Venerdì 10 Febbraio 2012
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Leggere 150 anni

L'Italia è stata fatta "all'italiana" ma né al Nord né al Sud conviene dividersi

5 Settembre 2010
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Per Ernesto Galli Della Loggia, il problema fondamentale dei 150 anni d’Italia unita rimane quello, diventato ancora più deflagrante dopo la fine della Prima Repubblica, di come tenere insieme Nord e Sud e, quindi, la necessità di un nuovo patto nazio\1nale. La questione è all’ordine del giorno del dibattito politico, ha preso il posto di quello su destra e sinistra: i finiani sudisti hanno accusato il Pdl di essersi appiattito sulla Lega e di mettere in pericolo la nazione, per la quale trepida ora anche la sinistra, dopo averne chiesto la scomparsa fino alla fine dell’Urss. A prima vista, sembrerebbe possibile il nuovo Cnl anti-Berlusconi in difesa della nazione invocato da Bersani. In realtà, la sinistra è divisa: basta pensare al feeling di Chiamparino con la Lega e alle posizioni sul federalismo di Renzi a Firenze.

Nord e Sud non ci guadagnerebbero a dividersi: l’Italia senza Sud, come ha ricordato Angelo Panebianco, non sarebbe più uno dei quattro grandi Stati europei, mentre un Sud secessionista andrebbe incontro alla catastrofe. Occorre renderci conto che nonostante la tanta retorica sui 150 anni unitari, una vera e propria unificazione dello Stato nazionale territoriale in Italia non c’è mai stata, e quindi, casomai, l’Italia andrebbe rifondata. Come ebbe a dire Croce, dopo Caporetto, l’Italia unita era soprattutto scenografica: quella reale non era unita, responsabile, coesa, tesa allo stesso obiettivo.

A differenza degli Stati nazionali territoriali che si formano in Europa tra ‘400 e ‘800, in Italia non si assiste all’emergere di un Principe, di uno Stato che s’impone sugli altri, sconfigge l’anarchia feudale locale e li costringe a riconoscere la propria sovranità. Il Regno di Francia non nasce in pochi anni con qualche trattato diplomatico con l’Inghilterra, con una serie di plebisciti che sanciscono l’annessione al regno di importanti territori, né con una spedizione dei Mille in Bretagna, ma da conflitti come la guerra dei cent’anni per stabilire i confini. Per unificare territorialmente e politicamente Francia e Gran Bretagna occorsero alcuni secoli. L’Italia unita del 1861 è improvvisata, all’italiana, appunto, e i protagonisti non si pongono il problema, come i fondatori dei contemporanei Stati Uniti, di darle un ordinamento adatto alle sue peculiarità geografiche, politiche, economiche, diverso da quello centralista francese. I padri fondatori italiani tentano di cucire addosso alla penisola un vestito che non le sta per niente, perché – tanto per esemplificare un problema – la Francia è Parigi, mentre l’Italia ha tante città importanti, alcune perfino ex capitali.

Avendo dato una costituzione centralista a una società localista e corporativa da secoli, il Paese è sempre stato quasi ingovernabile. Non si è mai avuta la certezza di chi comandasse: il re o il Parlamento, il re o il Duce, i Presidente della Repubblica o il Presidente del Consiglio. In Italia non c’è un re o una regina come in Gran Bretagna che si limita a firmare le leggi, quando c’è un governo con maggioranza assoluta e non interviene continuamente nella vita politica come il presidente Napolitano. La sinistra si rivolge a Napolitano come se fosse il presidente di una repubblica presidenziale, ma grida al tradimento della Costituzione e chiama alla difesa contro il nuovo fascismo, se si accenna alla necessità di una repubblica presidenziale. Lo Speaker della Camera in Gran Bretagna e Stati Uniti non critica continuamente il governo, come un leader dell’opposizione. Se Nancy Pelosi non fosse d’accordo col presidente Obama, non esternerebbe ogni giorno come ha fatto Fini, si dimetterebbe e poi magari lo sfiderebbe legittimamente alle prossime elezioni politiche. In Gran Bretagna, paese della moderna democrazia, tories whigs possono governare per vent’anni, senza che nessuno a Oxford e Cambridge gridi alla dittatura, né c’è quella continua guerriglia che ogni governo italiano deve affrontare quotidianamente: dai blitz dei magistrati ai terremotati abruzzesi portati a manifestare contro il governo a Roma.

Il caos politico quotidiano penalizza un paese che è una potenza economica importante e ne dà l’immagine di uno Stato confuso e inaffidabile. Il governo in Inghilterra si occupa di politica estera, di questioni di politica interna: non gli si chiede di risolvere il problema dei tre operai licenziati dalla Fiat a Melfi: non intervengono i magistrati, né la regina, perché la questione in Inghilterra riguarderebbe soltanto la Fiat, i tre operai e i sindacati.

L’Italia è un paese di corporazioni secolari: i tanti partiti della Prima Repubblica rappresentavano politicamente queste corporazioni, adesso sono presenti a destra e a sinistra realtà politiche che minacciano di erodere il bipolarismo. Nel Pd, Vendola, Cacciari, Chiamparino e Renzi rappresentano realtà locali diversissime, prima che politiche. La sinistra è un arcipelago – e anche il Pdl sta rischiando di diventarlo. La questione Nord/Sud è principalmente un problema di corporativismi locali tanto forti da mettere in crisi la politica dei due principali partiti italiani. Durante la Prima Repubblica, quando l’Italia era per certi versi protetta dal bipolarismo Usa-Urss, le regioni hanno assorbito e alimentato localismi ed interessi di ogni tipo. Nella nuova realtà del multilateralismo dell’era post-americana, se il Sud non è in grado di risolvere i suoi problemi, senza chiedere l’intervento dello Stato – dalla nettezza alla criminalità – è la nazione Italia a fallire.

I finiani, quasi tutti sudisti, sembrano avere perso qualsiasi rapporto con un filosofo ad essi un tempo caro come Giovanni Gentile, un uomo del Sud, capace di pensare in termini nazionali e di confrontarsi con i grandi Stati europei. Il Pdl era l’unico partito nazionale che sembrava capace di mediare nella questione Nord/Sud, essendo radicato in tutta la penisola: purtroppo a Giovanni Gentile i finiani sembrano preferire l’avventurismo di Gabriele D’Annunzio.

Commenti
letterato
05/09/10 17:43
Più che a D'Annunzio, mi
Più che a D'Annunzio, mi pare che Fini faccia pensare a Badoglio. Il Comandante parlò sempre forte e chiaro e fu sui campi di battaglia; a Fiume in mezzo ai suoi legionari. Badoglio scappò tra gli ex nemici e lasciò le truppe allo sbando, da Caporetto all'8 settembre..
CARLO CETTEO cipriani
06/09/10 14:24
UNA VISIONE DIFFERENTE
Interessante articolo che sembra mischiare aspetti politici alti con la ‘querelle’ attuale riguardante Fini. Parlerò solo della parte ‘alta’. Non credo che la questione dell’Unità nazionale debba esser questione di destra o sinistra, è un valore fondante del vivere d’ogni giorno e quindi deve investire i singoli, non gli schieramenti. Non è vero che in Italia non ci sia stato un Principe che è emerso; son stati i Savoia ad emergere, ma non hanno avuto poi altri 500 anni di storia unitaria per consolidarsi e consolidare il concetto d’unità nazionale. Che il vestito dell’Unità sia cucito male è una cosa non vera, anche se molti con la vista distorta lo dicono. E’ il vestito che i politici di allora giudicarono adatto e che funzionò finchè ci furono politici d’un certo tipo. L’irrompere di formazioni sostanzialmente rivoluzionarie (socialisti, comunisti, fascisti) con la lotta che si scatenò fra loro creò degli strappi al vestito . Fra l’altro un vestito non particolarmente centralista visto che ai Comuni si davano molte responsabilità come quella di gestire le scuole ( vi ricordate la vecchia maestrina del romanzo di Guareschi che non aveva la pensione perché era stata alle dipendenze del comune?) e si davano i proventi dei dazi interni per cui ogni comune aveva i soldi su quel che le persone e le ditte del comune importavano. Diciamo che son stati i politici successivi –fascisti e repubblicani- a centralizzare tutto, fino agli anni ’70 quando si fece la riforma fiscale per cui lo Stato raccoglieva tutte le tasse che poi avrebbe distribuito in giro e poi quella sanitaria. Ora la polemica antiunitaria ed anticentralistica serve per dare più spazio, potere, soldi ai politici. Accortisi che a Roma non ci son più né spazio né soldi per tutti i famelici, han pensato di dividere la torta localmente, dove meglio si riesce ad affondare i denti. Nel frattempo, nel rispetto delle autonomie locali abbiamo abolito le Commissioni provinciali di controllo prefettizie ed i Segretari Comunali ricondotti alla più rigida dipendenza dai Sindaci. Casomai li abbiam sostituito coi ‘city manager’ che sono meno interessati alla legalità che al moltiplicarsi degli affari (dove qualcuno poi sa mettere le mani). Gli affari loschi han così potuto meglio compiersi. Quindi forse la soluzione non è pensare ad ulteriori strappi ma recuperare alcune delle istituzioni, organizzazioni e sistemi adottati quando l’Italia fu formalmente unita. PS: che il sud possa affondare, separato dal nord potrebbe esser in parte vero ma il nord non starebbe meglio, non avendo più le tasse delle filiali meridionali delle banche, né delle telefonate fatte al sud, né di tutte le imprese del nord che fanno affari a sud, ecc, oltre ad avere qualche problema a far arrivare le merci nel mercato di consumo del sud dove dovrebbero permanete gareggiare con imprese di tutta Europa se non del mondo. Carlo Cetteo CIPRIANI
carlo cetteo cipriani
07/09/10 14:26
una visione differente
Interessante articolo che sembra mischiare aspetti politici alti con la ‘querelle’ attuale riguardante Fini. Commenterò solo la parte ‘alta’. Non credo che la questione dell’Unità nazionale debba esser questione di destra o sinistra, è un valore fondante del vivere d’ogni giorno e quindi deve investire i singoli, non gli schieramenti. Non è vero che in Italia non ci sia stato un Principe che è emerso; son stati i Savoia ad emergere, ma non hanno avuto poi altri 500 anni di storia unitaria per consolidarsi e consolidare il concetto d’unità nazionale. Che il vestito dell’Unità sia cucito male è una cosa non vera, anche se molti con la vista distorta lo dicono. E’ il vestito che i politici di allora giudicarono adatto e che funzionò finchè ci furono politici d’un certo tipo. L’irrompere di formazioni sostanzialmente rivoluzionarie (socialisti, comunisti, fascisti) con la lotta che si scatenò fra loro creò degli strappi al vestito . Fra l’altro un vestito non particolarmente centralista visto che ai Comuni si davano molte responsabilità come quella di gestire le scuole ( vi ricordate la vecchia maestrina del romanzo di Guareschi che non aveva la pensione perché era stata alle dipendenze del comune?) e si davano i proventi dei dazi interni per cui ogni comune aveva i soldi su quel che le persone e le ditte del comune importavano, alle Provincie la sanità, ecc.. Diciamo che son stati i politici successivi –fascisti e poi della repubblica- a centralizzare tutto, dagli anni ’70 quando si fece la riforma fiscale per cui lo Stato raccoglieva tutte le tasse che poi avrebbe distribuito in giro e poi quella sanitaria e la Pubblica Amministrazione sbracata. Ora la polemica antiunitaria ed anticentralistica serve per dare più spazio, potere, soldi, ai politici. Accortisi che a Roma non ci son più né spazio né soldi per tutti i famelici, han pensato di dividere la torta localmente, dove meglio si riesce ad affondare i denti. Nel frattempo, nel rispetto delle autonomie locali, abbiamo abolito le Commissioni provinciali di controllo prefettizie ed i Segretari Comunali ricondotti alla più rigida dipendenza dai Sindaci. Casomai li abbiam sostituito coi ‘city manager’ che sono meno interessati alla legalità che al moltiplicarsi degli affari (dove qualcuno poi sa mettere le mani). Gli affari loschi han così potuto meglio compiersi. Quindi forse la soluzione non è pensare ad ulteriori strappi ma recuperare alcune delle istituzioni, organizzazioni e sistemi adottati quando l’Italia fu formalmente unita. PS: che il sud possa affondare, separato dal nord, potrebbe esser in parte vero ma il nord non starebbe meglio, non avendo più le tasse delle filiali meridionali delle banche, né delle telefonate fatte al sud, né di tutte le imprese del nord che fanno affari a sud, ecc, oltre ad avere qualche problema a far arrivare le merci nel mercato di consumo del sud dove dovrebbero permanete gareggiare con imprese di tutta Europa se non del mondo. Carlo Cetteo CIPRIANI
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