Più passa il tempo e più l’acquisto della Banca Antonveneta di Padova da parte di Banca Monte Paschi si rivela un boccone difficile da digerire.
Negli ultimi otto mesi il titolo di Monte Paschi ha bruciato più di 4 miliardi in Borsa - come ha scritto ieri "Finanza&Mercati" – arrivando a capitalizzare appena 10,4 miliardi. Per altro, la banca senese si appresta a sborsare 8 miliardi per Antonveneta, una cifra che supera di svariati miliardi quanto gli spagnoli di Banco Santander avevano pagato per la banca padovana all’inizio dell’estate, allorché le quotazioni dell’intero settore erano nettamente più elevate, prima dello scoppio della crisi dei mutui “sub prime”.
La domanda che gli analisti si pongono
è perché Siena intenda spendere tanto per acquistare una banca di medie
dimensioni e anche un po’ malmessa. I sostenitori dell’operazione, tifosi della
strategia dei campioni nazionali, elogiano Monte Paschi perché acquista, anche
se pagando un prezzo salato, l’ultima azienda
di credito disponibile in Italia e in questa maniera diviene la terza banca del
paese, per dimensioni. La domanda allora da porsi è: a che pro divenire la
terza banca italiana?
Una prima giustificazione potrebbe essere che con
l’acquisizione si determinano economie di scala che fanno aumentare la
redditività del capitale investito. Purtroppo una vasta letteratura scientifica
dimostra che le economie di scala nel settore bancario sono limitate. Esse
risiedono principalmente nella attività di gestione del risparmio, dove si
possono mettere a fattore comune i costi fissi di ricerca e sviluppo di
prodotti finanziari e distribuirli su un parco clienti più vasto. Ma la cosa paradossale dell’operazione Monte Paschi
è che per finanziare l’ingente acquisizione la banca senese si appresta a
vendere al migliore offerente proprio il suo ramo di attività di gestione del
risparmio (MPS Asset Management), per concentrarsi sulla attività di banca al
dettaglio, dove le economie di scala sono pressoché inesistenti.
Un diverso argomento per giustificare la smania di crescita potrebbe essere quello di aumentare le dimensioni per rendere la banca più difficilmente scalabile da parte di predatori ostili. Tale argomento avrebbe senso per aziende il cui azionariato sia aperto e contendibile, come nel caso di Capitalia e Unicredito o di S.Paolo e Intesa. Nel caso di Monte Paschi invece la proprietà della banca è saldamente in mano alla Fondazione senese, che ne controlla più del 50 per cento, e senza il di cui consenso nessuno può scalare MPS; che sia 10 volte più grande o più piccola!
Per altro, un’acquisizione così ingente determina un serio problema per la Fondazione. Se non vuole vedere diluito il proprio ruolo di azionista della banca dovrà sottoscrivere un significativo aumento di capitale. Ciò comporterà però che il patrimonio della Fondazione verrà a essere fortemente concentrato in un unico cespite, la partecipazione in Banca Monte Paschi, legando quindi il flusso di proventi disponibili per le sue attività benefiche all’andamento della redditività di questo unico asset. Una politica di contraria a qualunque criterio di sana e prudente diversificazione del rischio.
Insomma più ombre che luci in questa operazione, che se da un lato porta alla ribalta nazionale i managers che l’hanno impostata, dall’altro non tutela adeguatamente l’azionista Fondazione e i beneficiari ultimi a cui sono destinati i proventi del suo patrimonio: i cittadini e il territorio di Siena.


Se il Mps non faceva niente
E' per tutte le altre fusioni...
Anch'io non capisco questa