Prendendo in prestito il titolo di un famoso film di storia e calcio, quella avvenuta in Kenya tempo fa può essere essere descritta come una “Fuga per la vittoria”. Ma, a differenza degli eventi narrati nella pellicola di John Huston, non c’è nulla di eroico nella vicenda dei dodici calciatori della nazionale eritrea che il 12 dicembre scorso non si sono presentati all’imbarco del volo che da Nairobi li avrebbe dovuti riportare in patria, dopo che erano stati estromessi dalla Cecafa Cup. Di loro nessuna traccia: spariti nel nulla. Questa a dire il vero, più che per la vittoria, è la fuga da un incubo e verso una vita dignitosa, quella che nella loro terra gli è negata.
L’episodio non sorprende più di tanto. Quello eritreo è da tempo un popolo che scappa: pur contando solo quattro milioni di abitanti, è il secondo paese per numero di richieste di asilo politico. Il motivo di questa migrazione forzata sta nella dittatura del presidente Isaias Afwerki, eroe della lotta di indipendenza dall’Etiopia, conseguita nel 1993, che da uomo amato dal popolo si è trasformato in un temuto dittatore. Una prigione, ecco cos’è oggi il paese del Corno d’Africa. Il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, il partito del Presidente, controlla praticamente ogni aspetto della vita quotidiana. La polizia e i servizi segreti spiano e fanno spiare chiunque e la cultura del sospetto, del nemico interno o esterno che sia, è stata instillata in ogni cittadino. Vietati i giornali indipendenti, i partiti di opposizione, le organizzazioni religiose non registrate. Se a questo si aggiunge che l’economia eritrea è al collasso, il quadro non ha bisogno di ulteriori commenti.
E’ da questa realtà che sono fuggiti i 12 calciatori e non sono bastate le parole del ministro dell’informazione eritrea Ali Abdu che, in caso di rientro in patria, ha promesso loro una “buona accoglienza” malgrado abbiano “tradito”. “Questo è il loro paese. Hanno il diritto di vivere e lavorare qui se vi faranno rientro”. Parole alle quali è difficile credere e che, comunque, sono cadute nel vuoto. I nazionali avevano già da tempo contattato il Refugee Consortium of Kenya, un’organizzazione no profit che offre un primo aiuto in casi del genere e procura l’assistenza legale necessaria per dichiararsi rifugiati. Il passo successivo è stato il contatto con l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Dal momento che sono entrati in Kenya con i visti, che gli autorizzano a restare nello Stato africano per tre mesi senza essere sottoposti ad alcun vincolo di legge, ora hanno 90 giorni di tempo per completare l’iter necessario a ricevere lo status di rifugiati politici.
Le notizie di fughe e richieste di asilo da parte di atleti solleticano molto di più i media e l’opinione pubblica di quanto facciano i tanti casi che quotidianamente avvengono a tutte le latitudini. Nell’immaginario gli sportivi sono entrati a far parte della categoria degli eroi contemporanei. Esempi di forza, volontà e sacrificio, il cui obiettivo supremo è la vittoria. Se poi vestono anche i panni delle rispettive nazionali, diventano (loro malgrado) incarnazione stessa delle patrie virtù. E’ per questo motivo che le loro diserzioni si trasformano in uno schiaffo in faccia al proprio paese e, soprattutto, gettano il discredito sui poteri che lo guidano. E’ un atto estremo di ribellione e delegittimazione.
L’episodio più famoso in tal senso è probabilmente quello di Nadia Comăneci, la ginnasta rumena che a soli 14 anni, stupì il mondo quando alle Olimpiadi di Montreal del 1976, vinse tre medaglie d'oro, un argento e un bronzo, diventando anche la prima atleta nella storia a conseguire nei Giochi a cinque cerchi il punteggio massimo, “10”. Divenuta una celebrità in patria, nel 1989 riparò negli Stati Uniti sfuggendo alla dittatura di Nicolae Ceauşescu. Come lei, furono molti gli atleti che abbandonarono i paesi dell’ex blocco sovietico e, ancora oggi, sono tanti gli sportivi che continuano a lasciare paesi dove guerre e dittature rendono la vita impossibile.
Ai XVIII giochi del Commonwealth, che nel 2006 si sono tenuti a Melburne in Australia, nell’arco di pochi giorni scomparvero 14 atleti della Sierra Leone, un atleta della Tanzania, uno del Bangladesh. Stessa cosa avvenne durante i Giochi di Manchester 2002 quando si persero le tracce di ventuno atleti della Sierra Leone, cinque del Bangladesh e uno del Pakistan. Ottanta casi simili si verificarono durante le Olimpiadi di Sydney del 2000.
Il caso più noto di un’atleta rifugiato nel nostro paese è quello della pallavolista cubana Tai Agüero, oggi stella della nostra nazionale di volley. Nel 2001 mentre si trova in Svizzera con la nazionale cubana, Agüero decise di fuggire in Italia, ottenendo poi la nostra cittadinanza. Una storia la sua salita alla ribalta delle cronache, commuovendo il mondo, nell’agosto del 2008. Mentre era con la nazionale azzurra a Pechino, dove si svolgevano i XXIX Giochi Olimpici, la madre, già malata, subisce un peggioramento e muore a Cuba. L’atleta decide di mollare tutto e partire alla volta di L’Avana ma, malgrado ogni sforzo della diplomazia, le autorità cubane concedono in ritardo il visto di ingresso e Agüero non può vedere la madre per l’ultima volta.

