Ultimi scampoli. Sabato giornata di “chiusure”. A me toccano Montevarchi e Arezzo. Si teme per il tempo, claudicante come se anche lui, giunto alla fine di un periodo massacrante, non ne potesse più. Molta agitazione tra gli organizzatori delle ultime manifestazioni, ma li riesco a tranquillizzare con una considerazione: quella del tempo atmosferico è l’unica par condicio che funziona. Se pioverà per noi, pioverà anche per loro!
Ultimi scampoli. Beppe mi comunica che un piccolo gruppo di amici da lui contattati – poco più della tradizionale sporca mezza dozzina - ha versato un contributo per la mia campagna elettorale. Il pensiero mi commuove. In questi giorni non sono riuscito a sentire nessuno, anche perché convinto che quel che facessi interessasse soprattutto me. D’un tratto avverto sostegno, solidarietà umana e anche, più forte, la responsabilità. Gianni, evidentemente, sapeva tutto. Quando c’era da affrontare una spesa imprevista, io gli chiedevo: ma quanto ci costa? E lui mi rispondeva “tu non ti preoccupare”. Io abbozzavo, anche per non fare la parte del tirchio. Però un po’ mi preoccupavo.
Ultimi scampoli. Ad Arezzo si fa visita alle categorie produttive, industriali e agricoltori. E’ un modo per ringraziarli dell’interlocuzione ricevuta e, soprattutto, d’assumere ufficialmente l’impegno a non sparire. Ci rechiamo in una fattoria-modello alle porte della città. E’ una storia esemplare. Negli anni sessanta i vecchi mezzadri divengono salariati e da allora, innovazione dopo innovazione, l’azienda, commercializzando direttamente i suoi prodotti, riesce a restare sul mercato. E ad aumentare, gradatamente, il numero dei suoi dipendenti fino a portarlo ad 80. L’avversione sociale delle istituzioni non per questo viene meno ma, d’altra parte, la contraddizione resiste e si accresce. Se un giorno la Toscana cambierà volto, sarà anche per questi pionieri.
Ultimi scampoli. Il clima agreste ci porta a parlare d’arance. Maurizio D’Ettore che tra gli altri mi accompagna e che ormai ha con questo diario un rapporto interattivo (ad ogni cosa che ci accade, mi domanda preoccupato “ma non è che domani lo scrivi?”), mi promette di mandarmene un camioncino di quelle calabre (mi convinco definitivamente: è più calabro che toscano!). Penso: “ecco, dopo il carcere di Pisa, ora sono arrivate anche le arance”.
Ultimi scampoli. A Montevarchi chiusura con Bianconi, accanto a una vecchia Ape sulla quale sono montate le trombe. In piazza, sotto le finestre del sindaco, circa 100 persone. Chiusura tenera. Ad Arezzo ancora con Bianconi. In piazza, dopo un buon aperitivo, ancora poco più di 100 persone. Dopo che ne abbiamo dette tante per un mese sono venuti solo quelli impegnati nella campagna che non avranno da domani il problema di garantire la presenza nei seggi. E’ giusto che sia così. Chiusura doverosa.
Ultimi scampoli. Si va a Firenze per riunirsi con gli altri, che confluiscono dalle altre “chiusure” sparse nella regione. Giove pluvio qui è meno clemente. Piove e la temperatura è più fredda. Piazza della Repubblica, con pizza, mozzarella di bufala e tendoni, sembra addobbata a Festa dell’Unità: sarà l’animo comunista del Verdini che, infine, si manifesta. Arrivo quando i discorsi si stanno esaurendo, giusto in tempo per ascoltare Elio Vito gridare “viva il Popolo della Libertà”. Poi si accende il maxi-schermo in attesa di Berlusconi a Matrix e gli ombrelli s’infittiscono. Ogni gol del capo è una piccola ovazione. Più che la fine della campagna elettorale, sembra capodanno. Si attende il conto alla rovescia che sancisca la fine e un nuovo inizio.
Ultimi scampoli. In piazza, mentre mi muovo tra la gente un po’ ciondolante (è la mia andatura tipica ma alla fine della campagna il ciondolamento è decisamente più pronunziato), incontro mia moglie con i miei cugini. E’ una gradita sorpresa. Non sapevo venissero. Un altro stadio del ritorno a casa. Stamattina alla rituale richiesta di come stessero le bambine, mi aveva risposto: “iniziano ad avere nostalgia del papà”. Ed io avevo commentato: “Finalmente!”. Quando le rivedrò, però, saprò cosa dire loro. Anna Elisa qualche giorno fa al telefono, dopo che le avevo raccontato le mie giornate, mi aveva chiesto: “Papà, ma tutto questo serve a qualcosa?”. Ero rimasto meravigliato della sagacia e perplesso. Nei giorni seguenti ci ho pensato non poco. Ora che tutto è finito, anche prima di conoscere i risultati, potrò risponderle: “Si, a qualcosa è servito”.


Complimenti!