Ogni volta che nel nostro paese la democrazia liberale sembra mettere radici e attivare un sistema politico “normale” fondato sull’alternanza al governo tra un blocco liberalconservatore e un blocco liberalprogressista (tra un centro-destra e un centro-sinistra costituzionali) compaiono, da una parte e dall’altra, i guastafeste dell’ideologia, le Sturmtruppen di culture antiche refrattarie all’Occidente e ai suoi valori anche quando ne saccheggiano parole, simboli, suggestioni. Nei primi anni del secolo, si mobilitarono contro il giolittismo – tentativo generoso, per quanto carente e compromissorio, di allargamento delle basi sociali dello Stato sabaudo – nazionalisti e socialisti rivoluzionari, anarco-sindacalisti e tradizionalisti cattolici. Nel primo dopoguerra, fecero abortire il primo compromesso storico tra i “partiti del ventre”– come Piero Gobetti chiamava popolari e socialisti turatiani - inteso a salvare le istituzioni parlamentari, fascisti e comunisti, combattenti e clericali, sindacati e forze padronali. Negli anni ottanta, la sinistra democristiana (dossettiani, demitiani etc.), i comunisti d’obbedienza sovietica, i nipotini dell’ala dura, gramsciazionista, del piccolo partito d’azione (v. il gruppo di ‘Repubblica’, ‘Espresso’ etc.) videro nell’impegno profuso da Bettino Craxi per costruire in Italia un grande Labour Party un pericolo per la Costituzione nata dalla Resistenza. Qualche decennio dopo, le stesse famiglie politiche, supportate da no global, da (finti) libertari e da antagonisti vari, da cattolici del dissenso e da magistrati d’assalto, hanno demonizzato ‘Forza Italia’: certo a causa della personalità del suo anomalo leader, un imprenditore prestato alla politica e quindi vulnerabile sul piano del conflitto d’interessi, ma soprattutto per aver dato vita al primo partito di massa della destra democratica. Una minaccia, in primis antropologica, allo Spirito antifascista della Repubblica ‘fondata sul lavoro’. (Gianni Baget Bozzo, nei suoi articoli, ha messo bene in luce la ragione fondamentale dell’antiberlusconismo teologico: il Cavaliere ha sostituito alla legittimità politica, fondata sulla lotta di Liberazione, quella fondata sul voto popolare).
Che cosa gli antigiolittiani, gli antidegasperiani, gli anticraxiani, gli antiberlusconiani abbiano poi fatto per la nave-Italia in gran tempesta quando ne sono diventati i nocchieri è altro discorso. Va riconosciuto, tuttavia, che la loro sconfitta politica e la loro incapacità di gestire una moderna economia industriale non ne hanno cancellato la presa sulla ‘cultura’, parola da intendersi in senso lato, che ricomprende non solo gli studi e le ricerche accademiche ma, altresì, i riflessi condizionati, i codici morali, le reazioni politiche. Sconfitti elettoralmente dai disprezzati ‘uomini qualunque’, i reduci della contestazione hanno conservato la risorsa più importante del potere simbolico, la capacità di decidere il primo punto all’o.d.g. del conflitto politico, quello rispetto al quale tutti gli altri debbono essere subordinati o ricacciati nell’ombra. Lontana anni luce dal mondo di Locke e di Constant, l’intellighentzia ‘della casa’ condivide, col suo nemico secolare, il prete, la concezione sacrale della lotta politica. Quale che esso sia dev’esserci sempre uno spartiacque epocale che divida il Bene dal Male, la Salvezza dalla Dannazione, i Giusti dagli Ingiusti. E’ storia recente quella che ha visto concentrarsi in Berlusconi quanto di peggio ha prodotto il lato Mister Hyde dell’itala gente. Nelle sedi del sapere e della comunicazione mediatica anche quanti non avevano votato per lui perdevano subito il rispetto dell’interlocutore se sostenevano che lo Statuto dei Lavoratori andava, in qualche parte almeno, modificato; che la separazione delle carriere in magistratura era considerata, in quasi tutti i paesi dell’Occidente, una garanzia della ’terzietà’ del giudice; che gli eccessivi vincoli all’imprenditoria privata impedivano una reale concorrenza sul mercato. Berlusconi non aveva ragione in nulla, era sceso in campo unicamente per tutelare gli affari di famiglia, aveva portato in Parlamento solo gente fida e prezzolata. E se qualche economista di sinistra, come Michele Salvati, osava sottrarsi alla santa crociata, poteva essere bollato come persona moralmente sospetta, praticante ogni "possibile mediazione al ribasso", capace di svendere "un patrimonio di valori al migliore offerente".(E’ quanto ha scritto un collaboratore di ‘Micromega’ sul numero in edicola 3/13).
Dal momento che l’antiberlusconismo, come tutti i beni di consumo, è deperibile –e oggi, con la caduta del Governo Prodi, si prefigura un ritorno in forze dell’uomo di Arcore a Palazzo Chigi - da qualche tempo si va preparando un altro spartiacque altrettanto netto, divisivo e insormontabile: il laicismo fondamentalista. Un altro pugno nello stomaco per quanti si erano illusi che stessimo diventando un paese normale, rispettoso di tutte le voci - siano del Papa, del Rabbino o del Gran Maestro della Massoneria; rassegnato al fatto che le agenzie spirituali, in una società moderna e complessa, sono molteplici e le influenze che esse esercitano sugli animi (ci piacciano o no) sono diverse e ineliminabili;e, soprattutto, consapevole dell’impossibilità di gerarchizzarle sulla base di criteri oggettivi di valore. Da noi resterà sempre fatica vana chiedere perché sul piano dei condizionamenti dell’agire, debbano considerarsi eterodiretti i cattolici che si lasciano persuadere dai loro vescovi mentre vadano riguardati come liberi e responsabili quanti, dopo aver sentito le prediche di Beppe Grillo o di Dario Fo, provano la stessa eccitazione dei cittadini Romani che ascoltavano le parole di Marco Antonio sugli ‘uomini d’onore’ Bruto e Cassio.
Il documento più alto della battaglia laicista
- più ancora dei pamphlet di Carlo A.
Viano, di Eugenio Lecaldano, di Piergiorgio Odifreddi etc. - , è costituito dal
citato numero di MicroMega, intitolato Per
una riscossa laica. La strategia è quella di sempre: alzare la posta in
gioco del confronto politico-culturale fino a farlo diventare un vero e proprio
‘conflitto di civiltà’, tale da porre in ombra tutti gli altri motivi di
dissenso all’interno di un’area. E tutto questo in nome di un liberalismo così
esteso e generoso da far convivere le più radicali posizioni terzomondiste e
antiamericane con la difesa degli aspetti più ‘materialistici’ della modernità:
una caricatura postuma e patetica del gobettismo che metteva assieme Luigi
Einaudi e i Consigli di fabbrica, Gramsci e Giovanni Agnelli, Lenin ed Edoardo
Giretti. Per fare qualche esempio, il moralista fustigatore di Salvati, che
denuncia ‘passi indietro’ e ‘tradimenti’, così giudica il New Labour: < Antesignana del vergognoso giro di valzer, che
trasforma l’intera politica in una pura e semplice funzione guardiana degli
equilibri vigenti e degli interessi dei presunti vincitori odierni, è la
blairiana Terza Via |…| spezzando le reni
al lavoro formalizzato, ai diritti e alle tutele>. Gli fa eco uno studioso
di ben altra levatura intellettuale ma non meno lontano dall’universo liberale,
come Alessandro Dal Lago, che tuona contro
Sennonché tra i collaboratori del periodico di
Flores d’Arcais si trovano anche studiosi capaci di ironizzare sulle
‘imposture’ denunciate da quanti non si fidano affatto della
Come si vede, un abisso separa l’aggressivo
antioccidentalismo di Dal Lago e del catoncino su citato dall’immagine degli
Stati Uniti quale emerge nell’articolo di Viano. Eppure le divergenze vengono
annullate dallo spartiacque radical-laicista che riunisce tutti sotto la stessa
bandiera, paladini del pensiero debole e neo-illuministi, terzomondisti e
adepti di J. S. Mill (come appunto Felice Mill Colorni…), socialdemocratici e
neogobettiani, E’ un bastone tra le ruote della laicizzazione reale del
conflitto politico, che comporterebbe, tra l’altro, la convivenza, all’interno
dello stesso partito di credenti e non credenti. Soffermarsi sulla natura
e la qualità intellettuale dell’anticlericalismo di ritorno non vale la pena - e,
del resto, ne ho parlato in articoli precedenti:è molto più interessante,
invece, individuare la funzione che esso svolge nel bellum omnium contra omnes dei nostri giorni. A costo di
semplificare, la mia tesi è che, dietro tanti discorsi su Ratzinger e Woytila
(pontefici, tra l’altro, che non ho mai amato), ci sia il disegno di
rivitalizzare gli spiriti sopiti del sessantotto-pensiero e che il nemico
pubblico n. 1 non sia il Vaticano ma la sinistra che vuol


il radicalismo laicista.