La situazione nel loft è tesa. E il nervosismo sale con il passare delle ore, con l’avvicinarsi alla scadenza del voto di ballottaggio romano. “Questa volta si rischia davvero di perdere” è il ritornello che viene pronunciato dai dirigenti del Pd un po’ per timore, un po’ per esorcizzare un pericolo che si fa fatica a riconoscere davvero come tale e come reale, visto il teorico vantaggio che avrebbe dovuto accompagnare l’avventura di Francesco Rutelli contro Gianni Alemanno. E invece l’onda d’urto nazionale ha travolto tutto, arrivando a riaprire una partita apparentemente chiusa, tra una coalizione schierata al gran completo, con tanto di sinistra radicale al suo interno, e un centrodestra diviso in quattro rivoli e in quattro candidati scesi in campo al primo turno. Ora per l’ex ministro dei Beni Culturali si profila uno scontro all’ultimo voto, nella speranza che un calo dell’affluenza possa – secondo tradizione – favorire il candidato del centrosinistra. Ma nulla è scontato, la partita è apertissima. E se sconfitta dovesse essere, la resa dei conti finirebbe inevitabilmente per coinvolgere Walter Veltroni che vedrebbe messa in discussione la ragione primigenia della sua nuova avventura politica, quel “modello Roma” presentato come biglietto da visita scintillante alla platea nazionale ma già contestato, nelle urne, da una larga fascia dell’elettorato capitolino.
Per il leader del Partito Democratico, queste sono, se possibile, ore ancora più delicate di quelle vissute il 14 aprile mano a mano che la batosta elettorale prendeva forma in ambito nazionale. Il sottinteso politico di una sconfitta sarebbe semplice da leggere: se si perde a Roma tutto torna in discussione. Comprese le posizioni acquisite a colpi di “primarie morbide”. A quel punto la classe dirigente del Pd non si limiterebbe soltanto a pretendere un mea culpa ma, come per un allenatore in crisi di risultati, lo spettro delle dimissioni o dell’esonero forzato inizierebbe ad aleggiare, o perlomeno il segretario si troverebbe a dover fare molte concessioni ai vari maggiorenti ex Ds o Margherita. D’altra parte una domanda, posta in prima pagina da Antonio Polito sul Riformista, a quel punto non potrebbe che risuonare nella mente e forse sulle labbra di molti: “Se perde a Roma con che faccia Veltroni andrà a Milano o a Venezia a spiegare come si vince?”.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia con cui fare i conti. Infatti, anche nel caso di una vittoria di Francesco Rutelli, Veltroni rischia di pagare uno scotto. Il motivo? Semplice, il rafforzamento sul campo di un diretto concorrente alla leadership del Partito Democratico che potrebbe salire sul palcoscenico simbolico di una città come Roma e rubare la scena al suo predecessore, preparandosi un trampolino di lancio verso nuovi traguardi nazionali e, ovviamente, verso la segreteria. Questo, però, di fronte ai problemi di sopravvivenza politica del leader dell’opposizione appare come uno scenario più morbido e come un rischio calcolato e gestibile per Veltroni. Peraltro, come se non bastasse, il leader del Pd deve anche fare i conti con la pressione proveniente dal Nord che chiede una sorta di autogestione federalista. I coordinatori regionali, riuniti ieri a Milano hanno insistito per ottenere il riconoscimento di una dimensione federale che si traduca in maggior peso politico a Roma e nell’autonomia delle scelte locali. Una sorta di “spacchettamento” a cui Veltroni si è opposto, cercando di gettare acqua sul fuoco, facendo presente a tutti che la strada imboccata è quella giusta: «In 4 mesi abbiamo fatto un recupero gigantesco, una rivoluzione dolce, ora dobbiamo continuare la sfida riformista». Ma Roma è lontana e così c’è chi, tra i segretari regionali, critica la formazione di liste «calate dall’alto» e chi chiede che il caminetto del Pd, che riunisce i big del partito, venga abolito per dare più ascolto al territorio.
Quel che è certo è che anche la partita per la definizione del nuovo organigramma risente dell’attesa del risultato romano. La spinta dell’area dalemiana in favore di Pierluigi Bersani è forte ma il segretario potrebbe anche puntare a mantenere i capigruppo uscenti, se i vari big del partito non trovassero un accordo su tutto lo spostamento che innescherebbe l’arrivo di Bersani a capo dei deputati. D’altro canto, oltre al ministro dello Sviluppo economico per la presidenza del gruppo di Montecitorio c’è anche Piero Fassino. E bisogna capire anche cosa otterrebbero Franco Marini e Giuseppe Fioroni, altri due azionisti di riferimento del partito: il presidente uscente del Senato assicura di non essere interessato al ruolo dicapogruppo a palazzo Madama, nonostante questa ipotesi sia stata associata a quella di Bersani alla Camera. Secondo alcune interpretazioni, Marini preferirebbe un ruolo al partito, magari all’organizzazione o anche alla presidenza. Ma per la presidenza viene fatto circolare anche il nome di Sergio Mattarella, mentre potrebbe essere Luigi Zanda a presiedere i senatori del Pd se a Montecitorio arrivasse Bersani. Il puzzle, insomma, è intricato. E soltanto il risultato di Roma potrà contribuire a chiarirlo.


tra veltroni e rutelli