“Facevo solo miniature e dorature, decoravo i bordi delle pagine e coloravo l’interno delle cornici, foglie, rami, rose, fiori, uccelli, nuvole ricciute alla maniera cinese…”. Così racconta un personaggio dell’ultimo romanzo di Orhan Pamuk, un miniatore alla corte del Sultano di Istanbul. E la cosa più interessante nel suo racconto è proprio il riferimento alla “maniera cinese” di disegnare le “nuvole ricciute”. Contrariamente a quanto pensiamo, infatti, la Cina è sempre stata presente nel nostro destino, perché l’Europa è ab origine vincolata al suo Oriente: sia esso la Mesopotamia,la Persia, l’India, l’impero dei Parti, Bisanzio e poi l’impero Turco, il dominio del Tartaro, le Russie, oppure, appunto, la Cina.
Mai come oggi, tuttavia, questo sguardo ad Oriente dell’Europa è stato urgente. E questo confligge con una specie di istinto di rimozione europeo, che ha sempre teso a ignorare il suo legame con l’Oriente, prossimo o lontano che fosse. Non fu Nietzsche, con la Nascita della tragedia, a ricordare quanto aurorale, orientale, fosse in realtà la civiltà greca, generando un vero scandalo nella cultura di mezza Europa? In effetti la cultura europea si è sempre voluta rappresentare in modo autonomo rispetto al suo vincolo a Est. Perfino la sua ricca autocoscienza storica ha sempre rimosso la dimensione orientale, cancellandone per molti versi le tracce. Ancora oggi è molto difficile ricostruire il senso della profondità orientale dell’Europa, rintracciando l’insieme dei suoi nessi storici con l’Est. E tuttavia mai come oggi questo sforzo è necessario ed attuale.
Istanbul, un tempo Costantinopoli, è un luogo privilegiato per gustare questo nesso orientale dell’Europa. Se si guarda il mondo dal Corno d’Oro esso muta le sue dimensioni: Samarcanda è ben più vicina di Londra, Baghdad a un passo rispetto a Parigi. Pechino è praticamente sullo stesso parallelo di Costantinopoli. Ecco perché, con l’entrata della Turchia all’interno dell’Unione Europea, quest’ultima acquisirebbe una nuova dimensione geopolitica e strategica, che le imporrebbe di partecipare con più consapevolezza – e va da sé con più rischio – alla politica internazionale. La Grande Porta dell’Oriente si spalancherebbe, mutando del tutto la potenzialità politica dell’Europa. Il punto però è proprio questo: l’Unione Europea vuole essere una torre eburnea, incapace di concorrere alla sfida rischiosa che viene imposta dallo sguardo ad Oriente, oppure intende accoglierla con coraggio?
Lo spazio che va dai Dardanelli al Mar Caspio, con irradiazioni verso la penisola arabica e la Mesopotamia, ma anche con linee di tensione che conducono alla costa settentrionale dell’Africa e lungo il Mar Rosso, come in una sorta di campo magnetico, è la dimensione strategica in cui le potenze storiche si stanno confrontando sempre più decisamente: l’Islam nella sua poliedricità, la Cina, l’India, gli Stati Uniti. I prossimi decenni avranno come loro polo di attrazione questo spazio orientale allargato, che seguirà un movimento di irradiazione policentrico, ma in ogni caso animato da un’unica pulsazione orientale. A nord e a sud le linee di rifornimento energetico virano a oriente, lungo l’asse baltico e lungo l’asse mediterraneo, che sprofonda poi nel Caucaso. Ma anche la dimensione della cultura profonda guarda a Oriente: Giovanni Semerano, nel suo grande studio linguistico, ha svelato le origini orientali, più precisamente accadiche, delle istituzioni fondamentali del nostro pensiero e della nostra lingua.
Rispetto alla potenza di questa riconversione a Oriente della pulsazione profonda della storia, l’Europa sembra invecchiata profondamente. Mai come in questi anni sembra che si possa dire, con Lucrezio: fracta est aetas, il tempo è decaduto. E il tempo che è decaduto è quello dell’Europa, che pare sempre spaventata dalla sfida che gli sta di fronte, ripiegata entro lo spazio delle sue care certezze, timorosa di spingersi lì dove tutte le forze della storia sembrano prepotentemente concentrarsi: l’Est. Ma ha senso tutto questo? Evidentemente no, perché alla storia non si resiste, la si deve conciliare, a meno che non si voglia incorrere nella rovina.
Il Dragone cinese, che muove la sua attenzione verso Occidente, coprendo da un lato l’Iran e dall’altro tendendo la sua delicata trama diplomatica in Africa, sta sconvolgendo gli equilibri e le certezze politiche, mutando il quadro con un dinamismo che solo i ciechi possono continuare a ignorare. Come nella biosfera ogni mutamento locale comporta una trasformazione globale, così nella dimensione politica internazionale l’introduzione di una nuova potenza muta rapidamente tutti gli equilibri, costringendo i lungimiranti a una veloce revisione delle loro prospettive di pensiero e di azione. Come altre volte nella nostra storia, noi europei abbiamo urgente bisogno di ripensare le nostre categorie geografiche, il nostro sempre più tronfio e raffinato eurocentrismo, che guarda ancora a un’Europa costruita tra Parigi e Berlino, senza rendersi conto fino in fondo che la geografia politica dell’Unione è mutata, da quando ci siamo spinti a Riga, Varsavia, Bucarest, Sofia, con una conversione decisiva verso Oriente. La politica, la stampa, perfino l’accademia, fanno fatica a comprendere questa trasformazione, non rendendosi conto che il baricentro e il vocabolario dell’età futura si sta spostando decisamente nello scacchiere sud-orientale dell’Europa. E proprio lì si trova la fortezza anatolica.
In questo contesto l’allargamento dell’Unione alla Turchia rappresenta un gesto al tempo stesso necessario e rischioso. La sfida è di due tipi: interno, perché pone il problema di integrare uno stato a maggioranza musulmana nell’Unione; ed esterno, perché rivoluziona con una declinazione orientale la concezione strategica dell’Europa. Ma si tratta di una sfida che si deve in ogni caso accogliere, pena una sempre maggiore estraneità rispetto al corso prepotente della storia. Mai come oggi, forse, dovremmo ricordare un celebre verso di Hölderlin: “Al Caucaso io voglio andare”. Al Caucaso, cioè verso l’Oriente. E una tappa decisiva verso l’Oriente è senza dubbio quell’altra fortezza che si trova sulle rive del Mediterraneo orientale, che rappresenta una solida base occidentale verso est, come un tempo – e non ci spaventiamo del paragone evocativo – i principati latini d’Oriente: Israele.
Israele si trova proprio sul confine in cui si combatte oggi la capacità dell’Occidente e dell’Europa in particolare di affrontare la sfida dell’Oriente, vicino e profondo, prossimo e lontano. Il fatto di non averlo adeguatamente inteso è la colpa fatale delle leadership europee, che si baloccano ancora con gli oggetti della storia, dimenticando che essi sono pericolosi ordigni, sempre pronti ad esplodere. Insieme alla Turchia è proprio Israele ad essere una priorità per le nostre capacità di interpretazione e comprensione della storia: o capiamo che Israele è uno dei nostri migliori occhi ad Oriente o lo abbandoniamo al suo destino – come in effetti stiamo facendo – una delle nostre roccaforti. Non è difficile credere che, quando gli iraniani potranno armare con testate nucleari i loro vettori Shihab 4, minacciando tutto lo scacchiere meridionale d’Europa, ci pentiremo di non avere compreso per tempo le ragioni di Israele.
Questi, e molti altri, sono i grandi temi in campo oggi: le strade dell’Est, i loro percorsi, le loro potenze spesso indistricabili agli occhi di un’Europa sempre più rinchiusa nella sua spartizione di quote latte e nell’elaborazione di cavilli istituzionali. Ma dalla comprensione di tutto questo, dalla capacità di frequentare con nuovo vigore questi sentieri che portano a Istanbul, a Gerusalemme, a Baghdad e Teheran, ma anche a Nuova Delhi e Pechino, passa il vero futuro dell’Europa. Per il momento, in attesa che qualcuno se ne renda davvero conto, non ci rimane che cantare con Franco Battiato: “Strade dell’Est, immensi orizzonti, città nascoste di lingua persiana…”. (a. b.)

