In tempi non sospetti, diversi attenti osservatori del (presunto) mito veltroniano e dell’impero capitolino proliferato alla sua ombra avevano vaticinato che ad impallinare l’irresistibile ascesa del Kennedy de noantri sarebbe stato il fuoco amico molto più che l’opposizione. In questi anni l’enorme influenza del macrocosmo economico che ruota attorno al microcosmo politico del Comune di Roma ha impedito che il pronostico, al di là di sporadici episodi, assumesse a livello locale una sua concreta consistenza, nonostante – ad esempio – i lusinghieri risultati conseguiti dalla mozione Mussi e dalla mozione Angius nel congresso cittadino della Quercia.
Ma la partita all’ultimo sangue per la conquista della leadership del nascituro Partito democratico sembra aver fatto da “tana libera tutti”. E l’infuocato esordio della campagna per le primarie del 14 ottobre sta dimostrando ciò che le spesso inascoltate cassandre capitoline andavano ripetendo da tempo: che il confronto interno avrebbe logorato l’astro nascente (in realtà già morto e risorto agli albori del nuovo millennio) di Walter Veltroni. E reso evidente la falsa partenza impressa dagli apparati dei Ds e della Margherita ad un percorso di aggregazione che avrebbe potuto rappresentare una importante opportunità per l’intero sistema politico nazionale, ed invece sembra condannato ad essere rubricato alla voce “occasioni perdute”.
La fulminea incursione di Marco Pannella e Antonio Di Pietro nella partita delle primarie ha segnato un primo colpo a sfavore della credibilità del progetto. Sorvolando sulla posizione del primo, che le saracinesche del Partito radicale probabilmente non le avrebbe mai abbassate, è infatti difficile liquidare le argomentazioni del secondo, che la sua “Italia dei valori” forse l’avrebbe sciolta per davvero, non appena i due azionisti di maggioranza avessero fatto formalmente altrettanto, e non appena il soggetto “Partito democratico” fosse esistito compiutamente nella realtà. E ancora più arduo sarebbe dar torto al senatore ulivista Roberto Manzione, che dopo l’esclusione dalla gara imposta ai due outsider ha commentato: “Ds e Margherita non si sono affatto sciolti; il partito di Rutelli ha già fissato la propria festa nazionale il prossimo 3 settembre, per fare un esempio…”.
Il giallo dell’archivio dei votanti alle primarie dell’Unione del 2005 non ha fatto che peggiorare la situazione. Già, perché comunque la si metta, la questione costituisce un problema. I possibili esiti della querelle sono infatti soltanto quattro: a) l’archivio esiste, comprende dati sensibili ed è stato formato e conservato in violazione della normativa sulla privacy; b) l’archivio esiste, ma a differenza di quanto a lungo propagandato dimostra che i votanti effettivi in quelle primarie furono molti meno dei quattro milioni che fino ad oggi ci hanno fatto credere; c) i custodi del tesoro avevano pensato di mettere lo scrigno a disposizione di un solo candidato (indovinate quale), dimostrando una volta di più che quella per la leadership del Pd è una gara impari, pianificata a tavolino e nient’affatto “democratica”.
Quanto alla quarta possibile conseguenza dell’incresciosa vicenda, essa consiste nel pericolo mortale (per Walter Veltroni) che di “quelle” primarie si parli troppo. Nonostante i sospetti che accompagnarono lo svolgimento della consultazione del popolo dell’Unione per la scelta del candidato premier, infatti, va detto che il 74% ottenuto allora da Romano Prodi è un risultato che va al di là di ogni ragionevole dubbio. E chi il sindaco di Roma non l’ha mai avuto in simpatia, già pregusta il sapore di sconfitta morale e politica che accompagnerebbe una eventuale vittoria di Veltroni anche con un solo punto percentuale in meno. O magari con molti punti in meno, come pronosticato da un perfido sondaggio diffuso giorni fa dalla community online del prodiano Giulio Santagata, che vede il superfavorito arenarsi al 52,2%, seguito da Rosy Bindi (24%) ed Enrico Letta (15,5%).
Raccontano che il “re per un giorno”, disceso dal cielo al Lingotto di Torino in un clima di attesa messianica, nonostante le partite a calcio balilla sotto il sole delle Maldive non dorma affatto sonni tranquilli. Chissà, forse l'apparente unanimismo che ha caratterizzato la sua investitura l'aveva illuso che nessuna candidatura di peso avrebbe intralciato la scalata alla leadership del Pd e di qui a Palazzo Chigi. Ora che gli antagonisti sono scesi in campo, e hanno dato prova di non voler fare sconti, la situazione per l'aspirante "sindaco d'Italia" si complica. Rosy Bindi, per esempio, l'ha sfidato ad affrontarla in tv, e a dire quello che pensa: nulla di più pericoloso per chi sul consenso "leggero" e generalizzato ha fondato le premesse per la sua scalata al vertice.
Sebbene possa apparire paradossale, Veltroni al momento può trarre ossigeno dal redde rationem che la triangolare Bindi-Letta-Franceschini ha scatenato all'interno della Margherita. Mentre farebbe bene a non sottovalutare l'ostilità latente dei tanti Ds che hanno appoggiato la sua candidatura per mero spirito di sopravvivenza, e che potrebbero pensarci bene prima di metterci la faccia qualora la lotta dovesse farsi ancora più cruenta.
In questo clima incandescente, appaiono quasi commoventi gli sforzi dei supporter della prima ora, che ribadendo a mezzo stampa la propria convinta fedeltà alla causa del primo cittadino della Capitale, accusano i suoi due principali avversari di condurre una battaglia "contro" Veltroni e non "per" il Pd. Sorvolando sulla considerazione che non necessariamente nell'ottica dei diretti interessati l'una cosa (il "contro" Veltroni) esclude l'altra (il "pro" Pd), una simile accusa pronunciata dopo aver consapevolmente coltivato il mito del candidato unico appare nel migliore dei casi un sintomo di ingenuità, nel peggiore un segno di malafede.


PD, primarie infucate. E Veltroni teme i colpi del fuoco amico
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