Rosarno. 1500 braccianti, praticamente tutti di origini africane, stanchi dei soprusi, di una vita che non è vita, di paghe misere, abitazioni che dire fatiscenti è un complimento e della violenza fisica e psicologica che sono quotidianamente costretti a subire dai loro “padroni” decidono di inscenare una rivolta spontanea all’insegna della violenza indiscriminata a colpi di spranghe, cassonetti messi a fuoco, vetrine fracassate, uno spettacolo degno delle migliori guerriglie urbane che per lo più ha colpito innocenti e inermi cittadini. E oggi Rosarno, cittadina ben poco ridente nella provincia di Reggio Calabria, sembra una città fantasma: scuole e negozi chiusi, pochi coraggiosi per le strade, e gente che spara in aria per disperazione o per difesa personale.
Di quegli immigrati africani che ogni anno vengono impiegati per svolgere lavori stagionali negli agrumeti della campagna reggina la gran parte non sono regolari. Lavorano al nero per mesi, in condizioni di degrado sociale assoluto, sfruttati e vessati ai limiti della schiavitù, sopportano di tutto, avendo nel cuore il desiderio di far ritorno al loro paese con qualche soldo in tasca e l’aspettativa poi di tornare – sempre da clandestini – nel nostro paese la prossima stagione. Ma stavolta qualcosa non è andato. Stavolta un limite è stato superato. E di fronte alla esasperazione assoluta il passo per la violenza collettiva è stato breve, troppo breve. Ma dove stanno le colpe, e dove sta la verità di questa vicenda? Lo chiediamo al sottosegretario al ministero degli Interni, Alfredo Mantovano.
Onorevole Mantovano, quella di Rosarno che storia è?
È una storia di criminalità e sfruttamento ma anche una storia di clandestinità e degrado che ha portato questi immigrati africani ad un punto tale di esasperazione da mettere a ferro e fuoco un intero paese. È chiaro che a Rosarno si sono intrecciati due elementi che messi insieme formano una miscela esplosiva.
Quali?
Lo sfruttamento da parte della criminalità organizzata e un fenomeno massiccio e incontrollato di immigrazione clandestina. Lo Stato deve agire su entrambi i fronti. Ma così come è avvenuto nel casertano occorre cominciare a ripristinare la legalità partendo da chi è più forte, non possiamo certo prendercela coi disgraziati. Così come è avvenuto a Caserta coi Casalesi, va colpita la ‘ndrangheta, che tiene sotto controllo quella parte di territorio calabrese. Sotto questo profilo è vero quel che ha detto oggi il ministro Maroni: c’è stata troppa tolleranza. Ma la responsabilità maggiore non ce l’hanno certo gli immigrati in cerca di una speranza – come ha voluto far credere in maniera come sempre strumentale la sinistra –ma coloro che sfruttano quella speranza per i propri interessi. Ancor di più se quegli interessi sono finalizzati ad alimentare un sistema di criminalità organizzata e diffusa.
Da dove pensate di cominciare, dunque?
Abbiamo attivato oggi stesso una task force del ministero dell'Interno, di quello del Welfare e della Regione Calabria presso la prefettura di Reggio che avrà il compito di affrontare la questione non solo dal punto di vista dell'ordine pubblico, ma anche per quanto riguarda gli aspetti legati allo sfruttamento del lavoro nero e all'assistenza sanitaria. E poi adotteremo una politica da pugno di ferro contro le associazioni criminali che sfruttano i clandestini.
Qualcuno ha detto che Rosarno è lo specchio di una società che non vuole o non riesce a diventare integrata o multietnica. Lei che ne pensa?
C’è un filo troppo sottile che unisce una malcelata concezione dell’immigrazione e la violazione dei più elementari diritti umani e civili degli stranieri che vengono temporaneamente a lavorare in Italia. La tolleranza troppo spesso genera sopruso, mentre è il rispetto delle regole che apre la porta ad una vera integrazione. Per questo è necessario che in Italia si continui a discutere di immigrazione, di integrazione e di identità nazionale. E proprio di questo si discuterà anche lunedì prossimo nel corso di un convegno organizzato dalla Fondazione Nuova Italia, dal titolo: “Immigrazione e identità nazionale. Verso un modello italiano” (Roma, Sala Consiglio Palazzo della Cooperazione via Torino 146).
Niente cittadinanza breve?
Altro che cittadinanza! A questi immigrati – che a tutto aspirano fuorché a diventare cittadini italiani – servono diritti tutelati, doveri definiti e una condizione di vita che non li riduca ad una condizione di semi-schiavitù. Poi ci possono dare dei razzisti, degli xenofobi, di quelli di destra dalla testa rasata o possono dire che apparteniamo ad una destra becera e retriva. Ma assicurare a questa gente una condizione di vita non dico agiata ma dignitosa è il compito di uno Stato che si dichiara Stato di diritto.



Integrazione
Che gli immigrati non
La seggezza di Mantovano deve maturare.
Gli italiani faticano a