Giovedì 24 Maggio 2012
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La prima volta che...

Tutte le statistiche di una vittoria annunciata

5 Novembre 2008
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Sarebbe stato comunque un risultato storico: se così avremmo il primo presidente degli Stati Uniti nero e il primo vicepresidente cattolico; nell’altro caso avremmo avuto il primo vicepresidente donna e il secondo presidente a essere stato prigioniero di guerra dai tempi di Andrew Jackson. E comunque, con Obama nato nelle Hawaii e McCain nella Zona del Canale di Panama sarebbe stata la prima volta di un presidente non nato nel territorio nord-americano.

Statistiche a parte, è pure forte l’immagine del figlio di un immigrato di colore che diventa leader della prima potenza mondiale. Come che vada, il tradizionale bagaglio dell’antiamericanismo ha per lo meno perso alcuni importanti argomenti polemici. Non è però un risultato inedito. Anche il presidente francese Sarkozy è figlio di un immigrato; il sindaco di Londra Boris Johnson aveva un bisnonno turco; da Angela Merkel a Michelle Bachelet e da Cristina Kirchner a Yulia Tymoshenko i capi di governo donna sono ormai legione; prima l’indio quechua peruviano Alejandro Toledo e poi l’indio boliviano di origini miste aymara-quechua-uru Evo Morales sono diventati presidenti dei rispettivi Paesi; e in Olanda Rotterdam ha appena eletto il suo primo sindaco musulmano. Il presidente brasiliano Lula la settimana prima del voto aveva detto che la vittoria di Barack Obama sarebbe stata l’estensione agli Stati Uniti della cosiddetta “ondata a sinistra” che negli ultimi anni ha investito il continente americano (e che peraltro a partire dagli ultimi risultati amministrativi in Cile e nello stesso Brasile sta per lasciare il posto a una contro-ondata di destra). Ma la verità è che, con mille problemi, il processo di approfondimento della democrazia sta avendo luogo a livello mondiale: anche come sviluppo di quella campagna di “esportazione della democrazia” che a George W. Bush è stata tanto rimproverata.    

Se il personaggio è di una novità travolgente, però, non è che in realtà i dati elettorali in sé che stanno affluendo siano altrettanto storici. Specie se si considera che dopo otto anni di George W. Bush e per lo più in un clima di crisi economica epocale una certa voglia di cambiare può essere considerata fisiologica. In termini di Grandi Elettori, in particolare, è finita con 338 per Obama contro 158 per McCain. È più di quanto George W. Bush abbia mai ottenuto, dal momento che vinse 271-266 nel 2000 e 286-252 nel 2004. Ma Clinton aveva ottenuto  370 nel 1992 e 379 nel 1996; George Bush padre aveva vinto con 426; Reagan aveva veleggiato su 489 nel 1980 e 525 nel 1984, e bisogna tornare addirittura a Jimmy Carter per avere un presidente democratico con una vittoria meno netta: 297 a 240. Teniamo poi conto del particolare che il meccanismo che dà tutti i Grandi Elettori di uno Stato al vincitore come tutti i sistemi di tipo maggioritario ha un effetto distorsivo del voto popolare. In effetti, come percentuale è andata 51,7 a 47,1: più o meno quanto aveva avuto George W. Bush nel 2004, e con un vantaggio sensibilmente minore a quello indicato dalla gran parte dei sondaggi. Insomma, se non gli fosse capitata la crisi dei subprime tra capo e collo o se avesse avuto più tempo per recuperare, probabilmente McCain ce l’avrebbe fatta.

Minima anche l’avanzata democratica in termini di governatori, dei quali peraltro se ne rinnovavano solo 11 su 50: da 28 a 22 per i democratici si dovrebbe passare a 29-21. Mentre più importanti sono i guadagni al Congresso, che permetteranno a Obama di governare con una certa scioltezza. Alla Camera si passa infatti da 233 democratici contro 202 repubblicani ad almeno 245 a 162: 28 seggi ancora da decidere al momento in cui scriviamo, e che potrebbero stabilire se i democratici tornano effettivamente ai livelli tra i 253 e i 269 seggi che ebbero tra 1983 e 1995. Al Senato da 49 democratici contro 49 repubblicani e due indipendenti si passa a 54 democratici contro 40 repubblicani: se si aggiudicassero tutti i 6 seggi di cui devono ancora pervenire i risultati arriverebbero ai 60 eletti che permetterebbero di tagliar corto agli interventi ostruzionistici.  E se 55 senatori li avevano anche i repubblicani tra 2005 e 2007, per oltrepassare quota 60 bisognerebbe tornare ai 61 che i democratici ebbero tra 1975 e 1979, in epoca post-Watergate. 

I politologi statunitensi dividono la storia del sistema politico Usa in cinque periodi. Il First Party System tra 1792 e 1824, vede il bipartitismo tra federalisti e democratici repubblicani. Il Second Party System, tra 1824 e 1857, vede invece il bipartitismo tra democratici e whigs. Nel Third Party System, tra 1857 e 1896, si impone il bipartitismo democratici-repubblicani. Nel Fourth Party System, tra 1896 e 1932, vede sempre repubblicani e democratici come protagonisti, ma con il dibattito che si sposta dalle eredità della Guerra Civile ai problemi più specifici del XX secolo. Infine il Fifth Party Sytem, iniziato nel 1932 nel New Deal, in cui democratici e repubblicani si assestano definitivamente come una sinistra liberal e più statalista e una destra conservatrice e più liberista. C’è dibattito se per lo meno dagli anni ’60 l’integrazione razziale e il superamento del vecchio modello culturale a predominanza Wasp (White, Anglo-Saxon, Protestant) non abbia dato inizio a un Sixth Party System, di cui in futuro gli storici potrebbero discutere se farlo iniziare con l’elezione del cattolico Kennedy nel 1960 o con quella del negro Obama bel 2008. Se però consideriamo il “Quinto Sistema” come mai finito, vediamo che su 75 anni per ben 34 c’è stata omogeneità tra presidente, Senato e Camera tutti democratici: contro 20 anni di presidente repubblicano e Congresso democratico; 8 di presidente e Senato repubblicani e Camera democratica; 6 di presidente democratico e Congresso repubblicano; 3 di Presidente e Congresso repubblicano; 2 a testa per le combinazioni presidente e Senato democratico-Camera repubblicana, Presidente e Camera repubblicana-Senato democratico, presidente repubblicano, Camera democratica e Senato senza maggioranza; per un anno si è avuto presidente e Camera repubblicani e Senato senza maggioranza. Insomma, più che un cambio storico in questo momento il risultato dei democratici con Obama rappresenta piuttosto un ritorno alle radici del Quinto Sistema. Nato d’altronde anch’esso dopo una grande crisi economica.    

 

 

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