Venerdì 10 Febbraio 2012
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I Kennedy spiazzano Hillary e puntano
su Obama

29 Gennaio 2008

Chi - fuori degli Stati Uniti - si interessa di “americanate” aspetta con un’ansia voyeristica le lunghissime elezioni presidenziali per cercare di prendere il polso di quel paese così lontano e così vicino.  L’orgia mediatica, fatta di discorsi, sondaggi, gossip di vario genere è il pasto quotidiano di quel pubblico di fanatici (tra cui il sottoscritto) che, non senza presunzione, è sempre convinto di aver capito tutto, e prima degli altri, di quello che avviene in quell’universo che si estende dal Potomac alle Montagne rocciose.  Ogni tanto - giusto con tono di pietosa sufficienza - ci si avventura a fare paragoni tra gli eventi di questa patria “ideale”, con quelli - ovviamente più miseri - del proprio paese.

Neanche da dire che il risultato è desolante per la patria “legale”, soprattutto se essa è l’Italia. Nonostante l’italica ubris nei confronti del mondo americano il patetico scimmiottare la liturgia politica d’oltreoceano, con l’innaturale introduzione dello strumento delle primarie, dimostra l’inconsistenza dell’idea del confronto politico nel Bel Paese. Vi è da dire che a questi “integralisti” degli Stati Uniti manca, spesso, la giusta prospettiva per vedere e studiare la repubblica stellata. E’ forse necessario rammentare le feconde parole di Baudrillard che, in L’America, ricorda che “per vedere e capire l’America, bisogna aver sentito, almeno per un istante, nella giungla di una downtown, nel Painted Desert o nella curva di una freeway, che l’Europa è sparita”.

 A questo variegato manipolo di ‘fan’ del mondo politico americano la discesa in campo della famiglia Kennedy a fianco del senatore Obama non è certo passata inosservata. Anche se già si gonfiano le fila di coloro che dicono: “Io lo sapevo!”, giusto perché un appassionato di cose a stelle e strisce non può mai essere preso in contropiede, la notizia è di quelle che lasciano il segno e che determinano una frattura all’interno di un continuum politico di oltre 16 anni.

Già nel 1992 il potente clan dei Kennedy, nella persona di Edward (detto Ted), senatore del Massachussetts, e capostipite della dinastia, aveva appoggiato il giovane, e sconosciuto,  governatore dell’Arkansas William Jefferson Clinton, nella corsa alla Casa Bianca. Questa era diventata la sorte dei Kennedy. Se negli anni Sessanta, grazie al volitivo capostipite Joseph, la famiglia sembrava destinata ad esprimere candidati alla carica presidenziale (JFK, il presidente assassinato a Dallas ed il fratello minore Robert, anch’egli ucciso a Los Angeles nel 1968, mentre stava per diventare il competitor democratico per la corsa alla Casa Bianca), l’incidente automobilistico di Chappaquiduick, nel quale annegò un’amica di Ted, mise fine all’ambizione dei Kennedy a diventare inquilini del 1600 Pensylvania Avenue.  Da allora, nonostante alcuni patetici tentativi di tornare alla ribalta nazionale, Edward Moore Kennedy si accontentò di diventare il “satrapo” democratico del New England ed un grande elettore per i candidati presidenziali del partito dell’asinello.

Il sostegno del clan alla candidatura di Clinton rientrava nella tradizione di famiglia. Bill, nel 1992 era il più giovane candidato alle presidenziali nella storia degli Stati Uniti. Non solo.  Egli rappresentava un misto di ingenuità, di freschezza e di scaltro cinismo: Clinton era il kanon della scuola kennediana. Mediante il sostegno al Bill nazionale la Famiglia traeva nuova linfa, cercando di riprodurre la figura di John  Fitzgerald. Se i Kennedy si erano affermati, sul palcoscenico nazionale, come portatori di una visione “giovane”, idealista, ma - in fondo - conservatrice dell’America, il ciuffo brizzolato di Clinton, incarnava la riproposizione della figura di JFK (comprese le intemperanze sessuali). La collaborazione tra il clan, che garantiva il sostegno democratico del New England ed il presidente, nato nella grande provincia americana, fu continua. Dopo che l’uomo di Hope lasciò la Casa Bianca, la famiglia non fu contraria alla candidatura dell’invadente e poco nello stile Kennedy (sottilmente, ma tenacemente maschilista), moglie Hillary Rodham alla carica di senatore di New York. Nella Grande Mela, oggetto estraneo a chi passa l’estate a Cap Code,  i Kennedy hanno un potere relativo, ma un’esternazione negativa non avrebbe giovato alla candidata. Nonostante ciò il prestigio che Bill aveva assunto negli otto anni di presidenza, grazie anche ad un sapiente e scrupoloso uso della macchina mediatica, rendeva la moglie un candidato imbattibile.

Gioco forza ha voluto che la dynasty di Hyannis Port dovesse dare il nulla osta al nuovo candidato democratico. In gioco era la popolarità medesima della famiglia, che non poteva permettersi di salire su di un ‘carro perdente’. Il prestigio dei Kennedy risiede nell’idea che essi incarnano una immagine giovane e vincente, anche se da decenni sono politicamente giurassici e rappresentano i poteri forti della costa nord occidentale dell’Unione. Il silenzio del clan alla candidatura di Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca è parso agli osservatori (nessuno escluso) ed allo Stato Maggiore democratico come l’implicito sostegno alla discussa moglie del 42° Presidente dell’Unione.

Poi, come un colpo di teatro, il 26 gennaio 2008, dopo la scontata sconfitta della senatrice Clinton contro Barak Obama in South Carolina la figlia maggiore di JFK, la 51enne Caroline, seguita il giorno dopo dallo zio Ted, si schiera a fianco del candidato afro-americano. La retorica della Famiglia, alla quale è più sensibile la stampa europea che quella statunitense, enfatizza il messaggio di ‘cambiamento’ dell’unico senatore afro-americano del Congresso americano. Egli, agli occhi del pubblico, deve apparire come il nuovo JFK, mentre la senatrice Rodham Clinton pare incarnare gli interessi dei ‘poteri forti’. Che la Hillary ‘de noantri’ non rappresenti il nuovo, e che dietro di lei si muova compatta la potente lobby degli avvocati, è cosa tanto risaputa da risultare ovvia. Ella, se da un lato, è figlia di un vetero femminismo di maniera, per il quale donna è bello, comunque sia, dall’altro si è rivelata una persona ossessivamente attaccata al potere, tanto da presentarsi alle urne, non con il proprio nome, ma con quello, vincente, del marito.  Non è un caso che, quando si presenta di persona, ella non riesca a ‘bucare’ lo scetticismo dell’elettorato e che le sue azioni risultano in ascesa solo quando si muove in suo soccorso il ‘vecchio’, ed un po’ bolso, marito.

Sotto molti punti di vista appare evidente che Obama rappresenti il ‘nuovo’ nei confronti dell’arrivista senatrice di New York, ancor più conservatrice di tutti gli altri candidati, compresi quelli del Great Old Party. Le motivazioni che hanno, inaspettatamente, mosso la famiglia Kennedy a sostenere Obama sono, però, meno nobili. In quasi cinquant’anni questi figli e nipoti di immigranti irlandesi si sono strutturati come una laica dinastia in un paese repubblicano fino alle ossa. I Kennedy non sono solo un centro di potere, ma un’idea fatta famiglia. Questo fa del clan una ‘dinastia’. Essa ha i suoi riti e le sue liturgie, consolidate nel tempo. Se la Rodham Clinton entrasse da vincitrice alla Casa Bianca, la sola successione - anche se con i metodi della rappresentanza -   al più famoso marito farebbe dei Clinton una nuova dinastia della galassia democratica che, oscurerebbe, in modo irreversibile le cariatidi di Cap Code.

Non si tratta solo di scegliere un candidato alle elezioni presidenziali. Sia per i Kennedy, sia per i Clinton in gioco vi è molto di più. Vi è la sopravvivenza stessa. Essa non è certamente fisica, ma ideale e morale. Sul piatto vi è l’immagine ed il carisma di due dinastie: una storicizzata ed una ‘in progress’. Come ovvio due dinastie non possono dividersi lo stesso territorio materiale ed ideale. Solo una può sopravvivere. Diverso è il campo repubblicano. Esso, storicamente, non ha mai avuto famiglie egemoni, anche per il basso profilo ideologico del GOP. La leadership dei Bush che hanno dato all’Unione due governatori e due presidenti (più di chiunque altro nella storia americana) pur senza far diventare la famiglia una dinastia, rappresenta una pax senza possibilità di replica. E’ nel mondo liberal che si è affermata in modo forte l’idea di dinastia, grazie ad una strategia, attentamente studiata dalla fine degli anni Trenta. Il vecchio Jack aveva il senso dinastico e lo ha trasmesso hai suoi numerosi figli e nipoti. Però il tempo ha logorato l’immagine e la legittimità della famiglia. Se i Kennedy vogliono conservare la cinquantennale leadership nel partito dell’asinello  devono, a costo di perdere la battaglia definitiva (chi non ricorda il film “The last Hurrah!” di John Ford con il grande Spencer Tracy), sfidare la nuova dinastia rampante degli anni Novanta dei Clinton. Quale sarà il verdetto? Sicuramente non sarà la dubbia simpatia di due clan a prevalere. La sentenza è nel risultato del Super Tuesday del 5 febbraio.       

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