Ci volevano proprio la libertà di spirito e la limpida intelligenza di Giuliano Ferrara per rimettere al centro della discussione culturale, sociale e politica la questione dell'aborto che, a trent'anni dalla legge 194/78 che l'ha legalizzato in Italia, stava fossilizzandosi in tabù.
Con l'Appello per la moratoria sull'aborto, pubblicato in prima pagina sul Foglio (e riprodotto a p. 25 di questo fascicolo), finalmente il problema è impostato nei suoi giusti termini antropologici e morali, non "confessionali". Finalmente si può mettere in discussione la legge 194/78 che, in un Paese in cui tutto si discute e tutto si vuol riformare, Costituzione compresa, sembrava l'unico baluardo intangibile. Finalmente si può guardare in faccia l'aborto per quello che è, un crimine generatore di violenza, e fronteggiarlo almeno con misure simboliche come la proposta di moratoria, preludio di interventi operativamente concreti.
Nell'attuale situazione, dato che in Parlamento non ci sono i numeri per una riforma sostanziale della 194, occorre insistere affinché almeno la parte propositiva di quella iniqua legge venga finalmente attuata. Del resto, al tempo della discussione dell'iniqua legge (l'aggettivo è d'obbligo), fu proprio la pattuglia dei parlamentari cattolici comunisti (La Valle, Pratesi, Gozzini, Codrignani) a farne cambiare il nome da Norme sulla interruzione volontaria della gravidanza a Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza: ebbene, va considerato eversivo, come invece fanno le ministre Pollastrini e Bindi, con un codazzo di tardo femministe, esigere la piena applicazione di una legge dello Stato, in particolare per quanto attiene alla funzione dissuasiva dell'aborto che i consultori pubblici dovrebbero svolgere, e agli interventi economici per le madri in difficoltà?
In questo senso possiamo ben dire che "la legge 194 non si tocca": in attesa di una maturazione culturale che - per quanto ci riguarda - questa rivista e le Edizioni Ares da oltre trent'anni stanno promuovendo pur con i limitati mezzi delle minoranze d'avanguardia, ci si adoperi per attuare le norme "per la tutela sociale della maternità" che la 194, pur sempre iniqua, prevede.
E c'è un argomento che vorremmo almeno non più sentire nel dibattito in corso. Fra i "meriti" della 194/78 ci sarebbe quello di avere eliminato l'aborto clandestino. Orbene, per il fatto di essere "clandestino", su questa specie di aborto non ci possono essere statistiche: le fantasiose cifre sbandieriate dagli abortisti all'epoca del referendum fanno tuttora ridere per non piangere. Basti questo semplice ragionamento: nel 2006 gli aborti legali, in Italia, sono stati 130.033 e, dall'entrata in vigore dell'iniqua legge gli innocenti sacrificati sono quasi cinque milioni. Vogliamo sostenere che, in assenza dell'iniqua legge, cinque milioni di donne sarebbero morte sotto i ferri delle mammane? La verità è che l'aborto legale ha sterminatamente aumentato il numero totale delle uccisioni, aggiungendosi all'aborto clandestino che purtroppo si pratica tuttora - come di tanto in tanto indicano i tragici ritrovamenti nei cassonetti - e che va combattuto anche penalmente, come l'art. 19 della stessa legge 194/78 prevede. Da recenti sondaggi condotti in diversi Paesi fra le donne che hanno abortito, risulta che un'elevata percentuale di esse non vi avrebbero fatto ricorso se l'aborto non fosse stato legale. Ed è chiaro che ormai l'aborto è prevalentemente praticato per il controllo demografico. Che il falso e fittizio argomento della "clandestinità" venga addotto anche da un Massimo Cacciari intervistato dal Tg1, è un insulto all'intelligenza di Cacciari prima ancora che all'intelligenza dei telespettatori.
Benedetto XVI ha intitolato Famiglia umana, comunità di pace il messaggio del 1° gennaio per la Giornata mondiale della pace. "La famiglia naturale", ha scritto il Papa, "quale intima comunione di vita e d'amore, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna [...] è la prima e insostituibile educatrice alla pace". Ebbene, legalizzare la pratica con cui una madre uccide il figlio che porta in grembo, è la più grave minaccia alla pace e inocula nella società un veleno di violenza i cui effetti sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Nessuno minimizzi, nessuno resti indifferente.
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