Giovedì 24 Maggio 2012
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Il vero liberale difende il capitalismo, ma diffida dei capitalisti

5 Ottobre 2007

Non pochi liberali, leggendo sui giornali il discorso tenuto da Papa Ratzinger a Velletri il 23 settembre scorso, hanno arricciato il naso e aggrottato le ciglia. Sarebbero disposti a chinare la testa dinanzi ai divieti vaticani di divorziare, abortire, ricorrere alla diagnostica prenatale ma la condanna  del capitalismo, in linea con la Centesimus annus di Wojtyla, è per loro motivo, a dir poco, d’imbarazzo.

“È necessaria, ha detto il Pontefice, una decisione fondamentale tra Dio e mammona, è necessaria la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce”.

Sono parole forti, indubbiamente, ma che non sarebbero dispiaciute, tanto per fare un nome, a un liberale doc come Alexis de Tocqueville che, nei suoi appunti di viaggio in Inghilterra, faceva rilevare le ‘contraddizioni oggettive’ tra i fiumi di ricchezza prodotti dall’industria britannica e i miserabili slum delle grandi città.

In realtà, l’egoismo è un abito del cuore che rientra nella dimensione etica e sarebbe strano che un’agenzia spirituale come la Chiesa non se ne occupasse. Va ricordato, inoltre, che l’antropologia filosofica liberale, a differenza di quella democratica e rousseaiana (‘l’uomo nasce buono’) è decisamente pessimistica. La più robusta mente teoretica del liberalismo tardo settecentesco, Immanuel Kant, parlava non a caso del ‘legno storto dell’umanità’, un’espressione che, com’è noto, ricorreva spesso nella penna di Sir Isaiah Berlin. Per i paladini della ‘società aperta’, nello scambio economico come in quello politico, non è la benevolenza naturale che guida l’agire umano ma l’interesse bene inteso ‘messo in forma’ e regolato dalle istituzioni. Senza lo scudo di queste ultime, ciascuno approfitterebbe delle situazioni di debolezza degli altri. Nel pensiero liberale classico, l’accento è stato posto sulle prevaricazioni di quanti, in posizione di autorità, avendo in mano la spada, simbolo del potere politico, si fanno consegnare dai sudditi la borsa, simbolo del potere economico. Ma non bisogna mai dimenticare un’altra lezione, quella dei detentori di ricchezza che condizionano le politiche dei governi, passando sul cadavere delle ‘regole del gioco’ e dei ‘diritti naturali’ dei cittadini.

Non sembri un paradosso affermare che il ‘vero liberale’ nutre, per così dire, un’irrefrenabile passione per l’istituzione-mercato ma diffida profondamente dei capitalisti uti singuli. Come tutti gli uomini privi di senso morale, la maggior parte dei capitalisti mira al guadagno, a un grosso guadagno, non alla buona salute del mercato. Se potessero fare buoni affari grazie alle opportune mediazioni politiche non si tirerebbero certo indietro. Piazzare imprese e capitali a Tripoli o a l’Avana, a condizioni di favore, non costituirebbe per loro un problema morale e quanto agli scrupoli derivanti dall’aver eliminato, per vie politiche, una concorrenza magari in grado di fornire prodotti di migliore qualità e meno cari, non se ne parla proprio. E, del resto, non si sono visti grandi ‘capitani d’industria’ invitare a cena spietati dittatori? I privilegi ottenuti, grazie ai rapporti cordiali che ne sono nati, hanno qualcosa a che vedere con la ‘logica del profitto’ richiamata da Papa Ratzinger?

Nel caso dei capitalisti, vale l’opposto dell’adagio latino Senatores boni viri, Senatus mala bestia: senza le leggi e le ‘regole del gioco’, l’intreccio di politica ed economia, che i critici del capitalismo  imputano al mercato, celebrerebbe i suoi fasti, in un mondo deserto di valori. I detentori di capitali e la classe industriale diventerebbero sempre più indistinguibili dai giocatori di poker dei vecchi film western intenti a sbancare i concorrenti, anche ricorrendo al baro o alla colt.

E tuttavia, anche se il gioco venisse condotto in maniera ineccepibile resterebbero, non si può far finta di niente, i grandi problemi del nostro tempo, denunciati dal papa a Velletri: la povertà di vaste aree del pianeta, il degrado ambientale. L’economia di mercato, contrariamente a quel che pensava Karol Wojtyla, è l’unico modo efficace di creare ricchezza, finora inventato dagli uomini. Le alternative, sperimentate in passato, come il collettivismo o il corporativismo si sono risolte in immani tragedie umane e distruzioni di risorse materiali (v. la Russia sovietica) o in villaggi Potiemkin di sole facciate, senza nessuna sostanza dietro (v. il corporativismo fascista).

D’altra parte, i modelli di ‘socialismo di mercato’, per non parlare delle autonomie e dei mutualismi di Proudhon (una bufala che, anni fa, sembrò affascinare i socialisti riformisti del nostro paese), non sono mai stati realizzati e, con ogni probabilità, non lo saranno mai, giacché non dei sogni della ragione si nutrono quelle realtà sommamente complesse che sono le società umane.

Purtroppo, va detto a chiare lettere, i liberali da sempre sono costretti oggettivamente a giocare in difesa e in rimessa. Debbono difendere qualcosa, il mercato, che non garantisce affatto benessere per tutti i figli della terra, almeno nello stesso tempo, ma che, come le ‘sovrastrutture politiche’ che gli corrispondono - la democrazia rappresentativa - costituisce pur sempre il meno peggio.

Che la Chiesa ne denunci le zone d’ombra mi sembra giusto e doveroso; che non faccia distinzioni tra i capitalisti come uomini e il capitalismo come istituzione può essere criticabile. Bisogna, tuttavia, considerare che la solidarietà e la generosità verso indigenti e sofferenti è una virtù che non verrà mai apprezzata abbastanza. Specialmente in un’epoca in cui la “coscienza radicale dell’unità del genere umano” fa sì che l’immagine del bambino scheletrico ugandese ci tocca profondamente come mai era avvenuto in passato.

Un economista liberale americano ha invitato spiritosamente i contemporanei a essere massimamente generosi…ma con i soldi propri, non con quelli degli altri! Forse la missione del nostro secolo sta proprio in questo: nella capacità di mobilitare risorse per rendere in grado i ‘dannati della terra’ di ‘fare da sé’ (non la ‘ciotola del convento’ beninteso!) ma  senza creare nuove burocrazie, nuovi pianificatori, nuove occasioni di ‘far affari’, nuove alleanze trasversali tra confindustriali spregiudicati e professionisti della demagogia.

Commenti
alessia
05/10/07 21:31
E' paradossale che un
E' paradossale che un liberista non rammenti l'adagio della madrina dei liberisti moderni, Margaret Thatcher, quando ricordava che la società non esiste, esistono gli individui. Con ciò, si intende che non esiste neppure il liberismo, ma i liberisti, e non esiste certo l'uomo economico, ma l'uomo tutto intero. Come insegnava Hegel, le idee camminano con le gambe degli uomini, e diffidare dei capitalisti pertanto vuol dire ammettere di non credere per davvero in tale sistema, dal momento che è attraverso di loro che il capitalismo si fa strada e agisce. Ora, mentre il Santo Padre denuncia il problema con somma onestà intellettuale e senza girarvi intorno, i liberisti, interrogati dallo scarto tra la loro ideologia e i risultati prodotti (accanto ai buoni, ci mancherebbe), si rifugiano nella dissociazione di cui sopra. Si dica allora piuttosto con chiarezza: noi liberali non ci fidiamo dell'uomo in quanto tale, capitalista o meno, e tanti saluti. Prospettiva peraltro non certo estranea al cristianesimo, visto che il suo Fondatore ebbe a dire: "Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!" (Lc 11,13). Solo che il cristianesimo, a differenza del liberalismo, conosce - oltre alla cattiveria umana - un dono chiamato Grazia, che ribaltando totalmente la prospettiva apre la salvezza, presente e futura, anche al peggiore degli uomini. Tengo a precisare che la modernità della riflessione del Santo Padre è del tutto coerente con il pensiero sociale cattolico, dal momento che si colloca a distanza sia dal socialismo sia dal liberismo selvaggio, quando oppone loro un sistema economico conscio dei propri limiti e rispettoso delle sue esclusive funzioni (nel senso che si esclude da ciò che non gli spetta). In altre parole, la Chiesa non pensa che il mercato possa mettere lingua su ogni cosa, il liberismo sì.
ENNIO
06/10/07 20:41
Sarebbe, questo, il Papa
Sarebbe, questo, il Papa filosofo? (Il senso più profondo del suo discorso va trovato nella povertà di un alto numero di credenti) Nel merito faccio solo una citazione: "La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta". Importa la "sproporzione" o il valore assoluto della povertà? Lo sfruttamento del pianeta ha consentito lo sviluppo della nostra civiltà e, finora, nessuna rovina. Mescolare fede, economia, ecologia? Un ultimo appunto al primo commento in cui trovo "liberismo selvaggio": non mi risulta che i selvaggi siano liberisti.
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