Venerdì 10 Febbraio 2012
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Putin alla riconquista
dell'est Europa

21 Gennaio 2008

Nei giorni scorsi ha fatto tanto clamore la notizia del ripristino delle parate militari sulla Piazza Rossa di Mosca. Ma per vederle non dobbiamo attendere il mese di maggio poiché una sfilata in perfetto stile sovietico il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatta in Bulgaria con l'unica differenza che al posto dei generali c'erano i manager dei colossi statali dell'energia.

Il paragone non finisce qui, però. Anche perché nella visita ufficiale di Putin c'è molto simbolismo, a fianco ovviamente della sostanza. A partire dal fatto che il capo della Federazione russa ha scelto Sofia come destinazione della sua ultima visita ufficiale prima della scadenza del secondo mandato presidenziale. Le parole di grande amicizia e antica fratellanza accompagnate dalla firma di ben otto accordi bilaterali (tre dei quali nell'ambito del settore cruciale dell'energia) non fanno che confermare in modo brillante la strategia globale che il Cremlino sta attuando dal 2005 in poi e che sta agevolando il ritorno della Russia come attore globale a pari con le altre grandi potenze dei nostri tempi.

Il piano era semplice e chiaro sin dall'inizio: agire sulla scena europea e mondiale con l'aiuto delle ingenti risorse naturali per creare dipendenza da parte dei vari interlocutori e assicurare un'estensione del perimetro di influenza geo-politica. Nulla di più facile in uno scenario che vede l'Unione Europea in una fase di stasi e gli Stati Uniti ancora in difficoltà con la gestione della situazione irachena e in piena campagna delle primarie presidenziali. Infastidita ad est dalle emergenti Cina e India, la Russia poteva agire solo ad ovest e qui ha trovato terreno fertile in Paesi ex comunisti con una vita democratica ed economica relativamente giovani e per questo motivo sensibili e suscettibili di influenze%2C soprattutto quando imposte con le nuove armi strategiche: gas e petrolio. Sia pure piuttosto piccoli i Paesi baltici si sono tuttavia rivelati resistenti e per nulla nostalgici al passato recente di dominio sovietico. Dal canto suo, la Polonia rappresentava un muro e scontrarsi direttamente con Varsavia, specie nel periodo del tandem Kaczynski, ha prodotto dei contraccolpi pesanti per Mosca.

Dunque, l’obiettivo migliore sono i Balcani, perché ancora caratterizzati da instabilità politica e perché area di passaggio delle vitali forniture energetiche per il mercato europeo (in modo da renderlo ancora più dipendente dalla Russia). A cimentare questa situazione, ecco che arrivano tre intese che Putin è riuscito a mettere a segno venerdì nella capitale bulgara. Insieme all’accordo sulla realizzazione dell’oleodotto Burgas-Alexandroupolis e alla costruzione di una nuova centrale nucleare sul fiume Danubio, la delegazione russa ha portato a casa anche il benestare di Sofia sulla partecipazione al progetto South Stream – un gasdotto che attraverserà il fondale del Mar Nero raggiungendo la costa bulgara e da lì si dividerà in due principali direzioni, una verso nord-est e l’altra verso sud-ovest. Il progetto è tuttora nella fase di studio e vede l’italiana Eni come partner principale di Gazprom. Il sì di Sofia completa il quadro. Mentre il tracciato del North Stream ha privato la Polonia e i Paesi baltici della possibilità di avere voce in capitolo, il Blue Stream e, da ultimo, il South Stream hanno fatto sì che né la Turchia, né la Bulgaria potessero ambire ad un controllo esclusivo dei traffici energetici in passaggio dal sud-est. L’offensiva russa ha in pratica messo fuori gioco l’alternativa del grande progetto Nabucco che, tra l’altro, è stato compromesso anche da diverse reticenze e perplessità dei paesi centro-europei che dovevano essere coinvolti. E’ stata emblematica a questo proposito la famosa battuta del presidente della Gazprom, Alexei Miller, il quale ha commentato con palese ironia: “Nabucco? Questo non è un gasdotto ma un’opera”. Così, l’unico vero monopolio sugli approvvigionamenti della direttrice est-ovest rimane di fatto nelle mani russe. A suggellare questo scenario sono state anche le recenti intese con Iran, Turkmenistan e Algeria.

D’altro canto, Bruxelles osserva inquieta le manovre russe ed è ancora in cerca di una politica energetica comune che possa ridurre la sua dipendenza da Mosca. Un compito assai arduo visto che mancano sempre le risorse necessarie. La Commissione punta tutto sugli impegni per le energie rinnovabili e la separazione tra produzione e trasporto (l’unbundling), ma ciò non sembra sufficiente a risolvere nell’immediato la questione degli approvvigionamenti. Questo pone i Paesi europei, soprattutto quelli dell’Europa dell’est, davanti alla scelta tra una politica energetica ‘più europea’ - ma senza possibilità e mezzi concreti – e una ‘più nazionale’, fatta principalmente di accordi stipulati in autonomia con i fornitori. Nulla di nuovo: lo stesso dilemma, sicuramente non molto favorevole all’integrazione, era emerso già in passato e continua ad esistere anche in ambito sicurezza: fare da sé o in partnership con gli Stati Uniti (vedi lo scudo spaziale). 

Specie nei Balcani, si è sempre trattato di scegliere da che parte stare. Scelte non sempre indolore, come anche in questo caso. A Sofia, il presidente russo è stato accolto in pompa magna dalle autorità, ma ha dovuto vedere per le strade della città anche manifesti con il suo volto corredato dall’invito inequivocabile “Putin go home!”. A guidare le proteste e a gridare alla svendita degli interessi nazionali ed europei è stata l’opposizione di centro-destra, che rappresenta ora un fantasma di quella pletora di partiti che all’inizio degli anni Novanta si era unita sotto il minimo comun denominatore dell’anticomunismo e dell’avversione nei confronti di Mosca. Questo conflitto all’interno della società bulgara si ripropone anche adesso, al punto tale che qualcuno ha suggerito di non lasciare i politici bulgari da soli con la controparte russa perché potrebbero combinare guai come quelli subiti per quasi mezzo secolo.

“Ogni cosa nuova non è che una cosa vecchia e ben dimenticata”, dice un saggio proverbio balcanico. E gli eventi di queste settimane ne sono la conferma. La Russia non ha abbandonato le sue spinte imperialiste e la sua politica plurisecolare di presenza e dominio sugli Stretti. L’energia e la crisi del Kosovo sono un’opportunità d’oro per dar riprendere queste ambizioni.

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