Giovedì 11 Marzo 2010
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Il doppio gioco di Assad

Terrorismo in Iraq: occhi di nuovo puntati sul ruolo della Siria

5 Settembre 2009
Bashar Assad in Sunglasses.jpg
Il dittatore siriano, Bashar Assad.

I rapporti storicamente non sono mai stati buoni. Il bello della (diabolica) scenografia mediorientale che per 30 anni ha messo contro due esponenti dello stesso partito, il Baath: Assad padre, la famigerata volpe di Damasco, e Saddam Hussein. La morte di entrambi i protagonisti, per cause naturali l’una, violenta l’altra, poteva far pensare che i rapporti tra i due vicini arabi fossero tornati alla normalità. Invece, niente. La crisi di queste settimane – che ha portato al richiamo di entrambi gli ambasciatori – segna un nuovo peggioramento delle relazioni tra Damasco e Baghdad.

Il nodo del contendere è l’ingerenza siriana in Iraq. Baghdad, da sempre, accusa la Siria di dare supporto alla guerriglia. In queste settimane le accuse sono state rilanciate con forza. Secondo il premier Maliki, il 90% dei militanti stranieri che entrano in Iraq per arruolarsi nelle file di Al Qaeda, o degli altri gruppi antigovernativi, lo fanno attraverso la Siria. L’offensiva antisiriana del Governo iracheno è stata pure condita da un video, rilanciato dalla televisione, in cui un presunto terrorista confessa di essere stato addestrato in Siria e da qui spedito a combattere in Iraq. I furbetti del quartierino di Damasco hanno ovviamente respinto le accuse, definite per bocca del giovane Bashar Assad, “immorali”.

Ora, a parte la simbologia tipica di molte delle vicende diplomatiche mediorientali, la questione ha una sostanza enorme che rivela la vera natura della politica siriana ed i suoi reali obbiettivi. Damasco, in questo pienamente allineata all’alleato iraniano, ha sempre dato supporto a diverse realtà terroristiche operanti in Iraq. Per essere più chiari ha sempre voluto giocare il ruolo di regolatore del livello di violenza nel teatro iracheno, per poi gettare tutto il peso di tale ruolo sulla bilancia degli equilibri regionali e del rapporto con Washington. Ed è proprio alla Casa Bianca che la Siria guarda. Damasco vorrebbe normalizzare i suoi rapporti con gli USA, profittando del new deal obamiano, ed aprire all’Occidente. Un’apertura considerata da gran parte dell’establishment del regime necessaria per portare un po’ di ossigeno ad un’economia ormai alla canna del gas. Nulla di liberale, per carità. Soltanto il cinico realismo di chi sa, il regime, che anche una società asfittica come quella siriana non potrebbe tollerare ancora a lungo una situazione di crisi economica endemica, con tutte le conseguenze del caso sulla propria stabilità e sopravvivenza.

Per questa ragione, da tempo Damasco sta cercando di accreditarsi presso Europa e Stati Uniti dialogando, seppur indirettamente, attraverso la mediazione turca, con Israele e limitando, nei limiti del possibile, le sue iniziative in Libano. Ma alla strategia dell’apertura e del dialogo, in questo dimostrando una perfetta continuità con la spregiudicata tradizione realista di casa, la Siria ha accompagnato una strategia di deliberata destabilizzazione in Iraq. Bastone e carota. Per cui Damasco ha saputo indossare all’occorrenza, e a seconda della convenienza, l’abito di gala per ben figurare nei ricevimenti delle cancellerie occidentali, e le scarpe grosse del Mukabarat per mostrare agli Stati Uniti l’impossibilità di stabilizzare l’Iraq senza un suo coinvolgimento a tutto campo.

Realismo, puro, si diceva. A Baghdad conoscono bene questo gioco, in particolare adesso che la furia terrorista sembra tornata a scuotere nuovamente il paese con una virulenza da molti considerata ormai parte di un buio passato. Il mese di agosto ha fatto registrare un numero di morti, quasi tutti civili, che da tempo non si verificava, secondo un trend negativo che, dopo il ritiro americano, sembra adesso consolidarsi in modo preoccupante. Probabilmente a Damasco non sono estranei a questo trend. I segnali sono molti, a cominciare dal fatto che un pezzo da novanta di Al Qaeda come lo sceicco Issa al Masri – consigliere spirituale del dottor Zawahiri e mente della mutazione genetica di gran parte dei talebani verso l’aggressivo wahabismo, dalla originaria impostazione deobandi  – da due mesi vive a Damasco sotto la protezione del Mukabarat. E la sua presenza in loco – assieme a quella del suo braccio operativo Abu Khalaf, capo mastro del network qaedista in Siria, sarebbe proprio da spiegare alla luce del tentativo di ridare fiato alla guerriglia in Iraq profittando delle convenienze siriane.

Pietro Batacchi è ricercatore del Centro Studi Internazionali (CESI).

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