortali, La guerra di Charlie Wilson, diretto da Mike Nichols, e interpretato dal compagno Tom Hanks e dalla charmante Julia Roberts, gli rende perfettamente giustizia. Della serie, anche i liberal sanno essere veri patrioti. In America. Per questo per noi quel Paese resta sempre un gran mistero.

Marco Respinti è Direttore del Centro Studi Russell Kirk

 

Commenti
Anonimo
19/02/10 09:32
l'America!
Esprimo un'opinione con il dovuto rispetto per l'autore dell'articolo,assai più preparato di me. Che l'America sia un mistero è forse un'affermazione che non risponde al comune sentire,anche se per molti di noi un po' strana lo è davvero. La diversità sostanziale va forse ricercata nella storia diversa e nella religione diversa. Il calvinismo ed il puritanesimo hanno forgiato genti diverse dalle nostre, formatesi all'ombra del Vaticano. La conquista del West, senza signorotti disposti pur dietro contropartita ad offrire asilo e protezione nei momenti difficili, ha costretto i pionieri a risolvere i problemi con un decisionismo a noi sconosciuto. Il menare il can per l'aia non è atteggiamento tipico dell'americano, molto più sensibile di noi ai fatti che alle parole. L'idea patriottica può nascere solo in un terreno fertile dove certi principi non possono cadere ostaggio di sofismi e particolarismi e ideologie di convenienza.Forse qualcuno riesce a vedere un patriota tra coloro che in Italia si fregiarono del titolo di liberatori della patria dopo l'ultima guerra? E non va dimenticato che fu la rivoluzione americana a trainare quella francese e per certi versi europea.
Michi
19/02/10 14:26
Ho fatto l'Alpino...
Ho fatto l'Alpino e la bandiera del Regimento era il simbolo delle mie valli, della mia comunità. Nella mia compagnia avevo i miei vicini di casa, nel regimento i parenti. Si parlava piemontese, e l'ufficiale in comando adorava la il fritto misto piemontese. Avevo una divisa, ma ero a casa. Forse per gli americani è questo il mistero da svelare, per loro la patria è qualcosa che vedono, che sentono, che puzza di coscie di pollo fritto e non una paccottaglia ideologica (Risorgimentale/Libeazionista) che non ha nulla a che spartire con la vita reale.
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