Giovedì 11 Marzo 2010
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Bulli e secchioni

Tornano gli esami di riparazione: così la Gelmini vuol cambiare la scuola

3 Giugno 2008
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Lo studio è fatica e la fatica va ripagata. Gli studenti che dimostrano di essere diligenti e competenti meritano di andare avanti e meritano di apprendere ancora e ancora. Ma solo loro. Chi invece accumula debiti formativi e rimane indietro è giusto che si fermi. Il ministro dell'Istruzione universitaria e ricerca Mariastella Gelmini si dice favorevole al ritorno degli esami di riparazione come metodo per colmare le lacune e recuperare i debiti entro l'anno scolastico.

Il ministro ha parlato alle telecamere di  'Panorama del Giorno', programma televisivo in onda su Canale 5.

Il ventaglio dei temi toccati dalla Gelmini spazia su tutto il mondo scolastico e porta aria nuova non solo su esami di riparazione e meritocrazia, ma anche su temi delicatissimi quali bullismo ed educazione civica sui banchi di scuola e sull'università.

Il ministro ha le idee chiare e vede nella scuola lo strumento educativo per eccellenza, non solo per insegnare la matematica, rispetto alla quale le statistiche degli ultimi mesi danno noi italiani come asini raglianti della 'classe Europa'.

Il ministro Gelmini pensa a "una reintroduzione dell'educazione civica non tanto con ulteriori ore di apprendimento, quanto attraverso la formazione all'educazione civica nell'ora di storia, in ore di lezioni già previste. Io credo – continua la Gelmini - che sia un fatto importante e anche attraverso l'educazione civica si fa educazione ambientale".

A tal proposito il capo del dicastero ha già pensato, d'accordo con il ministro Prestigiacomo, di introdurre la materia 'Educazione ambientale' per farne un progetto pilota che parte dalla Campania.
L'educazione al comportamento in società  non deve più essere trattato come un insegnamento di serie 'B': "E' un momento formativo molto importante – ha detto la Gelmini - e' una forma di educazione alla convivenza, anche di educazione alla legalità, e credo che sia un presupposto fondamentale per fare in modo che i giovani diventino cittadini consapevoli, consapevoli dei diritti ma anche dei doveri e delle responsabilità che ciascuno di noi riveste essendo parte di una comunità".


E imparare le regole del buon vivere sociale significa per il ministro Gelmini imparare anche le norme dell'educazione stradale e quelle, scritte e non scritte, per l'utilizzo dell'alcol, temi delicati a volte presi con eccessiva leggerezza dalle giovani generazioni.


Come parlare dunque ai giovani? Con la scuola. Una scuola autonoma e sempre più a stretto contatto con le famiglie. La Gelmini si propone infatti di incontrare i rappresentanti di genitori e degli studenti per un lavoro congiunto. Detto fatto. Il ministro ha incontrato oggi i rappresentanti del Forum delle Associazioni dei genitori della scuola. Dal meeting è emersa la volontà da entrambe le parti di redigere e di sottoscrivere un 'Patto di corresponsabilità' e di fissare un calendario di appuntamenti per non trattare il tema solo per affrontare emergenze educative, come quella del bullismo, ma per un programma sistematico di interazione e dialogo tra dirigenti scolastici, insegnanti, genitori e studenti. E il primo confronto  è già stato fruttuoso: si è deciso il metodo e sono state gettate le basi per  affrontare i temi più caldi partendo dal fare una 'fotografia' dei giovani e delle loro abitudini per passare alla comprensione dei motivi che li spingono a comportamenti sregolati e scorretti.


La Gelmini non una mezzi termini: "Bisogna pretendere dai ragazzi comportamenti più rigorosi". L'affermazione del ministro trova d'accordo dei dirigenti e del governo ombra. Le prime mosse dell'esecutivo in tema di istruzione sono infatti state apprezzate anche da alcuni esponenti del Governo ombra  come Maria Pia Garavaglia, che ha detto: "Questa cautela da parte del ministro mi sembra una forma di rispetto nei confronti della scuola. E' un fatto positivo che si sperimenti prima di cambiare qualcosa".

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Commenti
bruno cassinari
03/06/08 19:52
lettera aperta al ministro Gelmini
LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Caro Ministro Gelmini, fra le priorità che il nuovo governo dovrà affrontare, la scuola merita un’attenzione particolare in considerazione della grave crisi in cui si trova. Crisi che può essere risolta solo con una svolta radicale. Nella Sua proposta di legge sono previste deleghe al governo “per la valorizzazione del merito nel sistema scolastico”che riguarda docenti, allievi e dirigenti. La direzione mi sembra quella giusta. Si deve però, con estrema chiarezza, affermare che gli insegnanti non possono essere seriamente valutati, prescindendo dal ripristino del principio di autorità nella scuola con il conseguente potere pedagogico e i necessari strumenti didattici e normativi indispensabili, per poter svolgere con professionalità il proprio ruolo. Oggi, invece, come sicuramente Lei saprà, si tende ad impedire ai docenti di assumere provvedimenti disciplinari nei confronti degli alunni o a pretendere attenzione e impegno, salvo poi considerare l’insegnante colpevole degli insuccessi dei ragazzi. Queste idee sono largamente diffuse e condivise da numerosi presidi, preoccupati di essere contestati dalle famiglie (molte incapaci di dire dei no ai figli) e dagli allievi “clienti”. Si è così attuata una forma di aziendalismo “accattonesco”che non associa la responsabilità dei risultati ai mezzi per ottenerli. Si cerca, infine, di conciliare l'aziendalismo con la formazione, quando, si sa, è estremamente difficile far quadrare i conti economici con i risultati educativi. Caro Ministro, si vuole tutto: si vuole che gli allievi siano preparati, ma si cerca in tutti i modi di promuovere i lazzaroni anziché garantire gli strumenti idonei per convincerli a studiare (nemmeno la paura della bocciatura, vista come una sconfitta dell'educatore); si pretende che gli insegnanti siano più efficienti, che riescano ad ottenere migliori risultati dai propri alunni, ma si tolgono loro le poche armi possibili, le uniche valide, per raggiungere questi obiettivi. Il becero aziendalismo descritto, combinandosi con il buonismo pedagogico teorizzato dalla casta degli esperti e condiviso da una parte degli insegnanti, è alla base dell’attuale situazione fallimentare dell’istruzione nel nostro Paese. Qualsiasi azione tendente a responsabilizzare l’allievo con premi e sanzioni viene considerata poco attenta alle problematiche adolescenziali, partendo dal presupposto, dimostratosi fallimentare, che l’educazione e l’apprendimento siano un processo ludico e non impegnativo, essendo possibile imparare senza sforzo e con la minima attenzione. Lo studio può essere sostituito da offerte extracurriculari con l’adozione del “didatticume progressista” che considera nozionismo inutile la necessità di conoscere l’ortografia, la sintassi, le tabelline, la storia e le scienze. Troppo spesso le scuole aderiscono a progetti, anche costosi, condotti da” esperti” esterni, che in realtà si rivelano deludenti e per nulla efficaci. E se qualche docente si azzarda poi ad esprimere giudizi negativi nei confronti degli alunni, basterà sottoporlo ad una specie di processo nei consigli di classe per ricondurlo a più consoni comportamenti Infine, per gli insegnanti testardamente renitenti, vige l’opportunità del ricorso al Tar, voluto dai genitori con certa e sicura promozione per sentenza. In tale contesto le famiglie interessate a garantire per i loro figli un percorso formativo che valorizzi il merito e l'impegno si trovano in difficoltà ad individuare scuole che rispondano a questi requisiti. La soluzione si potrebbe trovare, come avviene in molti Paesi europei, all'interno di un sistema che preveda un pluralismo di strutture scolastiche finanziate e controllate dallo Stato, ma con ampia autonomia pedagogica. Se poi si avesse il coraggio di abolire il valore legale del titolo di studio emergerebbero chiaramente le scuole serie rispetto agli istituti in cui prevale il lassismo. Le famiglie e gli allievi potrebbero così optare per percorsi in cui risulta prioritaria l'acquisizione di solide basi e competenze all'interno di un processo educativo chiaramente definito. Concludo invitandola a regalare ai suoi consulenti il libro “Elogio della disciplina”del filosofo tedesco Bernhard Bueb che ha constatato il totale fallimento dei metodi educativi libertari caratterizzanti la pedagogia dopo il Sessantotto. Bueb, per trent’anni direttore di un prestigioso collegio tedesco, attingendo alla sua esperienza di educatore e padre, in questo saggio offre un contributo originale e provocatorio: la libertà non è solo indipendenza, né arbitrio e genitori e insegnanti devono ricercare un equilibrio tra intransigenza e amore, giustizia e bontà, controllo e fiducia. La vera autorità non incute paura, ma anzi genera sicurezza; al contrario, la mancanza di punti fermi rende gli adolescenti di oggi disorientati e insicuri. Sarebbe opportuno che genitori, docenti,dirigenti scolastici e  politici riflettessero sulle conseguenze devastanti che il permissivismo ha provocato nella scuola e nella famiglia, riscoprendo scelte educative che aiutino i ragazzi a conoscere se stessi e il mondo, per vivere con pienezza e serenità la loro esistenza. BRUNO CASSINARI (Piacenza)
rosario nicoletti
04/06/08 13:23
molte perplessità
Confesso che l’articolo mi lascia perplesso: non condivido affatto l’idea che la scuola debba farsi carico – in toto – dell’educazione dei ragazzi. Si parla con disinvoltura dell’educazione civica, e fin qui si può essere d’accordo per la convergenza di questo tipo di educazione con la storia e la civiltà del Paese. Si passa poi all’educazione ambientale: non so di che si tratta, ma se con questo si intende promuovere la raccolta differenziata o invitare a non buttare cartacce a terra penso che questo sia compito delle famiglie; così come penso che lo stesso debba avvenire per i principi di igiene e pulizia personale. Si sente parlare anche di “educazione stradale” da impartire nelle scuole. Sono tutte magnifiche idee, ma in contrasto con le ore limitate a disposizione e con la mancanza di persone adatte ad impartire questi insegnamenti, a meno che non ci si accontenti dei soliti stupidi belati (politicamente corretti) che vengono diffusi dai mezzi di comunicazione. Le ore di scuola sono molto scarse, e devono essere utilizzate, pena lo scadimento che è sotto gli occhi di tutti, ad insegnare a “leggere, scrivere e far di conto”. Cose che i ragazzi di oggi non sanno più fare: metà dei quindicenni non capisce il significato di un semplice testo. Nell’articolo si parla delle intenzioni del Ministro di “affrontare i temi più caldi partendo dal fare una 'fotografia' dei giovani e delle loro abitudini per passare alla comprensione dei motivi che li spingono a comportamenti sregolati e scorretti”. Non credo che ci sia nulla da fotografare o da capire: bullismo e maleducazione sono sempre esistiti. La differenza consiste nel fatto - semplicissimo – che questi comportamenti venivano repressi nelle famiglie e nelle scuole. Oggi si svolge una elegante discussione su chi debba educare, e se la scuola prova ad interferire nelle libertà di qualche giovane bulletto, si scatenano genitori, stampa, tribunali per mettere in riga l’”educatore” riottoso. Il quale “tiene famiglia” e si guarda bene dall’insistere nella sua “devianza”.
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