Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare dell’emergenza rifiuti a Napoli e in provincia, perché proprio in questi ultimi tempi la situazione si è aggravata ulteriormente. E mentre il governo spera di risolvere in poco tempo un problema che va avanti da più di dieci anni, le soluzioni proposte finora non sembrano accontentare nessuno. Ma come è iniziata questa emergenza?
Forse non tutti sanno che l’emergenza dei rifiuti a Napoli non è affatto recente, ma dura dal 1994, quando venne nominato il primo Commissario Governativo per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania. Da allora è stato un susseguirsi di emergenze e di rattoppi messi per controllare temporaneamente il problema, senza mai riuscire a trovare una soluzione definitiva che potesse in qualche modo risolvere una volta per tutte questo problema. Nel corso degli anni sono state molte le crisi registrate. Ed ogni volta sono state trovate soluzioni blande come la riapertura di discariche, già precedentemente chiuse per eccesso di rifiuti (come succede a Pianura in questi giorni). Nel 2001, ad esempio, in seguito ad una profonda crisi vennero riaperte le discariche di Serre e Castelvolturno e vennero inviati i rifiuti verso altre regioni.
Ma veniamo ad oggi. Il 2007 si è chiuso con un netto peggioramento della situazione. Cumuli di immondizia hanno cominciato ad invadere le vie, le strade e le piazze di Napoli. E la vicenda non è certo migliorata con l’inizio del 2008. Le cronache di questi giorni, infatti, sono state letteralmente riempite dalle storie che ci arrivano da Napoli: le proteste dei cittadini stanchi dell’emergenza continua, i roghi della spazzatura, che non fanno altro che peggiorare la situazione (è stato dimostrato come un semplice cassonetto dato alle fiamme emetta una quantità di diossina molto più grande di quella che emessa da un termovalorizzatore), le proteste dei cittadini napoletani e di quelli che vivono nelle vicinanze della discarica di Pianura, la cui manifestazione, anche a causa di sovversivi infiltrati, è degenerata in una notte di vera e propria guerriglia urbana.
L’8 gennaio 2008 il governo
Prodi si è riunito per trovare una soluzione di emergenza. Eccola riassunta in punti:
- 120 giorni per risolvere la situazione: alla Campania
è stato dato questo tempo per rimuovere l’immondizia e creare nuovi punti
di raccolta e smaltimento;
- l’esercito rimarrà a Napoli per dare una mano a portar
via i rifiuti;
- nomina di un nuovo team che si occuperà
dell’emergenza: l’ex Capo della Polizia De Gennaro sarà il nuovo Super
Commissario;
- il Super Commissario resterà in carica per 120 giorni,
dopodiché tutte le decisioni verranno prese dalle singole amministrazioni
locali;
- alle altre regioni di Italia verrà richiesto aiuto per risolvere questa emergenza: alcune regioni hanno già detto che non ne vogliono sapere nulla dei rifiuti campani, mentre altre ancora come il Piemonte e la Lombardia aspettano di conoscere le condizioni;
- in Campania verranno realizzate nuove strutture per lo smaltimento dei rifiuti: la raccolta differenziata dovrà essere una realtà presente e attiva e si dovranno costruire almeno tre termovalorizzatori.
E proprio quest’ultimo punto solleva molte discussioni: in 13 anni non si sono trovati compromessi per realizzare impianti per lo smaltimento dei rifiuti, adesso De Gennaro farà il miracolo in soli 120 giorni?
Viene poi puntato il dito sulla bassa percentuale di raccolta differenziata, non considerando che in realtà a Napoli e provincia la percentuale è ben più alta di quella di altre zone non “a rischio” come la città di Roma. Il problema è che la raccolta differenziata che viene fatta dai cittadini non ha alcun senso visto che poi finisce in maniera indifferenziata nelle discariche (ma questo naturalmente i cittadini lo ignorano). Più che prendersela con il basso senso civico o impegno dei napoletani, andrebbe indagata meglio la realtà delle cose.
Su quale tecnologia puntare? Il processo della gassificazione dei rifiuti si sta proponendo come la soluzione al problema rifiuti o comunque come una valida alternativa agli inceneritori e ai termovalorizzatori. La gassificazione è un trattamento termico dei rifiuti che implica la trasformazione della materia organica tramite riscaldamento a temperature variabili (a seconda del processo da 400 a 1200 °C), rispettivamente in condizioni di assenza di ossigeno o in presenza di una limitata quantità di questo elemento. Gli impianti che sfruttano tali tecnologie in pratica, piuttosto che fondarsi sulla combustione, attuano la dissociazione molecolare ottenendo in tal modo molecole in forma gassosa più piccole rispetto alla originarie (syngas) e scorie solide o liquide.
Per giustificare la costruzione di un gassificatore vengono spese molte parole da parte dei proponenti, di alcuni politici e di qualche associazione. Analizzando bene la situazione si comprende, però, come tale tecnologia non sia ancora affidabile ma soprattutto come non dia maggiori garanzie in termini di impatto ambientale e produzione energetica rispetto ad un inceneritore o termovalorizzatore.
L’unica tecnologia ad oggi disponibile che ha dimostrato sul campo di essere la soluzione migliore per risolvere il problema dei rifiuti è la termovalorizzazione. Ma che cos’è un termovalorizzatore? Un termovalorizzatore è uno speciale inceneritore di rifiuti. La differenza rispetto ai “vecchi” inceneritori consiste nel fatto che i termovalorizzatori producono anche energia, mentre gli inceneritori si limitavano alla termodistruzione dei rifiuti. Il termovalorizzatore rappresenta la “ricetta” per porre fine a questa indecorosa “emergenza italiana” sia dal punto di vista dell'ambiente e della salute, sia da quello economico, a patto che siano rispettate le regole della corretta gestione, selezionando prima quel che può essere recuperato (raccolta differenziata), depurando la parte che non può essere utilizzata (componente organica), monitorando i sistemi di filtraggio, controllando i livelli di emissione delle sostanze tossiche (diossina, ecc.). Queste valutazioni sono espresse all'unanimità da tutti i tecnici che trattano la materia dei rifiuti urbani: i termovalorizzatori vanno costruiti, ma necessitano di controlli severi da parte delle autorità locali e comitati cittadini perché svolgano la loro attività in modo corretto. Insomma non c'é una terza via o perlomeno c'é nei peggiori casi ed è rappresentata dalle discariche, spesso abusive, che certamente non sono un esempio di qualità ambientale. Avere un termovalorizzatore nel proprio territorio é come avere una centrale elettrica di dimensioni medio-piccole, diciamo da un centinaio di megawatt. Il termovalorizzatore é dotato di un "forno" in cui il combustibile derivato dai rifiuti selezionati, il cosiddetto Cdr (cioé quella parte "secca" dei rifiuti che può essere interamente distrutta) viene bruciata a temperature di circa 950 gradi. A questi livelli termici é scongiurata la produzione di diossine e di altri composti tossici. Il calore della combustione é utilizzato per produrre vapore e attivare una turbina elettrica (che trasforma l'energia termica in energia elettrica). I fumi e le polveri passano attraverso sistemi di abbattimento (filtri) prima di essere liberati nell'atmosfera. Insomma chi dovesse passare accanto ad un termovalorizzatore, dotato di tutti i requisiti prestabiliti per legge, assorbirebbe meno inquinanti di un malcapitato pedone che fa una passeggiata in via del Corso a Roma o in piazza del Duomo a Milano.
Il “problema napoletano” verrebbe, così, rapidamente risolto. Rimarrebbero escluse però le cosiddette ecoballe, che di ecologico hanno ben poco. Le eco balle, infatti, sono un combustibile derivato da una appropriata selezione dei rifiuti solidi urbani atta a renderli adatti a processi di incenerimento. Il processo di produzione delle ecoballe dovrebbe prevedere sempre una selezione del rifiuto solido urbano e la conseguente eliminazione da questo dei matalli, del vetro e della frazione organica umida ed il successivo imballaggio attraverso l'utilizzo di una pellicola di materiale plastico. Nella realtà napoletana, purtroppo, non vi sono certezze circa la reale composizione delle ecoballe e anzi sembra certo che siano semplici involucri di rifiuti indifferenziati. Sarà quindi impossibile trattarle in un impianto di incenerimento o termovalorizzazione. L’unica soluzione sarebbe quella di ricomporle per differenziarle ed avviarle per quanto possibile al riciclo.


Soluzione all'emergenza?
Sui termovalorizzatori
risposte
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TMB dovrebbe essere l'imperativo categorico
Come succede da sempre, la