L’annuncio che Vincenzo Visco sta studiando una riduzione delle imposte – sia pure solo sui carburanti, e soltanto nei periodi di tensione sui prezzi – ha dell’incredibile. L’uomo simbolo dello Stato-tassatore, implicitamente, riconosce che vi sono casi in cui il prelievo fiscale è oggettivamente eccessivo. Di tali casi, quello delle tasse sulla benzina è forse il più lampante. Giudicate, secondo un sondaggio di Consumatori.it, i tributi più odiati dagli italiane, esse colpiscono non solo il diritto alla mobilità, ma anche quella che, in un paese lungo, stretto e montuoso come il nostro, è una necessità pratica: spostarsi, in Italia, vuol dire necessariamente spostarsi in macchina.
Sebbene, dunque, le parole di Visco costituiscano la prova provata che la tassazione sui carburanti sia insostenibile, esse rischiano di enfatizzare un aspetto tutto sommato secondario. Il problema vero, infatti, non è la variabilità dei prezzi – che anzi è essenziale al buon funzionamento del mercato, poiché essa informa i consumatori sulla scarsità relativa dei prodotti petroliferi e li spinge al consumo oppure al risparmio – ma il loro livello. Quella deriva da fattori economici, che devono essere lasciati liberi di fluttuare se non si vogliono incentivare comportamenti sbagliati; questo dipende soprattutto da fattori politici. Cioè, da tasse: ai prezzi attuali, circa il 58 per cento del prezzo della benzina e il 52 per cento del gasolio sono imposte. Al danno segue la beffa: mentre in paesi più civili del nostro, come gli Stati Uniti, il gettito delle imposte sui carburanti deve essere utilizzato a vantaggio degli automobilisti (per esempio nella costruzione o manutenzione delle strade), in Italia esso finisce nel calderone della fiscalità generale.
Una frequente obiezione è che i prezzi italiani sono superiori alla media Ue, mentre il prelievo fiscale è in linea con quello degli altri grandi paesi europei, quindi deve esserci un problema di collusione tra le compagnie petrolifere. Questa accusa commette un duplice errore. Da un lato, se è vero che le accise italiane assomigliano a quelle europee, è altrettanto vero che i redditi degli italiani sono inferiori: quindi, in proporzione, la tassa italiana sulla mobilità supera abbondantemente quelle europee. D’altro canto, il differenziale tra i prezzi industriali italiani ed europei dipende soprattutto dalla morfologia del nostro paese e dalle rilevanti inefficienze della rete di distribuzione, oltre che da alcune nostre peculiarità comportamentali (banalmente: gli italiani preferiscono pagare un po’ di più ed essere serviti, mentre gli europei prediligono il self service). Le rigidità nella rete di distribuzione possono essere rimosse solo operando una liberalizzazione a 360 gradi: eliminando, cioè, tutti i vincoli agli orari e ai turni (i benzinai italiani sono quelli che lavorano per meno ore in tutt’Europa), rimuovendo gli ostacoli all’apertura di nuovi impianti o alle innovazioni nel mix merceologico, e insomma concedendo alle stazioni di rifornimento maggiore flessibilità.
Le compagnie petrolifere sono un bersaglio abbastanza facile per una campagna ferragostana, ma – direbbe don Camillo – se si vuole risolvere il problema bisogna affrontare il problema, non buttarla in politica.


Non comprendo