Giovedì 24 Maggio 2012
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Per ridurre il prezzo della benzina serve una politica liberale

10 Agosto 2007

L’annuncio che Vincenzo Visco sta studiando una riduzione delle imposte – sia pure solo sui carburanti, e soltanto nei periodi di tensione sui prezzi – ha dell’incredibile. L’uomo simbolo dello Stato-tassatore, implicitamente, riconosce che vi sono casi in cui il prelievo fiscale è oggettivamente eccessivo. Di tali casi, quello delle tasse sulla benzina è forse il più lampante. Giudicate, secondo un sondaggio di Consumatori.it, i tributi più odiati dagli italiane, esse colpiscono non solo il diritto alla mobilità, ma anche quella che, in un paese lungo, stretto e montuoso come il nostro, è una necessità pratica: spostarsi, in Italia, vuol dire necessariamente spostarsi in macchina.

Sebbene, dunque, le parole di Visco costituiscano la prova provata che la tassazione sui carburanti sia insostenibile, esse rischiano di enfatizzare un aspetto tutto sommato secondario. Il problema vero, infatti, non è la variabilità dei prezzi – che anzi è essenziale al buon funzionamento del mercato, poiché essa informa i consumatori sulla scarsità relativa dei prodotti petroliferi e li spinge al consumo oppure al risparmio – ma il loro livello. Quella deriva da fattori economici, che devono essere lasciati liberi di fluttuare se non si vogliono incentivare comportamenti sbagliati; questo dipende soprattutto da fattori politici. Cioè, da tasse: ai prezzi attuali, circa il 58 per cento del prezzo della benzina e il 52 per cento del gasolio sono imposte. Al danno segue la beffa: mentre in paesi più civili del nostro, come gli Stati Uniti, il gettito delle imposte sui carburanti deve essere utilizzato a vantaggio degli automobilisti (per esempio nella costruzione o manutenzione delle strade), in Italia esso finisce nel calderone della fiscalità generale.

Una frequente obiezione è che i prezzi italiani sono superiori alla media Ue, mentre il prelievo fiscale è in linea con quello degli altri grandi paesi europei, quindi deve esserci un problema di collusione tra le compagnie petrolifere. Questa accusa commette un duplice errore. Da un lato, se è vero che le accise italiane assomigliano a quelle europee, è altrettanto vero che i redditi degli italiani sono inferiori: quindi, in proporzione, la tassa italiana sulla mobilità supera abbondantemente quelle europee. D’altro canto, il differenziale tra i prezzi industriali italiani ed europei dipende soprattutto dalla morfologia del nostro paese e dalle rilevanti inefficienze della rete di distribuzione, oltre che da alcune nostre peculiarità comportamentali (banalmente: gli italiani preferiscono pagare un po’ di più ed essere serviti, mentre gli europei prediligono il self service). Le rigidità nella rete di distribuzione possono essere rimosse solo operando una liberalizzazione a 360 gradi: eliminando, cioè, tutti i vincoli agli orari e ai turni (i benzinai italiani sono quelli che lavorano per meno ore in tutt’Europa), rimuovendo gli ostacoli all’apertura di nuovi impianti o alle innovazioni nel mix merceologico, e insomma concedendo alle stazioni di rifornimento maggiore flessibilità.

Le compagnie petrolifere sono un bersaglio abbastanza facile per una campagna ferragostana, ma – direbbe don Camillo – se si vuole risolvere il problema bisogna affrontare il problema, non buttarla in politica.

Commenti
Andrea
11/08/07 11:50
Non comprendo
L'autore sembra darsi arie da economista asserendo che la variabilità dei prezzi "è essenziale al buon funzionamento del mercato, poiché essa informa i consumatori sulla scarsità relativa dei prodotti petroliferi e li spinge al consumo oppure al risparmio"; tuttavia da uno che dirige la sezione "Ecologia e Mercato" (o meglio poca, e strumentalizzata, ecologia e molto, ed altrettanto strumentalizzato, mercato) dell'IBL potrebbe almeno accennare che - come insegnano al primo anno di economia - tale informazione non è corretta ed il segnale che tali prezzi inviano non incentiva comportamenti virtuosi nei consumatori, conducendo ad un consumo non ottimale del bene. Parlo delle esternalità negative ambientali(anche detraendo quelle odiatissime - dall'autore - connesse al contributo ai cambiamenti climatici da parte del traffico stradale). Dunque, generalmente parlando, ViVa i tributi ambientali non solo sulle emissioni ma anche, nella fattispecie, sui prodotti al fine di internalizzazione i costi ambientali eppertanto di disincentivare fenomeni non virtuosi (ed il principio "chi inquina paga lo conosce qualsiasi studente che abbia seguito diritto dell'EU o diritto Ambientale, e dunque che non lo citi il direttore di Ecologia e Mercato..); unica condizione, in particolare per i tributi ambientali sui prodotti, che il gettito sia impiegato in spesa pubblica a fini ambientali e sanitari (mentre per i tributi ambientali sulle emissioni da processi industriali il discorso è più ampio ed è possibile teorizzare una riforma fiscale ambientale basata su un aumento della tassazione ambientale, che consenta di usare il gettito addizionale per ridurre la tassazione sul lavoro e favorire così un aumento dell’occupazione). Ma forse ciò no non vale per uno che dirige Ecologia e Mercato ma non perde occassione per infangare a priori l'Emission Trading, sapendo in economia è ritenuto lo strumento economico di politica ambientale che presenta (ovviamente se adeguatamente progettato, implementato ed attuato)maggiori garanzie in termini di efficacia ambientale, efficienza economica ed efficienza dinamica...
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