Venerdì 10 Febbraio 2012
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La politica costa
ma il ddl sui tagli
va in vacanza

17 Luglio 2007

E adesso anche i presidenti di Camera e Senato si mettono a litigare. Non bastavano i rappresentanti del Governo e della maggioranza ora anche le Istituzioni si beccano a vicenda. Ed a pagarne le conseguenze stavolta è il ddl sui tagli dei costi della politica che con tutta probabilità sarà rimandato a settembre. Questo l’esito di una giornata, quella di ieri, che avrebbe dovuto salutare l’inizio della discussione sul ridimensionamento delle spese dei due rami del Parlamento e che invece ha visto Bertinotti e Marini litigare per contendersi lo scettro del presidente più morigerato. Il tutto condito dall’irritazione del primo nei confronti del secondo.

Uno stop che rischia di alimentare nuove polemiche che andrebbero ad aggiungersi a quelle che in queste settimane sono circolate proprio riguardo i costi della politica e le spese notevoli del nostro Parlamento. Se poi si considera che questa è la Legislatura dove Camera e Senato lavorano di meno, è evidente il colpo all’immagine delle Istituzioni. In effetti che non sarebbe stata giornata del tanto auspicato “taglio alle spese” lo si era capito già dal primo mattino, quando l’ex segretario di Rifondazione Comunista aveva rinviato l’Ufficio di Presidenza della Camera che avrebbe dovuto dare il via libera alla discussione del ddl. Ed invece la decisione di spostare la discussione a data da destinarsi. Il rinvio con tutta probabilità sarà a settembre, sempre che non intervengano novità dell’ultim’ora. Ma per adesso rimane il rinvio. Il motivo ufficiale sarebbe il ritardo del Senato accumulato per la discussione sulla riforma della giustizia e che avrebbe portato a posticipare di qualche giorno per garantire la presentazione contemporanea nei due rami del ddl.

In realtà molti giurano che le cose stiano diversamente e che ci sia di mezzo l’articolo uscito su Repubblica. Nel “pezzo” si faceva riferimento ad un’accelerazione impressa dal Senato alla discussione del ddl ed a tagli più generosi. Una ricostruzione che suonerebbe come uno schiaffo alla Camera. Da qui è partita la reazione di Bertinotti che ha fatto saltare l’Ufficio di Presidenza, che avrebbe dovuto licenziare il provvedimento. Una decisione successiva ad una ruvida telefonata che l’inquilino di Montecitorio avrebbe fatto a Marini. Al centro del colloquio proprio l’articolo di Repubblica che secondo gli uomini di Bertinotti sarebbe stato partorito proprio dai vertici di Palazzo Madama.  Un comportamento che molti hanno decifrato come la volontà di far apparire il Senato più virtuoso rispetto alla Camera e quindi pronto da subito a fare sacrifici. E non a caso nella telefonata Bertinotti si sarebbe lamentato con Marini per una “mossa inopportuna” responsabile di “non creare un clima di collaborazione”. Il tutto per chiedere un intervento “riparatore” al presidente del Senato tale da portare ad “una sintonia tra Camera e Senato” e ad “una deliberazione che è già maturata e che non può essere oscurata da qualche incursione inelegante, sbagliata e senza fondamento”.

Parole pesanti e dure poi confermate in una conferenza stampa dove Bertinotti ha precisato “la sobrietà di stile” della Camera e del “lavoro di lima” che dall’inizio della Legislatura sta mettendo a punto sui conti di Montecitorio.  Dal canto suo nemmeno Marini è rimasto silente e proprio nella serata è ritornato sull’argomento, cercando di gettare acqua sul fuoco delle polemiche: “Stiamo facendo un lavoro serio per ridurre i costi del Parlamento” ha esordito e poi continuando: “Sono d’accordo con Bertinotti sulla necessità di limitare i costi. Abbiamo stabilito regole nuove e più severe per i vitalizi dei parlamentari eliminando in primo luogo la possibilità di riscattare, pagando, le legislature non terminate”. La conclusione di una lunga giornata, ma che non elimina le tensioni che invece rimangono. Come i nodi sul ddl che riguardano soprattutto la data di entrata in vigore delle norme. Punto su cui le due Camere sembrano divergere, con il Senato favorevole all’applicazione immediata e Montecitorio orientata a posticiparla alla prossima Legislatura.

Ma a far discutere c’è anche il calcolo fatto sulle nuove tabelle che se da un lato prevedono tagli dall’altro registrano una serie di aumenti. E’ il caso dei vitalizi, che se passasse la proposta inserita nel ddl chi avrà maturato due o tre Legislature percepirà più di quanto prende oggi, con un aumento delle indennità del 2 per cento. Sul fronte dei tagli, invece, rimane la proposta di ridurre del 5 per cento l’assegno per i parlamentari di una sola Legislatura  mentre il vitalizio per chi ha tre Legislature sarebbe fissato al 60 per cento degli emolumenti e non più l’80. Infine decadrebbe anche la regola dei due anni, sei mesi ed un giorno (621) per percepire il minimo della pensione parlamentare che passerebbe ai cinque, dieci o quindici anni e cioè all’intero periodo della Legislatura. Ma almeno per il momento il ddl è rimandato a settembre.

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