Le madri di Plaza de Mayo sono state ricevute a Genova con gli onori riservati ai capi di Stato. Avremmo visto in questa accoglienza un doveroso omaggio ad anziane signore tanto provate dal dolore e dall’angoscia per i figli desaparecidos se non fosse stato per un gesto simbolico che ha rovinato tutto. Le madri, infatti, sicuramente per ignoranza delle vicende politiche italiane, hanno commesso un errore madornale rendendo omaggio, a Piazza Alimonda, al “sacrificio” di Carlo Giuliani, il no global in passamontagna, ucciso mentre cercava di scaraventare un estintore contro la camionetta guidata dall’agente Placanica. E non solo hanno deposto fiori sul luogo dell’ “assassinio politico” (sic!) ma hanno chiesto al governo italiano di far chiarezza sull’oscuro episodio. Nessuno ha spiegato loro che in una democrazia liberale che si rispetti – e la nostra forma di governo, nonostante tutto, rientra nella categoria – non è il ministero in carica a dover “fare chiarezza” sulla morte di un cittadino ma la magistratura ordinaria, che, nella fattispecie, ha svolto una regolare inchiesta e ha tratto conclusioni che rappresentano, al momento e fino a ulteriori prove contrarie, la “verità giudiziaria” – l’unica concessa al povero genere umano, intagliato, come insegnava Kant, nel “legno storto”. Investire il Presidente del Consiglio della faccenda significa insinuare che le conclusioni dei giudici liguri si riferiscono soltanto alla parte emergente dell’iceberg, che ci sono stati ordini e disposizioni alla polizia nascosti ai tribunali, che Carlo Giuliani fu vittima di un complotto orchestrato in alto, molto in alto – chissà, forse, a Washington e dalla CIA seriamente preoccupate della minaccia alla “sicurezza collettiva” rappresentata dal contestatore genovese.
Ma mettendo da parte l’assurdità della ”indignata protesta” sottesa ai fiori deposti sul luogo della disgrazia, le madri argentine hanno reso un pessimo servizio soprattutto alla democrazia del loro paese. Esse hanno indotto l’uomo della strada a pensare che l’opposizione dei loro figli al governo autoritario e poliziesco dei generali di Buenos Aires sia da assimilare, sostanzialmente, a quella dei no global italiani ed europei, annullando, in tal modo, la differenza abissale che corre tra quanti combattevano generosamente un governo arbitrario, che aveva sospeso le più elementari libertà civili e costituzionali e quanti, accecati dall’ideologia anticapitalista e terzomondista, si credevano in diritto di contestare rumorosamente, e in qualche caso con la violenza e il saccheggio, una riunione di capi di Stato democraticamente eletti dai loro popoli e riuniti, se non per i begli occhi del genere umano (non lo si può pretendere da nessun governo), anche per concordare misure concrete per venire incontro, in qualche modo, alle richieste dei paesi più poveri e indebitati. Se l’opinione pubblica (e chiamiamola pure ‘moderata’) si fa l’idea che i desparecidos argentini altro non erano che centinaia di Carlo Giuliani, chi potrà più toglierle dalla mente che, per converso, i loro presunti ‘persecutori’ non fossero molto diversi da Berlusconi o da Prodi, leader politici di cui si può pensare tutto il male possibile ma non che appartengano alla razza dei Pinochet o dei Ceausescu?
Insomma, riconosciamolo, s’è trattato di una brutta pagina nella storia del “dialogo tra i popoli”. Una pagina che si può dimenticare solo ricorrendo ad attenuanti generiche – l’età avanzata, la mancata elaborazione del lutto per la perdita di figli e fratelli etc. – che gettano un’ambigua luce di compatimento su donne provate dalla vita e meritevoli non dell’umana pietas ma della solidarietà degli uomini ‘liberi e forti’ capaci di avvertire la soppressione della libertà altrui come un oltraggio fatto a se stessi.
L’episodio in questione è qualcosa di peggio di un colossale equivoco giacché porta allo scoperto l’ennesimo tentativo di appropriazione truffaldina dell’antifascismo da parte della sinistra radicale. Gli uomini e i partiti che rimpiangono il comunismo (tant’è che vogliono rifondarlo); che esaltano le sue ultime, infelici, espressioni caraibiche; che vanno in sollucchero per leader populisti come Chavez o Lula; che, sulla Piazza Rossa, celebrano la Rivoluzione d’ottobre con quanto rimane in Russia dell’apparato bolscevico; che sul ‘Manifesto’ hanno criticato le degenerazioni burocratiche sovietiche in nome di forme e di prassi dittatoriali assai più spietate – Mao Tse Tung, Pol Pot – sono diventati i guardiani più intransigenti dell’antifascismo, dovunque esso si annidi nel vasto mondo. Al ruolo usurpato, fa riscontro l’ovvio rifiuto di circoscrivere adeguatamente il fenomeno che, a loro avviso, esprime il male radicale, né potrebbe essere diversamente. Se il fascismo si identificasse con la dittatura e la violenza, sarebbero fascisti tutti i regimi che si richiamano, direttamente o indirettamente,al comunismo; se si identificasse con la mera economia di mercato, si dovrebbero combattere con le armi tutte le democrazie liberali, inconcepibili senza il mercato; se, infine,il fascismo fosse semplicemente il connubio di dittatura e di regime economico fondato sulla proprietà privata dovrebbero essere inclusi nell’idealtipo tutti i governi populistici, antiamericani e antioccidentali, che non concedono ai sudditi neppure l’ombra della libertà politica ma non pertanto sono disposti a collettivizzare i mezzi di produzione e guastarsi con i potentati economici e finanziari nazionali.
In verità, per i Bertinotti, per i Diliberto, per i Giordano vale quanto diceva il più stretto collaboratore del Fuehrer “sono io che stabilisco chi è ebreo”; del pari, sono loro a stabilire chi è “fascista”. Ad esempio, sono fascisti i generali argentini, pur se implacabili nemici dell’unico partito sudamericano, che in qualche modo si avvicinava al fascismo italiano, quello peronista (v. gli studi di Gino Germani e di Ludovico Garruccio); sono fascisti gli Stati Uniti, simbolo costante dell’imperialismo aggressivo e distruttivo delle culture dei popoli non assimilabili; è fascista Silvio Berlusconi, nuova reincarnazione massmediatica del duce etc. etc. E, simmetricamente, diventano antifascisti sia i desaparecidos sia i Carli Giuliani, sia i promotori della ‘cosa rossa’ sia quanti vorrebbero cancellare la legge Biagi e ridar potere di veto all’ala dura dei sindacati operai.
Non stupisce, pertanto, che rifondazionisti e neocomunisti abbiano fatto gli onori di casa alle madri di Plaza de Mayo. Alle anziane argentine avranno raccontato di aver fatto le stesse battaglie dei loro sfortunati congiunti, di aver affrontato gli stessi pericoli, di aver sopportato gli stessi disagi. Il governo della Casa delle Libertà, lo ricordiamo tutti del resto, aveva costretto gli avversari alla clandestinità, aveva espropriato le loro case e le loro proprietà, aveva ricattato e violentato mogli, figlie e sorelle, aveva infierito, con la prigione e la tortura, contro i malcapitati finiti nelle mani della polizia segreta. Solo la riconquista della democrazia a Buenos Aires e il governo di centro – sinistra a Roma hanno consentito ai dissidenti. rimasti in vita, di uscire dalle catacombe e di celebrare degnamente i propri morti: le vittime di Buenos Aires, l’eroe sacrificale di Piazza Alimonda.
Che, nella storia, le tragedie si tramutino talora in farse, lo sapevamo, anche se non ce l’avesse detto Karl Marx, sennonché, grazie alle madri argentine e ai loro mentori, nostalgici di Lenin, abbiamo assistito a uno spettacolo fin qui inedito: quello delle stesse protagoniste della tragedia (di ieri) che si ripresentano alla ribalta politica come protagoniste della farsa (di oggi)! E’ stato come vedere un attore di prosa esibirsi, nel primo tempo, nella parte di Edipo e, nel secondo, in quella di Felice Sciosciammocca. Solo che, nel caso delle madri, non erano delle maschere a passare da un copione all’altro ma persone reali il cui dolore si è lasciato strumentalizzare biecamente dai soliti pasdaran dell’antioccidentalismo.


Teppisti o martiri?
Carlo Giuliani non c'e'
Ma quale martire...