“Copenaghen: accordo storico adesso! Make history now!”, recita il maxistriscione che gli attivisti di Greenpeace hanno appeso sul Colosseo la mattina del 9 dicembre con un blitz a sorpresa (sorpresa per tanti ma non per i fotografi e cineoperatori che li stavano aspettando). “Arrivare ad un accordo adesso non è possibile perché tanti paesi non sono pronti” dichiara lo stesso giorno da Copenaghen Josè Manuel Durao Barroso, presidente della Commissione Europea, una frase che sembra fatta apposta sia per rispondere al maxistriscione romano che per gettare dubbi sulla validità dello stesso summit.
Cosa significa “tanti paesi non sono pronti”? Che si sono presentati a Copenaghen ma non sanno ancora perché? Oppure lo sanno ma non credono agli ecoterroristi che predicano la fine del mondo se non si giunge al famoso accordo? Oppure significa che ci credono, ma intendono aspettare ancora un po’?
Anche senza entrare nel merito tecnico di quale sia il numero massimo ammissibile di molecole di CO2 contenute in un metro cubo d’aria o di quale percentuale sia meglio tagliare le emissioni di gas serra e in quanto tempo, è chiaro che i casi sono due. O gli allarmi di certi “esperti” sono esagerati, e allora non ha senso fare un summit del genere, oppure l’attività umana sta davvero accelerando in maniera preoccupante il riscaldamento globale causando catastrofi imminenti, e allora questo benedetto accordo va fatto e subito. Ma se c’è un atteggiamento insensato e irresponsabile, è proprio quello di coloro che vanno a Copenaghen dicendo “non siamo ancora pronti”.
Chi è sempre pronto, invece, è il tipico ecologista catastrofista, che è da comprendere quando fa il suo mestiere in modo onesto e coerente ma suscita sospetti quando predica bene e razzola male. Recentemente il “Sunday Times” ha fatto le pulci a coloro che ha definito “eco-ipocriti”, le star che sventolano la bandiera verde dell'ambientalismo e non si comportano di conseguenza. Come Sheryl Crow, quella che invita la gente ad usare un solo strappo di carta igienica, ma che nel suo concerto itinerante americano contro il riscaldamento globale viaggia su un autobus a gasolio seguito da una carovana di tredici vetture a gas. O come John Travolta, che incoraggia il popolo britannico a combattere il global warming ma viaggia con una flotta di cinque jet privati che nel solo 2008 hanno prodotto 800 tonnellate di gas inquinanti. Lo stesso fa Tom Cruise, che possiede una flotta di altrettanti jet. Anzi no, solo quattro, dato che uno lo ha regalato alla moglie Katie Holmes. E lo stesso hobby del volo è tipico di Harrison Ford, vice presidente di Conservation International e sostenitore di EarthShare, che oltre ai classici cinque aerei possiede anche un elicottero.
Anche Oprah Winfrey ama il volo: dopo aver viaggiato per anni sul suo Gulfstream IV, ora lo ha sostituito con un più veloce Bombardier Global Express. In quanto a Trudy Styler, la moglie di Sting, che insieme al marito possiede sette abitazioni e viaggia dall’una all’atra su jet privati e con colonne di automobili, è stata criticata per essersi trasferita da New York a Washington col jet privato per partecipare ad una cena alla Casa Bianca, quando fra le due località esistono dozzine di voli commerciali, per non parlare dei treni. Ma la Casa Bianca sembra abituata a cose del genere, se è vero che, sempre secondo il “Sunday Times”, il presidente Obama ha fatto arrivare uno chef da St. Louis (un viaggetto di milletrecento chilometri) per preparargli la pizza. E che dire degli U2, che nel loro ultimo tour mondiale hanno consumato, secondo Carbonfootprint, l’equivalente dell’emissione di CO2 da parte di 6.500 abitazioni britanniche o, se si preferisce, di un viaggio su una nave spaziale fino a Marte e ritorno?
E Al Gore? Chi è più ecologista di lui? Eppure la sua magione di Nashville consuma venti volte l’elettricità della casa media americana, il riscaldamento della sua piscina costa 500 dollari al mese e la sua barca da 35 metri va a biodiesel. Anche i famigerati SUV inquinano, come ci viene sempre ricordato da Barbra Streisand, Gwyneth Paltrow e Cameron Diaz; peccato che ne possiedano almeno uno a testa.
A proposito di predicare bene e razzolare male, centonovantadue leaders mondiali, sedicimilacinquecento delegati e portaborse, cinquemila giornalisti sono giunti a Copenaghen senza preoccuparsi molto dell’ambiente. Ecco gli altri numeri del summit: 140 jet privati, 1.200 limousine noleggiate, innumerevoli alberghi a cinque stelle, 900 chilometri di cavi per computers, 50.000 metri quadrati di tappeti lussuosi, 200.000 pasti che non escluderanno ostriche e aragoste. Ovviamente ci sono anche i contestatori alternativi e i disobbedienti del “KlimaForum”, il vertice che si oppone a quello ufficiale, popolato di gente allergica a tutto: dalle biciclette (dato che sono tutti motorizzati) ai cassonetti dell’immondizia (dato che stanno già ricoprendo Copenaghen di monnezza).
La capitale danese fino al 18 dicembre sarà animata da questo esercito di ambientalisti, pronti a commuoversi davanti alla celebre immagine dell’orso polare su un blocco di ghiaccio galleggiante, pronti a piagnucolare sull’atroce sorte del povero plantigrado che quando il ghiaccio si scioglierà sarà “destinato ad annegare”, e pronti a dimenticarsi, al tempo stesso, che l’orso polare nuota meglio delle foche che a loro volta nuotano meglio dei pesci.
Il sindaco di Copenaghen, Ritt Bjerregaard, così apostrofa il summit: “Un terzo di tutta la popolazione di Copenaghen si sposta quotidianamente in bicicletta, pur possedendo l’automobile. Nessun paese al mondo ha piste ciclabili migliori delle nostre, eppure non ho visto nemmeno un congressista circolare in bicicletta!”. A conti fatti, il summit di Copenaghen avrà prodotto 41.000 tonnellate di anidride carbonica, tanta quanta ne produce uno stato come il Marocco in un intero anno.
Alla domanda “perché non avete organizzato una videoteleconferenza per collegare tutti i leaders mondiali?”, un funzionario del comitato organizzatore ha risposto: “perché per stilare un accordo storico come quello di Copenaghen non basta guardare uno schermo, i leaders mondiali hanno bisogno di incontrarsi di persona!”. Di quale accordo storico parla costui? Di quello che Barroso ha già detto che non ci sarà.


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