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Gli Usa non hanno alternative a Musharraf

6 Novembre 2007

Fervono in queste ore i contatti tra Washington e Islamabad. Bush preme affinché il presidente pakistano Musharraf ripristini l’ordine costituzionale e riprenda al più presto il cammino verso la piena democrazia, confermando lo svolgimento delle elezioni parlamentari a gennaio. Il presidente americano non minaccia alcun taglio agli aiuti economici né una revisione dei rapporti tra i due paesi, e ricorda che Musharraf “è stato un grande combattente contro gli islamisti e i radicali… che hanno cercato di ucciderlo per tre o quattro volte”.

Allo stesso tempo, è intervenuto il primo ministro pakistano, Sahukat Aziz, per calmare le acque con l’annuncio che le elezioni si terranno a gennaio come prestabilito, confermando l’impegno di Musharraf perché il voto si svolga regolarmente e in Pakistan s’instauri una democrazia compiuta.

Le relazioni con Islamabad sono sempre state un compito difficile per Washington, che dall’11 settembre ha versato più di dieci miliardi di dollari per il sostegno militare a Musharraf contro al Qaeda e i talebani. I critici di Bush, come ad esempio la senatrice Hillary Clinton, trovano il comportamento della Casa Bianca incoerente, perché vuole difendere la democrazia e la libertà, ma si allea con un paese che viola i diritti umani.

L’alternativa, ossia distanziarsi dal Pakistan, alleato fondamentale nella guerra al terrorismo sarebbe molto pericolosa. Se messo alle corde dai paesi occidentali, Musharraf potrebbe porre fine alla collaborazione contro il terrorismo ed eventualmente stringere accordi con i talebani e al Qaeda, sempre molto attivi ai confini con l’Afghanistan, il Kashmir e la Cina. Dal punto di vista strategico sarebbe un grande passo indietro, con il rischio di destabilizzare tutta la regione, l’Afghanistan in particolare.

In parte sembra che si sia già verificato un rilassamento dell’esercito pakistano nel far fronte al terrorismo. La polizia ha arrestato 350 dei 2 mila avocati che hanno dimostrato il giorno della dichiarazione dello stato di emergenza, eppure le manifestazioni di migliaia di estremisti si sono svolte indisturbate. Ancora più preoccupante, però, è il fatto che il giorno successivo, nel Waziristan, l’esercito pakistano abbia consegnato ventotto prigionieri talebani ai militanti islamisti per riavere indietro i duecento soldati pakistani catturati in agosto.

Molte critiche a Washington riguardano inoltre il sostegno finanziario al Pakistan. Ma nel caso scoppiasse un conflitto su vasta scala con i jihadisti, tipo guerra civile, gli Stati Uniti sarebbero comunque costretti a non far mancare il loro appoggio economico all’esercito, per evitare a tutti i costi il Pakistan con armi nucleari finisca nelle mani dei talebani. 

L’intesa con Musharraf può sembrare un patto con il diavolo, ma per gli Stati Uniti è un atto di legittima difesa.

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