Venerdì 10 Febbraio 2012
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Per il Pakistan Musharraf è il problema non la soluzione

4 Gennaio 2008

L’intervista a John Bolton pubblicata dall’Occidentale il 31 dicembre è di straordinario interesse, e non solo perché evidenzia uno scontro al calor bianco all’interno dell’Amministrazione Bush tra lo stesso Bolton - che è il plenipotenziario di Bush proprio per il Pakistan - e il segretario di Stato, Condoleezza Rice. Su questo punto, il lettore italiano può solo prendere atto e stupirsi per la straordinaria franchezza con cui Bolton accusa un membro del proprio governo di avere sbagliato in tutto e per tutto a favorire il ritorno di Benazir Bhutto, di aver contribuito a portare il Pakistan nel caos, di sbagliare nel voler perseguire “dettagli” come la democratizzazione di un paese chiave nella lotta al terrorismo. Non è la prima volta nella storia degli esecutivi americani che si verificano scontri del genere, ma è pur sempre grave che questo accada su un punto di crisi centrale su scala planetaria, che coinvolga il segretario di Stato e il fiduciario del presidente su quello specifico punto di crisi e soprattutto che sia così tranchant. Le accuse che Bolton porta alla Rice sono infatti di peso addirittura più grave di quelle portate da buona parte dei candidati alla presidenza a Bush, sullo stesso tema.

L’aspetto più interessante dell’intera intervista, però, è lo schema del ragionamento di Bolton, perché rappresenta una incredibile continuità con lo schema usato dalle amministrazioni americane dal 1956 in poi nei confronti dei paesi islamici, dalla crisi di Suez del 1956 (quando Eisenhower “costruì” la statura di leader dando una vittoria a tavolino a Nasser, vergognosamente sconfitto sul terreno da Israele), in poi. Lo schema di Bolton è semplice e si limita a preservare gli interessi strategici immediati riguardanti la difesa della sicurezza nazionale. Punto. Nessuna preoccupazione di prospettiva, nessun “disegno”, nessuna architettura politica di sistema.

Quello che interessa a Bolton, e lo dice, è solo e unicamente la sorte dell’apparato militare atomico pakistano, null’altro. Il resto sono “dettagli”, sia la costruzione di un forte esecutivo di unità nazionale in Pakistan, perseguita dalla Rice con il ritorno della Bhutto, sia – addirittura - la fine della dittatura militare perseguita personalmente dallo stesso Bush che ha chiesto in prima persona a Musharraf di abbandonare il ruolo di capo delle Forze Armate nel momento in cui si faceva eleggere per la terza volta, da un parlamento non democratico, capo dello Stato. Tutto questo è considerato con fastidio da un Bolton che addirittura chiede ai politici pakistani - e alla Rice - un time out, un farsi da parte e intende investire di pieni poteri Musharraf, per la semplice e unica ragione che si fida di lui, come apertamente dice.

Tutto questo non scandalizza certo, in linea di principio: Bolton è un falco e questa sua potrebbe essere semplicemente una affermazione di realpolitik. A fronte del concreto pericolo che l’atomica pakistana cada nelle mani di generali inaffidabili o peggio ancora, è meglio una sana dittatura militare di un generale che sinora ha dato pieno affidamento a Washington di essere - nonostante tutto - interno alla catena di comando Usa. Quella catena di comando, non va dimenticato, che ha fatto negli ultimi trenta anni l’incredibile errore di favorire un progetto che ha fatto sì che i militari pakistani, per nulla formati in una cultura laica, ma ispirati da un ideologo fondamentalista come Abu Ala al Mawdudi (caso unico al mondo), con i soldi dei fondamentalisti sauditi, si dotassero di bombe atomiche. Lo scandalo, addirittura lo stupore, riguarda altro: la totale, assoluta, reiterata incapacità di Bolton di comprendere che se oggi c’è un pericolo che l’atomica pakistana cada nelle mani di fondamentalisti, la responsabilità è tutta e sola di Musharraf e di chi l’ha sostenuto dal 1999 in poi, prima Clinton, e poi Bush. Tutto qui.

Musharraf è al potere dal 1999, e otto anni sono tanti, tantissimi in termini politici, sono una fase, e in questo lunghissimo periodo Musharraf - e i suoi partner - sono riusciti letteralmente a costruire una situazione che nel momento del golpe di Musharraf era impensabile. Nel 1999 infatti, il pur corrotto governo di Sharif forniva ampie garanzie di controllo dell’arsenale atomico e dei generali fondamentalisti pakistani. Ma quando uno di questi, Musharraf, appunto, si impegnò assieme a Osama Bin Laden nel tentativo di far deflagrare una guerra in Kashimr (e quasi vi riuscì) e per questo fu destituito dal comando dell’esercito, gli Usa si limitarono a reagire con freddezza, in un primo momento, per poi dare pieno credito alle garanzie offerte da un Musharraf che nel frattempo metteva a capo dei servizi segreti (per dirne una), quel generale Mehmood che dei Talebani e di Osama bin Laden è stato aperto complice sino all’11 settembre e che Bernard Henry Lévy accusa apertamente di avere continuato a tramare con al Qaida sino ad oggi.

Sfugge dunque a Bolton il dato di fatto evidente e palese: Musharraf ha sì dato agli Usa (in cambio di uno straordinario arricchimento personale) garanzie di partecipazione alla lotta al terrorismo e anche eccellenti possibilità di investimento in Pakistan grazie alle sue riforme economiche, ma ha sgretolato politicamente il paese. Quello pakistano è infatti  un quadro identico a quello che ha preceduto la presa del potere di Khomeini, là dove l’elemento centrale per gli Usa era il ruolo strategico (petroliferi ma anche di piazzaforte militare piazzata nelle costole energetiche dell’Urss) dello scià, là dove le uniche riforme patrocinate dagli Usa  - sin dai tempi di Kennedy - sono state quelle economiche, là dove è stato per venti anni abissale il totale disinteresse americano non già per la democrazia in Iran (elemento che attiene a una sfera etica qui ininteressante), ma per la capacità del regime dello scià di comporre in qualche modo, le tensioni sociali, politiche e ideologiche del paese.

Novello Reza Pahlevi, Musharraf ha dato ampia, sconcertante prova di non intendere minimamente intaccare la forma stato del Pakistan che il suo mentore - Zia Ul Haq - con l’incredibile appoggio americano aveva impostato sui più duri principi fondamentalisti di al Mawdudi, non a caso chiamato “il Khomeini sunnita”.  Dopo aver mantenuta intatta la forma stato inquisitoriale del paese islamico più anticristiano che ci sia - istituzionalmente - dopo l’Arabia Saudita (vi si può essere condannati a morte per avere sostenuto in pubblico che “Cristo è figlio di Dio” ed è successo e un vescovo cattolico si è suicidato in pubblico nel 1998 per protestare contro la legge, la Blasphemy Law che lo impone), Musharraf è riuscito a disgregare radicalmente ogni senso di unità nazionale alla base, come al vertice dello Stato. Esattamente come lo scià che costruì letteralmente, assieme agli Usa, l’impossibile, rapidissimo successo di Khomeini, solo e unicamente a causa della incapacità di costruire un riformismo autoritario (alla Franco, alla Ataturk, alla Sadat), che assorbisse le spinte di assestamento del paese.

Bolton, tutto questo non lo sa e non lo vuole leggere, come già Carter e si aggrappa, come Carter, nella difesa a oltranza di un satrapo%0D incapace, perché questi è in buona sostanza Musharraf. Il tutto, lo ripetiamo, all’interno di una tradizione americana che ha applicato questo stesso identico schema già molte volte, costruendo così a tavolino proprie clamorose sconfitte. Kennedy, dopo Eisenhower, appoggiò e finanziò per anni Nasser, convinto che lo sviluppo economico lo avrebbe portato dentro la sfera di mercato dell’Occidente (illuso in questo da W.W. Rostow), salvo poi scoprire che i miliardi di dollari per l’agricoltura del delta erano stati versati dal raìs a Mosca per comprare Mig. Jhonson, con Kennedy e sempre con la consulenza di Rostow, riuscì a perdere la guerra del Vietnam solo e unicamente perché invece di occuparsi attivamente dei “dettagli”, si appoggiò a due Musharraf cattolici (in Vietnam!) come Van Thieu e Cao Ky. Nixon e Carter (dopo Kennedy e Jhonson) investirono decine e decine di miliardi di dollari sullo scià, senza accorgersi che vi erano tra il 1972 e il 1977 immense possibilità di imporgli un governo di unità nazionale con quelle forze laiche (i nazionalisti eredi di Mossadeq) che alla fine furono costrette a allearsi con Khomeini (salvo essere subito distrutte politicamente e spesso anche fisicamente). George Bush padre ha investito miliardi di dollari (e anche gli italiani, ancora oggi ogni Finanziaria ammortizza i 5.000 miliardi di lire nello scandalo Bnl Atlanta) nell’illusione reiterata che l’ingresso nel mercato avrebbe imposto a Saddam delle riforme.

L’amministrazione di George W. Bush ha dato 10 miliardi di dollari a Musharraf e non si è accorta che a tutto sono serviti, tranne a costruire un quadro di comando nazionale - autoritario o democratico che fosse. Anzi, hanno accelerato la dissoluzione del paese sotto la dispotica, ma inefficace guida di Musharraf. Da qui a pochi mesi è dunque probabile che Musharraf cada (di sicuro le elezioni di febbraio saranno una farsa) e che un qualche “khomeini” d’accatto tenti la scalata del potere a Islamabad.  La speranza è che prima di quel momento John Bolton, ma soprattutto George W. Bush, si accorgano che “i dettagli” sono fondamentali e che Musharraf altri non è che la replica, in farsa, della tragedia dell’Iran dello scià.

Commenti
06/01/08 17:44
Pakistan, Algeria - non decolla la democrazia
Come si fa a criticare e peggio respingere i capi filo occidentali -ancorchè poco democratici- delle nazioni islamiche? Via loro, arriva Al Quaeda...
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