Venerdì 10 Febbraio 2012
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Il Cav vuole elezioni, Veltroni no. E il voto si avvicina

29 Gennaio 2008

Nessuna intesa. Le distanze continuano a rimanere incolmabili. Per Silvio Berlusconi “l’unica strada è quella di ritornare al voto per dare al Paese un governo immediatamente operativo”, mentre per Walter Veltroni “il voto oggi significa instabilità domani”. Posizioni diametralmente opposte che riflettono l’immagine di un Parlamento ormai agli sgoccioli e incapace di trovare una maggioranza per un nuovo esecutivo.

E’ evidente allora che il voto in aprile diventa ogni giorno che passa una prospettiva sempre più probabile, anche se dal Colle comunque trapela la volontà di affidare un incarico per tentare di formare un governo. Il nome tirato in ballo è quello del presidente del Senato Marini.

L’ipotesi che vede schierato in prima linea l’altro candidato, il ministro Amato, sembra al momento meno probabile, visto anche quanto accaduto ultimamente con la visita del Pontefice a La Sapienza. In sostanza si tratterebbe dell’estremo tentativo di salvare la legislatura o di spostare più in là il voto. Tentativi che, fanno  capire dal Quirinale, sarebbero motivati dal fatto che “non c’è una maggioranza per andare al voto”.

Ma le probabilità che Marini riesca in questa impresa sono davvero poche. Speranze che lo stesso Berlusconi ha “ridotto al lumicino”, spiegando: Un eventuale incarico a Marini o ad Amato  “francamente mi sembra tempo perso per il Paese e non piacerebbe ai cittadini, che non ne capirebbero il senso”. Nessuna perdita di tempo, quindi, e subito al voto. Questo è il pensiero del Cavaliere, convinto anche del fatto che “la presente legge elettorale ha consentito una piena governabilità alla Camera a una coalizione che aveva vinto di soli 24 mila voti, mentre non l’ha consentita al Senato perché lì la sinistra aveva avuto meno voti del centrodestra”.

Analisi che quindi proietta l’ex presidente del consiglio già in campagna elettorale: “La nostra coalizione non è, come dice Veltroni, con profonde divisioni interne: noi siamo uniti su tutti i punti, sui principi fondamentali delle democrazie occidentali”. Ma sul fronte del dialogo con il centrosinistra il Cavaliere non chiude la porta precisando di non aver “cambiato idea” anche se “non è possibile pensare di attuare riforme importanti in tempi brevi”.

Dal canto suo Veltroni ha confermato la volontà del Pd di non andare subito al voto. Due le ipotesi avanzate dal sindaco di Roma: quella di votare verso giugno oppure nel 2009. Per Veltroni infatti “l’alternativa del precipitare alle elezioni anticipate, è un’alternativa che non corrisponde ai bisogni del paese, e contraddittoria rispetto a ciò che è stato dichiarato da tutte le forze politiche del nostro paese nel corso di questi mesi”.

L’obiettivo di massima per il leader del Pd è quello di spostare al 2009 le elezioni per “svolgere nel frattempo un disegno di riforme costituzionali già incardinato alla camera”. Prospettiva che se si dovesse scontrare con la dura realtà dei fatti si tradurrebbe allora in elezioni a giugno “fissando anche la riforma legge elettorale, tenendo conto che c’è il referendum che comunque cambierebbe legge elettorale”.

Una doppia road-map veltroniana che non ha risparmiato critiche al centrodestra: “Perché si ha tanta fretta di votare se si è sicuri di vincere? E non si è invece disposti ad aspettare due mesi ed avere una legge elettorale che garantisca stabilità? Eravamo a un passo da un accordo possibile e io credo che possiamo partire dalla prima bozza Bianco e da lì cercare una possibile convergenza per dare al Paese stabilità e ai governi governabilità”. Un richiamo alla bozza Bianco ed al dialogo instaurato in questi mesi proprio con Berlusconi.

Ma dal centrodestra arrivano puntuali le repliche, con il capogruppo di An al Senato Altero Matteoli che dice: “Le proposte di Veltroni sono sorprendenti e mirate solo a perdere tempo”. Mentre Renato Schifani capogruppo azzurro a Palazzo Madama spiega che “le motivazioni di Veltroni sono pretestuose. I bisogni del Paese rispondono ad una sola logica: tornare ad essere governato da una coalizione omogenea, come quella di centrodestra, che ha i consensi necessari per garantire sviluppo economico e stabilità”. Intanto sul fronte Udc monta la polemica. Il vicepresidente del Senato Baccini apre ad un possibile governo Marini, spiegando di essere disposto a votare la Fiducia. Immediate le reazioni dal centrodestra dove Maurizio Gasparri attacca dicendo: "Non è un Baccini che consentirà la nascita di un governo, parliamo di cose serie...", mentre da Forza Italia è Silvio Berlusconi ad ammonire per evitare "giochi di palazzo e palliativi". Repliche che non sono piaciute a Baccini che ha rilanciato: "Non prendo ordini da nessuno né dal centrodestra né dal centrosinistra, perché intendo aiutare quanti nel nostro Paese vogliono realizzare un nuovo sogno italiano".

Botta e risposta velenoso che ha imposto ai vertici del partito centrista di intervenire per mettere a tacere ipotesi di inciucio. E così il segretario Lorenzo Cesa chiarisce che "per votare qualsiasi governo è necessario che ci siano precise condizioni politiche che al momento sono del tutto inesistenti". Precisazione importante che spegne sul nascere ipotesi di spaccature interne e accordi sottobanco. Un confronto a distanza che potrebbe pesare sulle prossime mosse di Napolitano che a breve ascolterà gli ex presidenti della Repubblica.

Domani con tutta probabilità arriverà la sua decisione e l’affidamento dell’incarico a Marini per verificare sul campo l’esistenza di condizioni per formare un governo. E solo dopo il Capo dello Stato potrebbe decidersi a sciogliere il Parlamento. Il conto alla rovescia per la fine della XV legislatura è partito. Da lunedì prossimo potrebbe scattare la campagna elettorale.  

Commenti
Enzo Sara
29/01/08 16:54
IL SENSO (UNICO) DI RESPONSABILITA'
Parola d'ordine: senso di responsabilità. O, meglio, responsabilità a senso unico. Intesa, cioè, come percorso obbligato per il centrodestra, da compiere per intero finchè non si giunge alla meta preferita (la più utile e la più comoda) per i vedovi inconsolabili di Romano Prodi e per gli sbandati e recalcitranti seguaci (?) di Walter Veltroni. E' davvero incredibile l'ipocrisia di un centro-sinistra che ha il fiato corto, sa di essere bocciato dagli Italiani, ha una fifa blu delle urne eppure non rinuncia al vizio antico di fare la morale agli altri e di ergersi a unico custode della saggezza e dell'equilibrio. La domanda sorge spontanea: dov'erano questi depositari della responsabilità quando s'imbarcarono nell'infausta e scriteriata avventura del governo Prodi (respingendo sdegnosamente la proposta di grande coalizione) pur sapendo che alla Camera avevano vinto di strettissima misura e al Senato avevano perso in termini di voti e sostanzialmente pareggiato sul piano dei seggi assegnati? Dov'erano i depositari della responsabilità quando la relazione del ministro D'Alema (che alla vigilia aveva detto: "Tornare a casa è un dovere costituzionale se non si ha la maggioranza") con gli indirizzi di politica estera - mica bruscolini - fu bocciata dal Senato? Ripartirono grazie a Follini come se niente fosse, senza nemmeno il pudore di cambiare almeno il titolare della Farnesina. E dov'erano i depositari della responsabilità nei giorni scorsi, quando Sansone Prodi ha caparbiamente e autolesionisticamente deciso di andare a morire con tutti i filistei unionisti a Palazzo Madama, schiantandosi contro l'evidenza dei numeri e la realtà dei fatti pur di fare un drammatico sgarro a Veltroni? Forse erano troppo impegnati a rilasciare dichiarazioni del tipo "se cade Prodi la legislatura è finita e non c'è alternativa al ritorno alle urne" (per gli esempi concreti, non c'è che l'imbarazzo della scelta). Da questi cultori del senso di responsabilità sarebbe interessante sapere come pensano di "fare le riforme" in 8-10 mesi dopo che non ci sono riusciti in venti mesi (il doppio) con un governo nel pieno esercizio delle proprie funzioni? E come sperano, i custodi della responsabilità, di modificare la legge elettorale dopo che - nonostante i tentativi di intesa tra Veltroni e Berlusconi - non si è cavato un ragno dal buco negli ultimi tre mesi con ogni partito e micropartito che ha preteso di imporre una ricetta finalizzata esclusivamente alla difesa del proprio orticello? Nel solo Pd si registrano almeno tre posizioni diverse: prodian-referendari, veltroniani che hanno provato a discutere con Berlusconi (con improvvise sortite all'insegna dell'ammirazione per il modello francese) e dalemiani che puntano al modello tedesco. Non potrebbe che venirne fuori un sistema elettorale nuovo di zecca e finora inedito: il modello-Babele. Il tutto mentre il referendum incombe e non può certo essere ignorato. Appare, dunque, fin troppo palese il tentativo strumentale di invocare una tregua al solo scopo di rinviare ed eventualmente ridimensionare la prevedibile scoppola elettorale. Un'ultima domanda andrebbe indirizzata agli esponenti dell'Udc o almeno ad alcuni di loro. Che senso ha dirsi disponibili a un governo di responsabilità nazionale? Si rendono conto che un esecutivo di questo tipo servirebbe solo a cercare vanamente una modifica di quella legge elettorale che proprio il partito di Casini (e Follini, all'epoca) fortissimamente volle più di chiunque altro? La gente è meno stupida e ha la memoria meno corta di quanto a volte ritengano i politici italiani. Lo dimostra, fra l'altro, il sondaggio sfornato da Renato Mannheimer a "Porta a porta": il 61% degli Italiani è favorevole all'immediato ritorno alle urne e solo il 36% si riconosce negli attuali tentativi di melina, surplace e rinvii.
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