Il cattolicesimo e la Chiesa di Roma hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale nella storia dell’Occidente e in generale del mondo ─ come non tenere conto dell’importanza delle missioni cattoliche in continenti come l’Africa e l’Asia dove suore e sacerdoti svolgono anche funzioni essenziali per la cura dei malati e per soccorrere i più poveri? ─ e per quanto riguarda l’Italia, pur essendo un’agnostica battezzata ─ mi capita di constatare spesso come la Chiesa sia tra le nostre poche istituzioni che funzionano. Quando consulto i registri dell’English College della Compagnia di Gesù o gli archivi della Vaticana provo una sincera ammirazione per una istituzione così efficiente e ordinata. Non si deve però chiedere al papa, e neppure a Benedetto XVI, di cambiare mestiere e di essere d’accordo sul mercato. La Chiesa di Roma ha una funzione universale, non nazionale, e sarebbe sbagliato costringerla a venire meno ad alcuni principi fondanti del cristianesimo. In altri termini, il problema di conciliare cattolicesimo e liberalismo è un problema dell’ideologia italiana, così come lo è trascinare nella discussione Kant, Tocqueville ─ o addirittura Marx ─ per affermare che tutti erano liberali e non desideravano altro che il trionfo del capitalismo e il bene dell’umanità. Come afferma Raimondo Cubeddu, un sano antagonismo è necessario tra religione e filosofia, ma come pure tra i filosofi. Riconoscere il valore di Kant e anche di Marx non significa necessariamente forzarli a dire cose che non si sarebbero mai sognati di affermare. Con la filologia si fanno miracoli e in Marx si trova pure l’elogio della borghesia, ma faremmo rigirare Marx nella tomba se lo amputassimo della teoria della lotta di classe e della necessaria fine del capitalismo di cui andava tanto fiero. Il laicismo occorre innanzitutto in filosofia e significa riconoscere i limiti della razionalità umana e anche dei filosofi, ai quali accade spesso di diventare cattivi teologi e pure di sostituirsi al Padreterno per teorizzare la perfezione sulla terra. Personalmente ho l’impressione che l’antropologia di Agostino e la sua teoria della debolezza della natura umana fosse più vicina a quella delle passioni di Hume che a Kant e a Hegel, i quali compiono l’operazione inversa a quella di Agostino secolarizzando il cristianesimo, ma questo è un altro discorso e qui mi interessa invece sottolineare che alla base del capitalismo vi è l’idea che gli esseri umani agiscano mossi da interessi e passioni in cima ai quali non c’è il bene del prossimo e del mondo. Paradossalmente, però proprio queste passioni e interessi perfino egoistici hanno prodotto e producono vantaggi come il passaggio dallo stato di indigenza e a quello di relativo benessere ai quali anche civiltà diverse dalla nostra non sono indifferenti. I cinesi stanno senz’altro meglio adesso di un secolo fa, ma dubito che il capitalismo sia la marcia trionfale dell’umanità verso l’armonia e la pace universale, anche perché alla base del capitalismo vi è la competizione, la mobilità sociale, la rottura con sistemi politici avversi al libero mercato. Per questo, come Piero Ostellino, non riesco a comprendere come Michele Salvati, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino e altri intellettuali di sinistra possano credere di potere convincere la sinistra postcomunista a diventare liberale. Come Ostellino auspico abbiano successo, ma rimane il fatto che nessun sistema di potere politico, economico e culturale programma compiaciuto il proprio suicidio. Alla base di tutta volontà di conciliare il liberalismo con tutto ─ da Kant a Marx e perfino con la dottrina sociale della Chiesa ─ vi è il vecchio giochetto italiano di cambiare tutto per non cambiare niente. Come osserva Ostellino, se la sinistra seguisse i consigli di Giavazzi di adottare criteri di merito nell’amministrazione pubblica e locale dovrebbe rinunciare a tutto un sistema di alleanze, quattrini, consenso, potere, e nessuno si suicida volentieri. Sarò maliziosa, ma ho l’impressione che alla base di tutto lo sforzo attuale di tanti intellettuali anche di centrodestra per conciliare cattolicesimo e liberalismo vi sia il problema di costruire il “liberalismo dal volto umano” che ricorda quel “socialismo dal volto umano” che si era inventato il povero Dubček per uscire dal modello comunista sovietico senza irritare i sovietici. Trovandoci di fronte in Italia questo Leviathan costruito in mezzo secolo dal Pci cerchiamo di esorcizzarlo col “liberalismo dal volto umano” e come i poveri praghesi siamo tutti contenti se qualche intellettuale di sinistra tenta di convincere i postcomunisti a diventare liberali, ma il problema reale è che il centrodestra è maggioranza nel paese, ma è fuori dall’establishment. La stessa dottrina sociale della Chiesa inizia con la Rerum Novarum del 1891 con Leone XIII, (che respinge il socialismo per la lotta di classe, ma sostiene le giuste rivendicazioni proletarie) nasce sotto l


Dunque i meriti fondamentali
Tralascio le considerazioni