Giovedì 24 Maggio 2012
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Legge elettorale, Walter al bivio tra il professore e il messia

11 Gennaio 2008

Chi conosce le peripezie di Walter Veltroni in versione Primo Cittadino di Roma non dovrebbe stupirsi: il gioco su più tavoli che il segretario Pd e i suoi fedelissimi sembrano aver avviato sul fronte della legge elettorale ricalca alla perfezione quel che dal 2001 avviene nella roccaforte capitolina, dove il sindaco e il suo potentissimo gabinetto sono riusciti a far convivere, felici e contenti, no-global e palazzinari, transfughi azzurri approdati nell’Udeur e rifondatori duri e puri, “baciapile” conclamati e ferventi anticlericali, fondamentalisti dell’ambientalismo e influenti industriali detentori di una larga fetta del mercato della monnezza.

Stavolta, però, il gioco potrebbe rivelarsi ben più pericoloso perché, a differenza di quanto accade nella capitale, nel teatro nazionale lo scettro del comando non è nelle mani di Veltroni, bensì di un premier la cui sopravvivenza al potere è ogni giorno più inconciliabile con la buona riuscita del percorso di trattativa avviato dal leader del Pd sul fronte della riforma elettorale. Non che il black-out sull’esecutivo e la fine del logorante dualismo sia per il segretario democratico un’ipotesi negativa, s’intende; ma l’aspirazione è naturalmente inconfessabile, e per le stesse ovvie ragioni non è stato facile, per Veltroni, respingere l’offensiva post-natalizia di Massimo D’Alema, che – secondo i rumours – avrebbe recato in dote addirittura la profferta da parte dell’Udc della salvezza per la maggioranza (oggi o eventualmente in un domani post-elettorale) in cambio di una legge decisamente proporzionale.

Nel quadro magmatico di veti e alleanze, a far da spartiacque resta il pronunciamento della Consulta sull’ammissibilità dei referendum elettorali, e la eventuale successiva consultazione popolare. Possibilità che i partiti di medie dimensioni – non abbastanza piccoli per trattare con i “grandi” senza perdere identità e non abbastanza grandi per coltivare ambizioni maggioritarie – temono come fosse il diavolo. Di qui la divaricazione tra Rifondazione comunista e i “cespugli” della sinistra radicale. Di qui, forse, la pressione dei “nanetti” dell’Unione per ottenere il vertice tra i capigruppo parlamentari e il ministro Chiti, fissato dapprima per martedì, subito prima della riunione della Commissione Affari Costituzionali del Senato nella quale è in discussione la bozza Bianco, e poi anticipato a lunedì.

Nel centrodestra le geometrie non sono meno variabili: Gianfranco Fini non sembra ancora aver deciso cosa fare da grande, se la destra di un polo moderato o l’improbabile ancella della “cosa bianca” vagheggiata da Casini e compagni e, per altre ragioni, da D’Alema. Leggendo in controluce le ripetute dichiarazioni dei colonnelli di quella che era la corrente “destra protagonista” – considerata più vicina a Berlusconi – si percepisce la preoccupazione di decifrare, e se possibile reindirizzare, la traiettoria intrapresa dal manovratore. Anche perché Casini, che ingenuo non è, ha ben compreso che il posto lasciato vuoto da An al tavolo della trattativa sulla legge elettorale potrebbe essere funzionale a lui per recitare con Forza Italia la parte del “figliol prodigo”, e cercare di strappare a Veltroni un sistema decisamente proporzionale.

Ma la variabile con cui l’ex presidente della Camera sembra non aver fatto bene i conti è proprio il partito del Cav. Che, per bocca degli azzurri schierati in prima linea, gli ha prontamente fatto sapere che ben venga la sua partecipazione al dialogo, ma che non sia per dettar legge. Anche perché – e qui veniamo all’incognita principale – il peso specifico di ogni partito nella trattativa lo si potrà comprendere solo all’esito del vertice di lunedì, quando, fra le alternative possibili, Veltroni e i suoi avranno deciso quale strada intraprendere.

Il segretario del Pd sostiene che con “un po’ di buona volontà” si sarebbe “ad un passo” dal trovare la quadra attorno ad un progetto che rappresenti un sistema “di transizione verso un assetto compiuto”. Quale che sia l’uovo di Colombo che Walter ha in mente, lunedì si troverà di fronte ad un bivio: rovesciare il tavolo con Forza Italia e piegarsi ai “nani” salvando Prodi, oppure spaccare la maggioranza e ampliare il raggio del dialogo, assumendosi la responsabilità di mettere a rischio l’esecutivo. Sempre che nel frattempo qualche alleato riottoso non cambi idea.

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