Venerdì 10 Febbraio 2012
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Water Passion, after Saint Matthew

Tutti pazzi per Tan Dun!

21 Settembre 2008
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La stagione dei festival estivi ed autunnali – è in corso del Festival del BelCanto a Roma (12-29 settembre) e sta per aprirsi il Festival Verdi a Parma (1-28 ottobre) – termina con uno spettacolo del tutto straordinario, nel senso etimologico di “fuori dall’ordinario”, e strepitoso , sempre nel senso etimologico dello strepito che ha chiamato nella piccola Rimini e nel semi-distrutto complesso degli Agostiniani critici musicali e teatrali da tutto il mondo: la prima esecuzione scenica di “Water Passion, after Saint Matthew” (“La Passione sull’acqua, secondo San Matteo") di Tan Dun con scene, costumi e regia di Denis Krief e due interpreti vocali, Caroline Stein e Federico Sacchi già affermati nei principali teatri lirici europei.

Al grande pubblico, Tan Dun è noto per musiche da film, che gli hanno fruttato un Premio Oscar e per le musiche di musical per le quali ha avuto un Grammy (l’Oscar di Broadway). E’ finito alla ribalta della stampa d’informazione per il suo ruolo di direttore musicale delle Olimpiadi di Pechino (pur se vive principalmente negli Usa – ma anche una residenza a Shangai). Nato nel 1957, in un piccolo villaggio dello Changsha apprende dallo “shimao”, il leader religioso locale, le regole ancestrali delle musica eseguita con pietre ed acqua. Ancora bambino, finisce in un campo di lavoro durante la “rivoluzione culturale”. Ne scappa per il naufragio, con perdita di vite umane, di una compagnia d’opera. Da bracciante in risaia, diventa mozzo. La compagnia lo apprezza e lo invia a studiare al conservatorio di Pechino. Nel 1985 – grazie all’apertura della Cina al resto del mondo -  arriva, con una borsa di studio, a Columbia University dove  scopre la sperimentazione e la live electronics con Philip Glass, John Cage, Meredith Monk, Stev Reich.  Sviluppa uno stile proprio in cui fonde quanto appreso dalla “shimao” (la musica organica) con il classicismo occidentale che permeava il Conservatorio di Pechino  e lo sperimentalismo.

La “Water Passion” è uno dei frutti più completi di tale fusione di stili e di generi.  Nasce da una commissione dell’accademia internazionale bachiana di Stoccarda per commemorare i 250 anni dalla nascita di Bach (Tan Dun ricorda che “Bach” in tedesco vuole dire piccolo fiume): una riscrittura in chiave moderna della “Passione secondo Matteo” di Bach . Da allora, la composizione gira per il mondo in sale da concerto. E’ la piccola ma grande Sagra Malatestiana di Rimini che ha scelto di metterla in scena come un dramma in musica.

L’organico non prevede un’orchestra vera e propria, ma un ensemble di percussionisti (che suonano su vasche d’acqua, della forma di grandi insalatiere – 17 disposte a forma di croce nella versione originale), un violino, un violoncello, un coro,  un soprano da coloratura ed un basso d’agilità. Non mancano, naturalmente, sintetizzatori elettronici per meglio collegare i percussionisti e le vasche d’acqua ed amplificazione per dare un suono stereofonico alla musica dell’acqua accarezzata dalle mani degli esecutori e dello strofinio di pietre nella scena della notte in cui San Pietro rinnega Gesù. La musica organica dell’acqua (di volta in volta accarezzata, sbattuta, sfiorata) accompagna i vari momenti del testo, dal battesimo (necessariamente nell’acqua) alla resurrezione (anche essa esaltata dalle acque). Ai due solisti si richiede una vocalità virtuosistica: il soprano raggiunge tonalità altissime (toccate unicamente dalla musica barocca), il basso deve coniugare una vocalità occidentale con suoni mongoli. In quarto luogo, il violinista ed il violincellista devono piroettare alla Paganini. Al coro si richiede di viaggiare da momenti che richiamano il canto gregoriano ad altri derivanti invece dal misticismo tibetano. E Bach? Emerge dalle acque, dai solisti, dal coro e dalla live eletronics tramite allusioni e citazioni. Tan Dun afferma che la sua intenzione era quella di creare una Passione che fosse compresa dal pubblico di oggi ma restasse rigorosamente nei binari fissati da San Matteo.

Veniamo all’esecuzione, Denis Krief, regista italo tunisino (ha studiato sia dalle suore francesi che dall’iman) residente a Roma ma operante in tutto il mondo, ha avuto un’idea geniale. La scena è in verticale: tre piani, ciascuno con sette “stanze”, in breve una Passione ispirata al visivo degli affreschi giotteschi della Cappella degli Scrovegni. Altra idea geniale (i budget super ristretti fanno lavorare il cervello): nessun cenno alla Roma di cartapesta dello Cinecittà Anni 50, ma costumi ed attrezzeria nello stile dell’inizio del XX secolo -  acquistati da robivecchi (i costumi costano mediamente € 30 l’uno). E’ una “Passione” romagnola in cui si avverte anche il visivo di Pellizza da Volpedo (nella scena dell’Orto di Getsemani). I due solisti strumentali sono al terzo piano (per così dire) dell’impianto scenico. Le vasche d’acqua circondano gli spettatori anche e soprattutto musicalmente. Proiezioni alternano acqua, fuoco ed ulivi e mostrano grandi città nella scena delle Tentazioni nel Deserto. Il realismo visionario viene accentuato dalla presenza, in scena, di un vero gallo nella scena della notte al tribunale ebraico.
Il testo originale in inglese e la sua traduzione in italiano sono proiettati in sovratitoli.

Fedelissima alle parole del Vangelo, la Water Passion viene letta come un libro giallo, pieno di azione, dal Battesimo alla Resurrezione. Caroline Stein, interprete favorita da Claudio Abbado e sovente nei maggiori Festival e Federico Sacchi, un basso di agilità protagonista di scene europee e non solo ma che vorremmo vedere più spesso in Italia, interpretano vari ruoli - l’Evangelista, Gesù, il Diavolo, Giuda, San Pietro e così via- dando sfoggio di grandi capacità vocali e di recitazione. Eccellente il coro (anche come ensemble di attori) guidato Elena Sartori. Le percussioni, le tastiere elettroniche, l’acqua e le pietre sono affidate al Nextime Ensemble diretto da Stefano Celeghin. Novanta minuti, senza intervallo, di grande tensione. Tra i presenti, molti hanno avuto la sensazione che questa è l’opera del futuro.
Un suggerimento al Direttore Artistico dell’Opera di Roma: lo porti al Nazionale e riporti Krief (che all’Opera ha già creato un superbo, pur se low cost, “A Midsummer Night Dream” di Britten) al teatro della capitale.
 

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