Giovedì 24 Maggio 2012
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Mike Huckabee, un ricco che può entrare nel regno dei Cieli

25 Febbraio 2008

“Vale di più una pietra ben levigata di un esercito di soldati” ha detto Mike Huckabee in uno dei suoi discorsi elettorali, proponendo - come spesso gli accade - un’immagine biblica, nel caso specifico quella di Davide che sconfigge Golia grazie alla sua fionda. Fin qui niente di particolare, se solo si tiene conto della fortissima impronta cristiana che è presente nell’identità americana, come del resto L’Occidentale ha spesso sottolineato, segnalando ai suoi lettori libri di pregio in uscita negli States, alcuni dei quali sono stati poi inseriti nel proprio catalogo anche da editori italiani (è il caso, per esempio, di Americanism: the Fourth Great Western Religion di David Gelernter, la cui traduzione è in preparazione, proprio in queste settimane, presso Liberilibri di Macerata).

Per un italiano può fare un certi effetto, invece, sapere che Huckabee è persona molto devota e, nel contempo, imprenditore di successo: ma come è possibile? Non ci hanno insegnato, citando puntualmente il vangelo di Matteo, che “E’ più facile che un cammello passi nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”? Non è forse la ricchezza incompatibile con una vita ispirata ai principi evangelici? In realtà l’interpretazione del Nuovo Testamento non è così univoca come siamo portati a pensare noi italiani, o almeno non è certo difficile trovare altri passi in cui il successo intramondano, e la ricchezza che ne può discendere, sono oggetto di una lettura decisamente più benevola. Si prendano per esempio le lettere di San Paolo, su cui si fonda la giustificazione per fede del Protestantesimo in genere e, in particolare, il concetto di Predestinazione del Calvinismo. Su questi concetti, non senza una certa audacia, Max Weber ha costruito il suo famoso L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, in cui delineava la tesi di un’affinità elettiva fra le confessioni evangeliche e l’intrapresa moderna.

Al di là della fondatezza di una teoria di questo genere, è indubbio che nel Cattolicesimo abbia sempre prevalso la convinzione che la povertà fosse la condizione più prossima al Cristianesimo delle origini e coerente con i princìpi evangelici, mentre nel credo evangelico, specialmente anglosassone, è più forte l’interpretazione “elettiva” dell’esperienza terrena, alla base della quale c’è il concetto di “grazia”: è Dio a donarla ad alcuni, negandola ad altri. Ma come fanno gli uomini a sapere chi è oggetto della predilezione divina? Lo desumono dal successo terreno: chi ne è investito ha Dio al suo fianco, mentre chi ha una vita grama non gode dei favori dell’Altissimo.

Due ideologie solo di diverso segno? Certamente, almeno in un certo senso, ma una, quella anglosassone, tesa ad esaltare l’eccellenza, l’altra, la nostra, più incline ad assolvere la mediocrità. Considerazione grezza e brutale? Forse, ma proviamo un attimo a riflettere sugli effetti che produce a livello culturale. Si nota spesso, e a ragione, che la meritocrazia è moneta corrente negli Stati Uniti, mentre altrove stenta: non si potrà negare il contributo che può darle lo spirito evangelico e, nel contempo, le difficoltà che questa può incontrare là dove prevale la retorica degli “ultimi saranno i primi”, sovente strumentalizzata per finalità tutt’altro che nobili. Negli Stati Uniti il fatto che un imprenditore di successo si affacci sulla scena pubblica, in sé, non rappresenta nulla di particolare (senza andare lontano Michael Bloomberg, magnate dei media finanziari, è l’attuale sindaco di New York), mentre da noi Silvio Berlusconi ha rappresentato, e per alcuni sembra ancora costituire, l’«anomalia della politica italiana». In quello che viene unanimemente considerato il discorso politico del XX secolo – quello pronunciato da John Kennedy nel momento in cui si insediava alla Casa Bianca dopo la vittoria nelle elezioni del 1960 – il Presidente esortava i suoi connazionali a chiedersi non quello che l’America avrebbe potuto fare per loro, ma al contrario quello che loro avrebbero potuto fare per il proprio paese.

Ci sarà mai in Italia una campagna elettorale giocata su affermazioni di questo tipo? Lo speriamo; di certo questa è una sensibilità che può essere più credibilmente proposta da chi ha alle spalle dei successi nella società civile. Sarà un caso che i politici di professione non siano gli unici protagonisti della vita pubblica americana, ma solo una minoranza (detto per inciso, non casualmente, è questo il principale tallone d’Achille che gli osservatori più avveduti attribuiscono alla candidatura di Barack Obama)? Una prassi sostanzialmente consolidata, viceversa, chiede loro di dimostrare comprovata affidabilità in altri ambiti prima di occuparsi degli interessi generali: forse anche su questo sarebbe il caso di riflettere da noi in un rovente periodo elettorale come quello in cui ci accingiamo ad inoltrarci.

Commenti
tacitus
25/02/08 15:45
analisi perfetta!
Concordo pienamente con l'articolista. Come può governare un Paese chi nella vita reale non ha mai fatto nulla,oltre che il politico di professione?
Daniele57
25/02/08 23:06
Huckabee, un ricco nel regno dei Cieli
Il fatto è che da noi c'è metà popolazione che è ancora impastata di ideologia marxista. Chi sa fare qualche cosa e ha successo diventa subito uno che non paga le tasse e fa il "furbo". La ra- gione principale per cui l'Italia cammina meno degli altri paesi, secondo me stà proprio qui. Chi sa fare qualche cosa è mal visto, chi invece è mediocre e tutto sommato se la cava con qualche raccomandazione quello è una brava persona.
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