Giovedì 24 Maggio 2012
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Nella 'trasformazione' della NATO c'è anche David Petraeus

25 Gennaio 2008

Uno scambio di cortesie per riavviare un dialogo costruttivo. Questo sarebbe stato alla base dell’invito rivolto dalla Nato al presidente russo Putin a presenziare al prossimo vertice dell’Alleanza a Bucarest. Ma probabilmente a Mosca qualcuno lo ha mal interpretato o, peggio ancora, ha voluto approfittarne per ritornare alle polemiche. E così il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha accusato la Nato di voler rispolverare le antiquate logiche della Guerra Fredda, proseguendo con la politica della “porta aperta” verso nuovi potenziali membri e minacciando in questo modo le frontiere russe. Volontariamente o no, il capo della diplomazia russa ha toccato il nervo scoperto della più grande alleanza militare che il mondo abbia mai conosciuto, ovvero il suo futuro in termini di forma ma, soprattutto, di sostanza. Perché se la fine del modello bipolare ha permesso al blocco di paesi che condividono i valori e gli obiettivi euroatlantici di allargarsi sempre di più, ha anche fatto emergere la necessità di aggiornare le basi politiche e i meccanismi di funzionamento dell’organizzazione.

Tenendo ben a mente tali esigenze, i capi di Stato e di governo dei 26 paesi aderenti al Patto Atlantico si riuniranno in aprile nella capitale romena per discutere il da farsi. Il dibattito sarà tutt’altro che facile e non ne saranno scontati gli esiti. Già da ora si profila una divisione interna sul tema della futura espansione dell’Alleanza. Tre paesi dei Balcani occidentali – Croazia, Macedonia e Albania – aspettano una decisione favorevole in merito al loro ingresso, mentre l’Ucraina e la Georgia vogliono ricevere un segnale positivo per quanto riguarda i loro tentativi d’intraprendere la strada dell’adesione. E’ vero che tutti questi paesi appartengono a regioni geografiche strategicamente importanti e che la NATO è consapevole di avere una chiara e precisa responsabilità nei loro confronti, ma al tempo stesso alcuni membri dell’Alleanza, fra cui Germania, Italia e Francia, non vogliono provocare eccessivamente la Russia, pestandole i piedi nel suo ‘estero vicino’.

C’è poi un’altra questione su cui saranno puntati i riflettori a Bucarest. Si tratta della prospettiva di una ‘trasformazione’ dell’Alleanza Atlantica in chiave strategica. Lo spunto è stato abilmente fornito nei giorni scorsi da una lettera-manifesto, firmata da cinque fra i più autorevoli alti ufficiali e strateghi che il mondo occidentale possa vantare, in cui viene posta con forza l’esigenza di meglio adeguare la NATO all’attuale contesto internazionale. Lo scenario è profondamente mutato rispetto all’epoca della Guerra Fredda, è sempre meno prevedibile e sempre più caratterizzato dall’esistenza di minacce ‘asimmetriche’ e dal rafforzamento costante delle tristemente note ‘multinazionali’ del terrore.

Queste minacce necessitano di un nuovo approccio e di risposte innovative da adottare mettendo a disposizione tutte le forze disponibili. Così, il generale americano John Shalikashvili (già capo di Stato maggiore Usa e del Comando Supremo Alleato in Europa - SACEUR), insieme ai suoi colleghi di Germania, Olanda, Gran Bretagna e Francia, ha parlato chiaramente di un ‘direttorio’ formato da NATO e UE che dovrà essere il risultato della riscrittura degli accordi esistenti tra Stati Uniti e paesi europei. Una nuova ‘grande strategia’, quindi, per affrontare le sfide crescenti di un mondo che non accenna a diventare meno violento. La proliferazione delle armi nucleari è forse la fonte d’instabilità più preoccupante e per farvi fronte non si deve escludere nessuna opzione, compresa, ove necessario, quella del ricorso preventivo all’uso della forza anche nucleare. Il manifesto non esita a chiamare le cose con il loro nome e individua nella soluzione del ‘colpire per primi’ (la cosiddetta first strike nuclear option) uno strumento indispensabile quanto efficiente per poter bloccare e/o prevenire la corsa e la conseguente diffusione di testate nucleari nel mondo.

Affermazioni di questo tipo non devono allarmare. Esse sono fondate su basi fortemente razionali. Dato che, spiegano i cinque firmatari, il rischio di una nuova proliferazione è imminente e che non è possibile escludere lo scoppio di conflitti nucleari seppur solo su scala ridotta, l’uso preventivo di armi strategiche non convenzionali deve rimanere come last option  per scongiurare una guerra su vasta scala dagli esiti disastrosi.

L’appello giunge con tempismo perfetto, dando la scossa necessaria affinché l’Alleanza porti a termine la sua opera di ‘trasformazione’. La situazione attuale non è particolarmente felice: gli USA sono impegnati nella gestione difficilissima della stabilizzazione dell’Iraq e la NATO ha raggiunto già da tempo i limiti della propria capacità operativa, avendo schierati 40 mila soldati in Afghanistan e 17 mila in Kosovo. Tutti sanno quanto importanti siano queste due missioni per la sicurezza occidentale, ma pochi sono a conoscenza del fatto che l’Alleanza sta avendo seri problemi dal punto di vista delle risorse, sia umane che finanziarie. Il segretario generale, Jaap De Hoop Scheffer, ha più volte richiesto ai paesi membri di aumentare le truppe in Afghanistan. Non tutti hanno risposto all’appello e questo ha esacerbato i toni, portando recentemente il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, a parlare esplicitamente di colpe di alcuni alleati per i mancati risultati. Oltretutto, la reticenza di alcune capitali europee a garantire un maggiore impegno, ha compromesso l’ambizioso progetto di assemblare una forza di risposta rapida composta da 25 mila unità dislocabile in teatro nell’arco di pochi giorni.

Non serve essere usciti dall’accademia di West Point per comprendere come la questione del Kosovo, con le annesse garanzie per la stabilità della regione, come anche la vittoria finale in Afghanistan sono due punti cruciali per la nostra sicurezza. Ecco perché si fa sempre più insistentemente il nome del generale David Petraeus – colui che ha migliorato notevolmente la situazione in Iraq – come futuro comandante della NATO. Gli USA e l’Europa sanno che è meglio evitare azioni unilaterali per motivi di legittimità internazionale, ma anche per una più efficiente suddivisione delle reciproche responsabilità. E’ arrivato il momento di agire, soprattutto adesso che la Francia intende rivalutare la sua partecipazione all’Alleanza Atlantica con un maggior coinvolgimento sia politico che militare.

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