Attorno alla complessa personalità di Ernst Jünger (1895-1998) e alla sua opera è in corso da anni in Germania un serio tentativo di ricomprensione: l’immagine che sembra ormai prevalere è quella del “sismografo” (l’espressione è sua), cioè di colui che col proprio lavoro ha registrato il terremoto che ha sconvolto l’Europa del primo Novecento. Segnali di “disgelo” rispetto alla sua memoria sono arrivati anche da importanti istituzioni culturali pubbliche. Ulrich Raulff, direttore dell’Archivio Letterario Tedesco (DLA), di Marbach, dove si conserva il cospicuo lascito dello scrittore di Heidelberg, ha espresso di recente il pieno sostegno perfino all’urgente opera di risanamento della jüngeriana foresteria-museo di Wilflingen.
Il diario che viene ora proposto in Italia da Guanda (La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione, 1945-1948, trad. di Alessandra Iadicicco, Milano 2009, p. 279, € 20,00) è l’ultimo dei sei che Jünger scrisse a partire dal 18 febbraio 1941, da quando cioè si trovava come ufficiale della Wehrmacht nella Parigi occupata dalle truppe tedesche. Scritto quasi per intero a Kirchhorst, un piccolo paese della Bassa Sassonia, con intorno la Germania della resa incondizionata, delle città ridotte a cumuli di macerie, questo diario lo si potrebbe ridurre a tentativo di superamento “a caldo”, attraverso una nuova lingua (intesa come nuova patria), del senso di colpa gravante sull’intero popolo tedesco. Così ha fatto, per esempio, Roul Calzoni, per “Alias”. Su questo tema Jünger, in realtà, più che proclamare certezze, pone domande: “La tesi della colpa collettiva ha due diramazioni che corrono l’una accanto all’altra. Il vinto può dirsi: devo sopportare per mio fratello e la sua colpa. Per il vincitore essa costituisce il preliminare pratico prima del saccheggio indifferenziato. Passata quella soglia, può emergere un interrogativo pericoloso: il fratello aveva poi proprio torto?”
E comunque questo libro è molto di più. È “una grande biblioteca di memorie”, anzitutto. È contemplazione ammirata della natura (“Il maggiociondolo è in fiore, una fonte che zampilla dalla sovrabbondanza del mondo”). È cronaca dei saccheggi delle truppe d’occupazione, ma è anche rispetto, da buon soldato quale Jünger era stato, per i vincitori. È ossessiva e dettagliata raccolta di narrazioni sulle violenze subite dalle donne tedesche nelle regioni orientali (tra l’altro cita “l’appello di un piromane assassino di nome Ehrenburg all’Armata Rossa, nel quale si dice che non si dovrebbe risparmiare neanche il figlio del ventre della madre”). È riflessione politica appassionata (“Il movimento dall’estrema sinistra alla destra porta con sé una maggiore realtà e una maggiore conoscenza dei principi fondamentali della politica di quanto non faccia il cambiamento inverso, che, invece, comporta maggiori difficoltà nel rimuovere luoghi comuni”). È ricordo delle allettanti offerte ricevute, e rifiutate, da Goebbels in cambio di una sua adesione al nazismo (“Meglio dei ponti d’oro sono i ponti che conducono in terre dorate. E invece l’altra riva era così buia, così inquietante”).
E “terre dorate” sono quelle cui lo conduce la lettura della Bibbia (che accosta a quella di un’infinità di altri libri, su tutti opere di Dostoevskij, Schopenhauer, Bloy, Valery, Le mille e una notte). Del resto, se Jünger ha scelto una citazione dal Libro di Isaia come titolo per questo suo diario è proprio perché riconobbe come la lettura del Vecchio e del Nuovo Testamento, dopo la catastrofe, rappresentasse la sola strada della vera speranza. Tanto più che la sua è una lettura senza alcuna particolare pretesa esegetica: “Un sarto, un giardiniere, un contadino, un pescatore possono essere più vicini al testo e attingere alle sue sorgenti più profonde, non certo in virtù della loro professione, bensì della loro ingenua freschezza. […] La fatica di Sisifo degli eruditi della Scrittura, invece, che porta nel vuoto su strade sempre più sottili, andrà dispersa”. Le pagine di questo diario, al di là delle contingenze dolorose, finiscono così con l’essere anzitutto una mirabile testimonianza di un tratto decisivo di quel percorso che porterà Jünger fino a quel 26 settembre 1996, nella chiesa di San Giovanni Nepomuceto di Wilflingen, cioè lì dove visse la propria, definitiva conversione al cattolicesimo.

