"Stranezze del mercato del lavoro". Stringato ed efficace il commento di Giuliano Cazzola – uno dei massimi esperti di lavoro e previdenza, attualmente vicepresidente dalla Commissione Lavoro alla Camera – ai dati Istat pubblicati ieri sull’occupazione in Italia. Per il Deputato del Pdl le cose non vanno male, perché "il tasso di disoccupazione è ancora al di sotto della media europea". Ma avverte "non c’è da stare particolarmente tranquilli: anche se si consoliderà la ripresa economica, non vi saranno dei riflessi immediati sull’occupazione perché le imprese dovranno in prima battuta saturare l’orario di lavoro dei dipendenti in cassa integrazione".
Ma vediamo i dati. Le stime, provvisorie, diffuse ieri dall’Istat riguardano i principali indicatori del mercato del lavoro con riferimento al mese di luglio 2010. La disoccupazione è stabile, sul breve periodo, non essendo né aumentata né diminuita rispetto al mese di giugno. Sull’orizzonte più lungo cresce poco. Rispetto a un anno fa, infatti, è aumentata di mezzo punto percentuale. Il che vuol dire, in termini pratici, che dal mese di luglio 2009 al mese di luglio 2010 sono andati persi circa 172 mila posti di lavoro. Questa è, dunque, la variazione registrata nel numero degli occupati, ossia la diminuzione dello 0,7% su un anno (appunto di 172 mila posti) fissando a 22 milioni e 886 mila gli occupati a luglio 2010. Rispetto al mese di giugno la riduzione è stata di 18 mila unità, cioè dello 0,1%. Le persone in cerca di occupazione sono 2 milioni 105 mila, con la riduzione di 15 mila persone (– 0,7%) rispetto allo scorso mese di giugno e con un aumento di 121 mila persone rispetto al mese di luglio 2009 (+ 6,1%).
La notizia appare un’altra. A luglio 2010, il numero di persone che non lavorano e che né intendono farlo – gli inattivi tra i 15 e i 64 anni – è cresciuto di 76 mila unità rispetto al mese scorso e di 153 mila unità rispetto a luglio 2009. I maschi sono aumentati di 44 mila unità (93 mila su un anno), le donne di 31 mila unità (60 mila su un anno). E’ un dato che fa notizia perché, con la crisi e la conseguente caduta dell’occupazione che si è registrata negli ultimi anni, appare irrazionale e illogico rinunciare a ricercarsi un’occupazione, un posto di lavoro. Molto plausibilmente, il dato potrebbe nascondere forme di occupazione irregolare che, per quanto da ripugnare e perseguire, sono comunque segno di vitalità e ripresa dell’economia. Oppure… oppure deve trattarsi, appunto, di “stranezze del mercato del lavoro”, come sostiene Giuliano Cazzola.
Quando si parla di occupazione e di disoccupazione, secondo il vicepresidente della commissione lavoro, "occorre pensare anche al lavoro rifiutato". Questo l’interrogativo che pone Cazzola: "Come si spiega il fenomeno, in apparenza contraddittorio, di una disoccupazione che si qualifica sempre più come italiana e di un’occupazione con una forte presenza di stranieri?".
Chiediamo di spiegarsi meglio. Ci racconta e analizza, allora, di alcune ricerche sull’occupazione pubblicate nei giorni scorsi. "Secondo uno studio della Confartigianato - comincia Cazzola - il 18% dei giovani di fascia compresa tra i 15 e i 29 anni, ufficialmente non studia e non lavora. Si tratta di 908 mila persone, delle quali 641mila in età compresa tra 15 e 24 anni. Di questi giovani 'invisibili', i due terzi si trovano nel Mezzogiorno. Ma non esiste solo un problema occupazionale dei giovani", afferma Cazzola. Proseguendo, "la stessa Confartigianato ha stimato che, durante la crisi, ben 338mila adulti tra i 25 e i 54 anni siano usciti dalla forza di lavoro e di questi ben 160mila sono donne. Di queste coorti ben 230mila sono meridionali (il 68%) di cui 143mila uomini e 97mila donne".
E arriviamo al dunque. Il deputato del Pdl, infatti, fa notare che "mentre venivano diffusi questi dati, ampiamente rilanciati dai media a corto di notizie, il rapporto Excelsior-UnionCamere-ministero del lavoro forniva uno scenario sorprendentemente positivo sull’impiego dei lavoratori stranieri, profilando per l’anno in corso un incremento notevole della propensione delle imprese ad assumere immigrati". Cazzola aggiunge: "Dalle 158.600 unità assunte nel 2009 quest’anno si passerà a 181mila (di cui solo 75.200 stagionali). Questi 22.400 occupati in più interessano soprattutto le medie imprese, le aree del Nord Est e del Centro, i settori dei servizi (+16.400) e delle costruzioni (+5.400 pari a +40,1%). A livello regionale la Lombardia guida la classifica con quasi 20mila assunzioni di lavoratori non stagionali, seguita dal Lazio e dalla Emilia Romagna, ambedue con circa 13mila assunzioni. Altri dati interessanti riguardano la presenza di lavoratori stranieri in taluni lavori specifici prettamente italiani. Sono tanti, ad esempio, i pizzaioli stranieri. A Milano ci sono 119 pizzaioli egiziani a fronte di 31 campani e solo 10 napoletani".
Ecco, in conclusione, la domanda: "Come si spiegano questi fenomeni in apparenza contradditori di una disoccupazione che si qualifica sempre più come italiana e di una occupazione con una forte presenza di stranieri?". Fenomeno, peraltro, rilevato anche dal Cnel che, nel recente rapporto sul mercato del lavoro, prevede un incremento della occupazione straniera di oltre 1,3 milioni di unità nel prossimo decennio (quando usciranno dal mercato del lavoro 8 milioni di lavoratori a fronte di un effetto sostitutivo assai limitato, in conseguenza dei trend demografici).
Secondo Cazzola una risposta la fornisce Alberto Brambilla – presidente del Nucleo di valutazione della spesa pensionistica del ministero del lavoro – quando scrive su IlSole24Ore (17 agosto) che “il lavoro non può essere creato per decreto (frase tanto cara a Marco Biagi, ndr), è necessario che tutti si rimbocchino le maniche. E’ assurdo che oltre 500mila extra comunitari abbiano trovato lavoro e gli italiani siano sempre più disoccupati o cassintegrati". Dunque "occorre pensare anche al lavoro rifiutato", dice Cazzola. E in relazione all’occupazione straniera afferma che "ormai non si tratta più, e da tempo, delle mansioni richieste e imposte ai disperati di Rosarno, ma di impieghi regolari e regolarmente retribuiti anche nei settori più qualificati dell’industria manifatturiera, dove l’occupazione degli stranieri è ormai pari in percentuale a quella degli italiani, almeno nelle mansioni operaie".


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