Giovedì 24 Maggio 2012
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Medaglia d’oro alla Somalia

Un pericolo per sé e per gli altri:
i Failed States secondo Foreign Policy

25 Ottobre 2008
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Misurare la capacità di uno Stato di reagire alle crisi finanziarie o alimentari e alle calamità naturali, di garantire la stabilità interna e il controllo del suo territorio, di prendere decisioni che dalla collettività vengano percepite come legittime, fornire ai suoi abitanti i servizi fondamentali e interagire positivamente con i propri simili nel quadro della comunità internazionale: è quanto ha fatto il noto magazine americano Foreign Policy, in collaborazione con il Fund for Peace, pubblicando per il quarto anno consecutivo l’Indice degli Stati Falliti (The Failed States Index 2008).

La metodologia impiegata, il Conflict Assessment System Tool (CAST), prende in considerazione una serie di indicatori sociali, economici, politici e militari utili a “quantificare” la stabilità di uno Stato e a determinare la sua posizione (più o meno distante) rispetto alla soglia del collasso. Ad ogni Stato viene assegnato un punteggio da 0 (minima instabilità) a 10 (massima instabilità) per ogni indicatore. Gli indicatori sono 12 e 120 è il punteggio che segna il limite oltre il quale uno Stato può considerarsi fallito. Il prodotto è una classifica dove ad occupare il primo posto è lo Stato più vulnerabile e vicino al fallimento, il più debole e non il più forte.

Anche quest’anno a totalizzare il punteggio più alto (114.2), tra i 177 paesi esaminati, è stata la Somalia. L’intervento delle truppe etiopi non è bastato a sbaragliare una volta per tutte le corti islamiche, mentre il governo di transizione non controlla neppure la capitale Mogadiscio, le cui strade restano infestate dagli scontri tra clan e bande armate rivali. Nel resto del paese regna il caos: i rifugiati sono oltre 700 mila, la crisi alimentare ha contribuito ad aggravare quella umanitaria (su cui incide non poco la pressione demografica) e contro le scorribande dei pirati è dovuta intervenire la Nato.

Sul podio, al secondo e terzo posto, salgono anche Sudan e Zimbabwe. Il genocidio nel Darfur, il pessimo record in fatto di diritti umani, la lotta dei ribelli contro il regime islamista di Khartoum: il presidente generale Omar Hassan al-Bashir merita senza dubbio questa medaglia d’argento, conquistata sfruttando la protezione dei suoi principali partner energetici, Cina e Malesia, senza dimenticare il Giappone, che finanziano l’apparato difensivo che consente al regime di rimanere in piedi. D’altro canto, con un’inflazione a dir poco assurda del 200.000.000 per cento, un tasso di disoccupazione pari all’80 per cento e un flusso costante di abitanti in fuga nei paesi vicini, il tiranno Robert Mugabe, tuttora eroe dei terzomondisti di professione, mette le mani sulla medaglia di bronzo, proseguendo immarcescibile nell’opera di distruzione del suo paese e del suo popolo; neppure quando a imporglielo avrebbero dovuto essere gli evidenti risultati elettorali che sancivano la netta vittoria dell’opposizione contro di lui, Mugabe ha rinunciato al potere per ritirarsi in esilio, magari ospite degli suoi amici russi o cinesi.

Ad ogni modo, è l’Africa sub-sahariana nel suo complesso l’area del mondo a presentare le condizioni di maggiore fragilità. Tra i primi dieci classificati quest’anno abbiamo ben sette paesi sub-sahariani, di cui quattro nella top five: il Chad segue a ruota lo Zimbabwe, con Congo, Costa d’Avorio e Repubblica Centro-africana rispettivamente al sesto, ottavo e decimo posto. La situazione della Costa d’Avorio rispetto al 2007 è persino migliorata, merito secondo Foreign Policy della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite che tiene vivo l’accordo di pace per la riunificazione del paese, dissuadendo le forze governative e i gruppi di insorti da un ritorno alle armi, in attesa che si sfidino alle imminenti elezioni di novembre. Anche altri paesi come la Liberia ed Haiti hanno beneficiato della presenza dei caschi blu, migliorando la loro posizione nell’Indice. Pur se corrotte e sotto finanziate, mal equipaggiate e con mandati inadeguati, le operazioni di peacekeeping possono dunque rappresentare una forza trainante in grado di incoraggiare i paesi dove sono schierate a progredire.

Nella top ten dell’Indice poi troviamo i paesi oggi più coinvolti nella guerra al terrorismo islamico: Iraq, Afghanistan e Pakistan, con un quinto, settimo e nono posto. Nonostante i passi in avanti verso la stabilizzazione, merito del surge del generale Petraeus, l’Iraq è ancora lontano dal consolidamento delle nuove istituzioni democratiche. I nodi da sciogliere rimangono molti e il paese rischia sempre l’implosione, dal momento che le linee di frattura interconfessionali non sono state interamente ricomposte. Il Pakistan è lo Stato che ha registrato la perfomance peggiore rispetto all’anno passato. Nel +3.7 di Islamabad, c’è tutto il drammatico deteriorarsi della situazione politica interna con le sue inevitabili ricadute sulla sicurezza. La vicenda di Musharraf, dalla dichiarazione dello stato di emergenza alle sue dimissioni, il ritorno e poi l’assassinio di Benazir Bhutto, la recrudescenza islamista con la presa della Moschea Rossa, l’indecifrabile groviglio dell’intelligence pakistana, tra un attentato e l’altro, hanno gettato il paese nel caos. Caos che attraverso le regioni tribali di frontiera si trasmette in Afghanistan, dove Nato e Usa non riescono ad avere la meglio su talebani e qaedisti, e dove quello presieduto da Karzai è lontano parente di uno Stato dotato degli strumenti fondamentali (forze armate e di polizia, sistema giudiziario, leadership politica) per garantire la sicurezza e lo sviluppo della popolazione.

Per quanto riguarda i paesi dell’Asse del Male, se ha ancora un senso usare questa espressione vista l’aria di distensione che tira, la Corea del Nord si è classificata 15esima. Il regime veterocomunista di Pyongyang, più che uno Stato a rischio fallimento, si caratterizza per essere un pericoloso Stato mafia (al pari della Birmania del generale Than Shwe e dei poveri monaci buddisti, arrivata 12esima). L’economia nordcoreana si basa pressoché esclusivamente su traffici illeciti d’ogni sorta (droga, avorio, sigarette, dollari falsi), che consentono a Kim-jong-Il di sopravvivere, sopperendo ai lauti guadagni che provenivano dalla vendita in giro per il mondo di tecnologie missilistiche e nucleari. Siria e Iran sono più indietro, al 35esimo e al 49esimo posto, ma si sono piazzate comunque tra i primi 60 Stati, quelli che presentano, chi più chi meno, una situazione critica e di vulnerabilità. I due regimi non sono prossimi al fallimento, ma alcuni indicatori rivelano l’esistenza al loro interno di fattori d’incertezza e conflittualità, come il malcontento della popolazione, la crescita demografica, le continue violazioni dei diritti umani nei metodi di governo, il progressivo deterioramento dei servizi pubblici, che l’Occidente farebbe bene a sfruttare per provocarne la caduta in favore di libere democrazie.

Al riguardo, va sottolineato come gli autori dell’Indice abbiano fatto proprio il nesso inscindibile tra democrazia e sicurezza posto dall’Amministrazione Bush all’indomani dell’11 settembre su ispirazione neoconservatrice: tra gli indicatori impiegati figurano infatti “[the] Suspension or Arbitrary Application of the Rule of Law and Widespread Violation of Human Rights”.

Non deve sorprendere, allora, il 58esimo posto assegnato ad Israele, una libera democrazia a tutti gli effetti. L’ingresso tra i primi sessanta classificati dello Stato ebraico, preso in esame insieme alla Cisgiordania senza la Striscia di Gaza, è dovuto al deteriorarsi del clima politico interno, causato dalla grave carenza di leadership e dalla crisi di fiducia che ha colpito gli israeliani, e all’instabilità del West Bank, dove il boom demografico e il crescente tasso di povertà rischiano di riversarsi su Gerusalemme. Come non bastasse, l’incubo di una nuova guerra civile interpalestinese tra Fatah e Hamas è sempre in agguato. La sicurezza dei confini resta inoltre quanto mai precaria, in special modo per la presenza militare di Hezbollah nel sud del Libano. A sua volta, il paese dei cedri si è posizionato a un preoccupante 18esimo posto, e rischia fortemente di salire la graduatoria negli anni a venire: non s’intravedono infatti vie d’uscite politiche alla conflittualità interna, a meno che non ci si rassegni a consegnare definitivamente le redini del paese ad Hezbollah (e siamo sulla buona strada visti i recenti sviluppi con l’accordo di Doha).

Nella fascia centrale dell’Indice, ma a ridosso dei primi sessanta Stati, troviamo Cina (68) e Russia (72), segno dei mille problemi che affliggono i due paesi. Corruzione, criminalità, autoritarismo, repressione del dissenso e abusi di potere, separatismi, crescita ineguale, povertà diffusa: tutti fattori d’instabilità. Mosca e Pechino si distinguono in particolare per le violazioni dei diritti umani, con punteggi da top ten (+8.9 e +8.7). Sono dati questi che in Occidente dovrebbero far riflettere principalmente sull’involuzione del regime russo, visto che sul tema la Cina è già sotto osservazione da molto tempo, senza peraltro che siano mai state prese iniziative concrete.

La Cuba dei fratelli Castro e il Venezuela di Chavez ottengono rispettivamente il 72esimo e il 79esimo posto. Se si tiene conto delle performance della Bolivia del cocalero Morales (55esima) e del Nicaragua sandinista di Ortega e del “reverendo” Miguel d’Escoto (61esimo), l’asse neomarxista antimperialista latino americano fa una pessima figura rispetto allo straordinario posizionamento del Cile (157), migliore di quello di Spagna (150) e Italia (154). Il Cile dunque, anche con i governi di centro-sinistra, ha messo ben a frutto le riforme economiche dei "Chicago's boys", con tutti i benefici che ne sono conseguiti in termini di maggiore stabilità politica e sociale. Così il Brasile, che si colloca al 117esimo posto grazie alla politica liberale di Lula, sindacalista di sinistra, che ha favorito la crescita dell’economia.

I paesi occidentali, infine, si trovano nella parte bassa della classifica. Di Spagna e Italia abbiamo già detto, Francia e Germania sono al 158esimo e 155esimo posto, la Gran Bretagna al 160esimo, seguiti dagli Usa a quota 161. Ottimo il piazzamento delle altre nazioni anglosassoni, Canada (167), Australia (169), Nuova Zelanda (171), ma soprattutto Irlanda (174). Di Dublino fanno meglio solo Svezia (175), Finlandia (176) e Norvegia (177), che vincono la palma degli Stati di “successo”, dove è più alta la qualità del governo, dell’economia, dei servizi, della sicurezza e della vita sociale.

Commenti
Anita
25/10/08 08:51
Nessuna sorpresa, ma quanto
Nessuna sorpresa, ma quanto è costato questo studio ? Non facevano prima a stillare la classifica dei paesi più visitati dai turisti ? Ne veniva fuori una lista molto simile a questa perché la gente comune ha sempre il polso della situazione, vuoi per informazioni, vuoi per istinto, ma sbaglia poco. Se questa classifica è stata completata con un'elenco di soluzioni o di azioni da intraprendere per portare il mondo tutto al 170° posto,allora è giustificata. Altrimenti è l'ennesimo studio degli ennesimi universitari che ci raccontano il passato e il presente, che già abbiamo bene in mente.
flaminia
22/12/08 17:55
the failed states index
"fattori d’incertezza e conflittualità (..) che l’Occidente farebbe bene a sfruttare per provocarne la caduta in favore di libere democrazie"! Addirittura Bush si vergognerebbe oggi di dire una frase del genere..e voi addirittura la scrivete! e in un "articolo" di politica internazionale! che tenerezza che fa questo articolo, qualcuno che ancora crede all'Asse del Male..brrrrr.. perchè voi ci credete, vero? scusate, ma voi che giornali leggete? ..ops, ma voi siete giornalisti!!
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