Giovedì 24 Maggio 2012
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Contenimento e deterrenza non basteranno

Impossibile tenere sotto controllo
un Iran nucleare. Ecco perché

19 Dicembre 2009

L’Iran non mette fine al suo aggressivo programma di armamento nucleare e, fatta eccezione per un pugno di ostinati che continua a opporre resistenza, gran parte dell’amministrazione Obama sembra aver accettato questa realtà. Ufficialmente, Washington si è rassegnata a portare avanti una politica di contenimento che, come sostiene qualcuno, potrà limitare la capacità dell’Iran di proliferare, spargere terrore e – per dirla diversamente – strumentalizzare il fatto di divenire una potenza atomica. Ma è un errore credere che un Iran nucleare possa essere tenuto sotto controllo.

Il dibattito sul contenimento segue argomentazioni da Guerra Fredda: il prezzo di una rottura sarebbe troppo alto; il regime ha a cuore soltanto il potere, non l’uso delle armi; il contenimento risulterà cosa facile perché gli arabi hanno una tale paura dell’Iran che farebbero qualsiasi cosa per aiutarci; il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non ha il “dito sul bottone”. Nella realtà, però, tali ragionamenti sono inesatti o fuorvianti.

Il regime sciita di Teheran è molto più ferrato rispetto alle proprie controparti sunnite per quel che riguarda le aspirazioni al nucleare e il sostegno al terrorismo. E, da diligente studioso della storia, non ha difficoltà a rendersi conto che la comunità internazionale ha dispensato ben poche punizioni a chi trasgredisce sul nucleare. È probabile che Teheran si veda più sulle peste dell’India, una grande potenza i cui armamenti atomici sono ora riconosciuti e accettati, che su quelle della Corea del Nord, una “mattocrazia” priva di serie aspirazioni globali o d’influenza. Quei dirigenti iraniani che propugnano la fuoriuscita dal Trattato di non proliferazione nucleare lo fanno non perché vedono l’Iran trasformarsi nel “regno eremita” sciita, ma perché ritengono che la Persia non debba più essere tenuta a freno da potenze immobilistiche e dai loro altrettanto immobilistici trattati.

Stando ai fautori del contenimento e della deterrenza, l’Iran potrebbe finire per circondarsi di un gruppo di nazioni “con idee simili” inclini a far salire il prezzo dell’avventatezza politica. Un tale assurdo concetto ha le proprie fondamenta sui fragili giunchi dell’Europa, degli arabi e della loro profonda esitazione ad agire. E chi se la sentirebbe di biasimare la vicina Arabia? Incitata da potenze lontane a tagliar fuori gli iraniani dalla finanza e dal commercio, sospetta che il prossimo leader mondiale che metterà gli occhi su un Nobel per la pace potrebbe lasciarla sola a subirne le conseguenze.

Peggio ancora, la comune nozione di deterrenza è mal progettata per il regime di Teheran. Forse non è del tutto giusto suggerire che l’attuale leadership iraniana vesta un abito diverso da quello dei sovietici. Dopotutto ci viene spesso ricordato come per mezzo secolo la dottrina della mutually assured destruction, la garanzia di distruzione reciproca, abbia funzionato con l’Unione Sovietica. Ma persino i falchi più ferventi nutrono seri dubbi riguardo alla determinazione degli Stati Uniti a “obliterare totalmente” l’Iran nel caso – per dire - di un attacco ai danni d’Israele. E questo nonostante la minaccia lanciata a tale proposito da Hillary Clinton in qualità di candidato alla presidenza. Piuttosto, sono in molti a ritenere che la retorica più probabile nel caso in cui si verificasse un evento del genere sarebbe fatta dei soliti discorsi esitanti e disarticolati sulla “certezza”, le “provocazioni” e l’“escalation”. E se noi per primi qui a Washington la vediamo in questo modo, perché gli iraniani dovrebbero pensarla diversamente?

Altri addirittura mettono in ridicolo l’idea che un leader iraniano dotato di senso della responsabilità potrebbe esporsi al rischio di utilizzare o cedere armi o tecnologia nucleare. Ci dicono che Ahmadinejad (che i più ritengono abbastanza pazzo da ricorrere a un’arma del genere) non prenderà mai la “decisione finale”. Ma il regime di Teheran è ben poco trasparente, e la mutevolezza e l’instabilità dei centri di potere fa sì che persino le più capaci fra le agenzie d’intelligence abbiano livelli di certezza piuttosto bassi riguardo al decision-making nel programma nucleare iraniano. E se i pronostici della nostra comunità d’intelligence sulla reazione dell’Iran alla politica dell’impegno di Obama servono a dare qualche indizio (secondo le previsioni, a quel che sembra, l’Iran fremeva dalla voglia d’instaurare un dialogo), non è un errore concludere che in realtà nessuno può dire a chi appartenga il dito sul grilletto nucleare iraniano.

Certo, è anche possibile che l’Iran accumuli abbastanza materiale fissile per realizzare un ordigno atomico e che poi scelga di non assemblare un’arma né di testarla. Ma non è questa la storia degli stati che hanno programmi nucleari clandestini, in particolare quelli dotati di sistemi di puntamento avanzati e testate nucleari. È anche possibile che l’Iran, una volta entrato in possesso di una tale arma, decida di non utilizzala e di non condividerne con altri la tecnologia. Ma sono poche le cose che l’Iran non si è mostrato disponibile a condividere, e di certo avrà la tentazione di utilizzare i propri armamenti nucleari come scudo da dietro il quale darsi ad azioni spregiudicate e rischiose in Libano, in Iraq e in Israele.

I fautori di una politica di contenimento suggeriscono che, in assenza di una diplomazia davvero efficace o di sanzioni che portino dei risultati, le estreme alternative per gli Stati Uniti siano l’acquiescenza o l’azione militare. In privato, i funzionari dell’amministrazione Obama confessano di ritenere che un’azione da parte d’Israele finirà per prevenire il nostro dibattito politico, dal momento che la sua tolleranza per una testata atomica iraniana è significativamente più bassa della nostra. Ma subappaltare a Israele la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è un’idea che genera timore e sospetto e, da parte nostra, non possiamo presumere che un’azione israeliana non finisca per provocare un più ampio conflitto a livello regionale in cui gli Usa sarebbero coinvolti. Perlomeno, dobbiamo sperare che la nuova politica del presidente non finisca per posizionarsi sull’idea, errata, che un Iran nucleare possa essere tenuto sotto controllo.

© Washington Post
Traduzione Andrea Di Nino

Danielle Pletka è vicepresidente dell'American Enterprise Institute (AEI) di Washington.

Commenti
letterato
19/12/09 15:00
Sarebbe meglio che fosse
Sarebbe meglio che fosse Israele a risolvere la questione iraniana. Gli USA hanno la capacità di combinare sempre gravi pasticci in politica estera. Dalla Società delle Nazioni in avanti, la Storia lo dimostra ampiamente e tragicamente.
Anonimo
20/12/09 13:52
La questione va analizzata
La questione va analizzata anche da un altro punto di vista:quello iraniano.Proviamo a farlo insieme:Teheran è minacciata costantemente dal programma segreto di armamenti atomici detenuti illegalmente da Israele,contro ogni risoluzione ONU.Il principio della mutua distruzione è l'unico che può reggere,perché Israele è una seria minaccia all'esistenza dell'Iran, e più volte Israele ha minacciato l'Iran di scomparire.Se Israele attacca,l'unica risposta che l'Iran può dare è sventolare la minaccia nucleare,a sua volta,in modo da indurre i falchi di tel aviv a riflettere sulla storia di Sansone...se obliterano l'Iran,verranno obliterati a loro volta.Possono gli USA permettersi di sacrificare Israele sull'altare della propria sicurezza? L'Iran nucleare non passerà armi a nessuno,userà la deterrenza contro Israel che più volte lo ha minacciato...è naturale!
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