Nel suo intervento a Capri, al convegno organizzato dai giovani della Confindustria, il ministro dell’economia ha sciorinato una serie di giudizi sulla storia risorgimentale che lascerebbero perplessi la gran parte degli studiosi dell’argomento. Tremonti ha parlato di conquista del sud, di unificazione fatta con le baionette, di meridione penalizzato economicamente dal processo risorgimentale. Si tratta di banalità pseudostoriche. Il meridione non fu conquistato; la spedizione dei Mille in Sicilia fu sollecitata dai patrioti isolani. Francesco Crispi spese molte energie per preparare il terreno all’arrivo di Garibaldi. La monarchia borbonica, come accade a tutti i regimi autoritari che non conoscono il circuito virtuoso del goverment by discussion, era incapace di riformarsi, come apparve evidente nel 1848 e come risultò ancora più chiaro al momento della seconda guerra d’indipendenza. Il regno meridionale s’infranse al primo urto dei volontari in camicia rossa. Riguardo all’annessione, non ci fu nessuna conquista regia, ma fu il generale genovese, convinto da tempo dell’opportunità di collaborare con la dirigenza del regno sardo (dove c’era un regime costituzional-parlamentare), a favorire il processo di unificazione italiana.
Quanto alla presunta penalizzazione economica, occorre ricordare che il regno delle Due Sicilie era in condizioni di totale arretratezza tanto sotto il profilo delle infrastrutture (la famosa ferrovia Napoli-Portici, lunga una decina di chilometri, era proprietà privata del sovrano); che sotto quello della capacità economica (le poche fabbriche meridionali erano industrie assistite che lavoravano sulla base di commesse statali, ma erano del tutto incapaci di sopravvivere in un mercato aperto). Un discorso diverso si può fare, forse, per il decennio finale dell’Ottocento. Dopo il 1887 la politica tariffaria dei governi, volta a favorire lo sviluppo economico delle industrie settentrionali, penalizzò l’agricoltura meridionale. Ma si tratta di una diversa stagione politica, che va valutata sulla base di altri parametri.
D’altra parte, questi luoghi comuni sono un retaggio della egemonia culturale del partito comunista. All’indomani del dopoguerra gli storici legati alla sinistra, sulla scorta di alcune considerazioni di Gramsci, produssero una vulgata che presentava il risorgimento come una rivoluzione contadina soffocata e repressa dalla forza per accondiscendere agli interessi del capitale. Questa tesi storiografica, confutata da alcuni magistrali interventi di Rosario Romeo negli anni cinquanta del secolo scorso, rispuntava in versione estremista dopo il sessantotto. "L’unità d’Italia come nascita di una colonia", il "sottosviluppo del mezzogiorno come necessaria conseguenza dello sviluppo del nord", questi gli slogan che riassumevano le tesi della nuova sinistra, dove alle suggestioni gramsciane si mescolava Rosa Luxemburg. Si tratta di un arsenale polemico che, ripetuto per decenni, è diventato una sorta di senso comune, offrendo un serbatoio di argomenti anche alle tesi di altre parti politiche. In particolare a quelle del nord oberato da tasse, che ha trovato espressione politica nel movimento leghista. I giudizi di Tremonti si possono riportare a questa temperie, ma non sono essenziali per apprezzare il senso politico del suo intervento, che è stato di tutt’altro tenore. Un uomo politico, soprattutto un uomo politico di governo, va giudicato per le misure che propone e che mette in essere più che per le opinioni storiche o sociologiche con cui le presenta.
Il ministro dell’economia ha ricordato, e siamo nel campo della considerazione cronaca e non della storia, che l’esperienza oramai quarantennale, delle regioni nel sud d’Italia ha "rappresentato un fattore di arretramento". Ha sottolineato che "la questione meridionale è nazionale o non è, non può essere regionale". Passando al campo delle proposte operative ha parlato di sgravi fiscali per favorire l’iniziativa privata. Soprattutto, poi, ha correttamente impostato la questione del ruolo che tocca al governo centrale. Lo Stato non deve farsi imprenditore, ma deve fare lo Stato, svolgendo pochi essenziali compiti: "opere pubbliche, legge e ordine". Si tratta di una visione realistica e sensata del problema meridionale. C’è da auspicare che l’attività del governo segua con decisione le linee sommariamente indicate da Tremonti. Se il retroterra storico che le inquadra non è soddisfacente pazienza. Sarà compito degli storici moltiplicare gli sforzi di chiarificazione per imporre una lettura dell’unità italiana meno mitologica e più aderente ai fatti.


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