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Benazir Bhutto, una donna con molti nemici

19 Ottobre 2007

Si attendeva, era nell’aria, se ne parlava, la si temeva, la si scongiurava, e poi è arrivata. Nella tarda notte di ieri, giovedì 18 ottobre, l’esplosione c’è stata ed è stata dirompente a Karachi, davanti al mausoleo di Ali Jinnah. Oltre 80 i morti e un centinaio i feriti. Lei però, l’obiettivo dell’esplosione, Benazir Bhutto, è rimasta illesa. Doveva essere il giorno del suo rientro trionfale in Pakistan, dopo oltre 10 anni di esilio, ma le migliaia di persone presenti ad accoglierla e i 15.000 agenti schierati dal governo non sono stati un efficace deterrente.

Non si tratta del primo attentato subito da esponenti del partito popolare pakistano nel corso della sua storia. Anzi potremmo dire che la nascita e la vita del partito, che si intreccia con quella dei membri della famiglia Bhutto, è stata scandita da eventi cruenti e sanguinosi. Proprio come la nascita e la vita del Pakistan.

Il Partito popolare pakistano nasceva per iniziativa del padre di Benazir, Ali Bhutto, passato alla storia per essere stato il primo capo di governo eletto in Pakistan (1973-1977), per la sua amicizia con i Kennedy, per la tensione internazionale con Indira Ghandi, e per il grande consenso popolare riscosso grazie a manovre di stampo socialista e ispirazione populista. Ali Bhutto, che prima ancora di essere eletto premier, aveva ricoperto al carica di presidente del Pakistan (1971-1973) fu prima imprigionato e poi impiccato nel 1979, a seguito di un colpo di Stato militare, guidato dal generale Zia ul Haq.

Nel 1996, il figlio di Ali Bhutto, Murtaza, delfino di Ali, destinato alla presidenza del partito, e fratello di Benazir, veniva ucciso in un attentato terroristico durante un comizio. L’altro fratello, Shanawaz, moriva avvelenato a Cannes, nel 1985, in circostanze misteriose.

Il 17 luglio scorso rimaneva ferito in un attentato terroristico a Islamabad, uscendone fuori con due gambe amputate, il consigliere politico di Benazir, Israr Shah, che ha ringraziato l’ex premier della decisioni di rientrare in patria, nonostante l’elevato rischio sicurezza. 20 i morti di quel giorno.

A volere morta Benadir sono in tanti. Innanzi tutto il Governo, o meglio alcuni esponenti dell’esecutivo e della giunta militare. In effetti, il fatto che abbia raggiunto un accordo politico con Musharaf non le garantisce l’immunità da possibili attacchi e ritorsioni delle forze armate pakistane, e per due ragioni. In  primis, il Governo pakistano convive con strutture parallele di ex generali e agenti dei servizi segreti, che molto spesso sfuggono anche all’autorità del sommo generale e capo di Stato. La stessa Benazir aveva dichiarato di temere eventuali attacchi da parte di esponenti governativi, ed è noto che due giorni prima dell’attentato dello scorso 17 luglio, Israr Shah aveva parlato pubblicamente di minacce e pressioni subite dai servizi di sicurezza, per ritirare una denuncia contro il Ministro del commercio Akhtar (pronto insieme al fratello Haroun a varare una legislazione ad hoc a tutela degli zuccherifici di famiglia). In secondo luogo, la stessa autorità di Musharaf è in bilico, come dimostrano gli strani e ripetuti incidenti di cui lo stesso è stato vittima negli ultimi tempi: i talebani sono sempre più un problema alle frontiere con il Pakistan e le richieste del mondo occidentale più pressanti; la Corte Suprema deve pronunciarsi la settimana prossima sulla legittimità della sua candidatura alla presidenza e a Musharaf potrebbe essere perfino chiesto di svestire la divisa.

Ma a volerla morta sono anche gli islamici. Le donne Bhutto sono state le prime donne pakistane a svestire il Burqa, hanno studiato tutte all’estero e hanno ricevuto una cultura occidentale. La sorella di Benazir, Sanama, non si è nemmeno sposata con un matrimonio combinato, ma come le eretiche occidentali ha avuto l’ardire di scegliersi il marito. Benazir è stata poi l’emblema del riscatto della donna nel mondo mussulmano: la prima figura femminile al capo di un governo islamico, la prima volta nel 1988, per soli 20 mesi, la seconda dal 1993 al 1996. E chissà che l’essere rientrata in patria in tunica verde e velo bianco, i colori della bandiera pakistana, e rendendo omaggio al Corano, non sia stato sufficiente a placare i religiosi più inflssibili.

Ma è anche all’interno della sua famiglia che Benazir si è fatta molti nemici.     

Pur senza prove, dell’attentato al fratello Mustaza, è stata accusato il marito di Benazir, Zardari e il fratello Shanawaz è morto per avvelenamento solo poche ore dopo aver incontrato Benazir. La cognata dell’ex premier, vedova di Mustaza, sostiene che Benazir sarebbe tornata come emissario di Bush, anche se non si capirebbe per colpire chi. Ma il più inferocito di tutti, è lo zio, Mumtaz, il patriarca della famiglia. Mumtaz non le perdona il fatto di avere infangato il buon nome della famiglia con le accuse di corruzione che la costrinsero all’esilio nel 1995. Ma non le perdona nemmeno il fatto di avere accettato di scendere a compromessi con i militari per ottenere l’amnistia per i reati di cui è stata accusata e tentare di tornare al potere. Del resto, sono i militari che hanno imprigionato e impiccato il padre Alì nel 1979, quei militari che come Musharaf hanno conquistato il potere con un colpo di Stato, e che per Mumtaz non possono essere interlocutori o peggio ancora complici della famiglia Bhutto.

Certo l’idea di un attentato deciso nella famiglia di Benazir è forse più romanzesca e con minori riscontri nella realtà, ma se si ripercorre la storia dei Bhutto, e la si cala in quel contesto storico, forse non è neanche un’ipotesi da scartare a priori.

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