Giovedì 24 Maggio 2012
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Tra Storace e Napolitano il codice penale c'entra solo in parte

19 Ottobre 2007

 Commentando l’indagine aperta dalla Procura romana a carico di Francesco Storace per le espressioni ingiuriose rivolte al Presidente della Repubblica, Alfredo Mantovano (AN) ha sostenuto che bon ton politico. O è cambiato qualcosa dai tempi di Leone e Cossiga?>. E’ una dichiarazione sconcertante, in bocca a uno stimato giurista, autore, fra l’altro, di non pochi articoli e saggi dedicati a spinose questioni di diritto penale. A Mantovano vanno ricordati, sine ira ac studio, i due fatti inoppugnabili, che conosce bene ma deve aver rimosso. Il primo è l’articolo Art. 278. del  nostro Codice penale: < Chiunque offende l'onore o il prestigio del Presidente della Repubblica, è punito con la reclusione da uno a cinque anni>. Il secondo sono le parole di Storace:< Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E' indegno di una carica usurpata a maggioranza>.

 Si  possono avere tutte le opinioni possibili sull’operato del Presidente e sulla stessa natura liberale e democratica dell’art. 278 ma negare che le esternazioni dell’ex governatore del Lazio offendano della più alta carica dello Stato significa prendersi in giro e legittimare    abiti sofistici che fanno inevitabilmente pensare all’Azzeccagarbugli e alla sua straordinaria abilità di soffocare il buon senso dell’uomo della strada sotto montagne di codici.

 Senza entrare nel merito del contenzioso tra Napolitano e Storace, resta però il dato inoppugnabile che non ogni affermazione  del secondo dovrebbe, almeno in una società aperta, configurarsi come reato ai danni del primo. Che quella dell’inquilino del Quirinale sia una è un giudizio che, personalmente  non condivido ma che non può venir censurato come se ci si trovasse in uno stato etico. Napolitano è stato comunista, ha creduto nella via sovietica al socialismo e se è vero che la sua fede ha vacillato prima ancora dei fatti d’Ungheria è altresì vero che solo molto più tardi ha avallato lo strappo dall’URSS. Che sotto il profilo etico-politico, tale biografia possa apparire a qualcuno ‘disdicevole’ non può essere motivo di scandalo e la stessa obiezione (allusiva allo squadrismo giovanile di Storace)  risulta fuori luogo. Nessuno, infatti, nella società liberale degli individui, perde il diritto di denunciare quanto  ritiene, a suo insindacabile giudizio, intollerabile per il fatto di avere  anch’egli qualche cadavere nell’armadio: se così fosse, per ogni denuncia avanzata contro qualcuno, si dovrebbe esigere il certificato di buona condotta.

 Tutt’altra accusa, invece, è . Qui, infatti, non ci troviamo in presenza di una critica intellettuale ma di una vera e propria denuncia di immoralità personale : un’affermazione grave,se non suffragata da prove certe, che sia rivolta contro il Primo o contro l’ultimo cittadino della Repubblica. Se  infierisco ideologicamente contro il mio prossimo—tacciandolo di simpatia o di connivenza verso spietati dittatori come Hitler, Stalin, Pol Pot, Mao, Pinochet—non offendo il suo onore, né la sua coscienza . Grandi figure storiche di tagliateste, come Robespierre, erano uomini integerrimi --‘incorruttibili’ per l’appunto-- e quanti ne decretarono o approvarono la condanna a morte, liberando l’umanità dall’incubo da essi rappresentato, non di rado resero omaggio al loro rigore e alla loro buona fede (v. La Storia dei Girondini di Lamartine!). Se dare del comunista (o del fascista) all’avversario rappresenta un uso di armi verbali che non può venire messo al bando nel conflitto sociale, dargli del disonesto o del nepotista comporta  la fuoruscita dalla dimensione politica e il passaggio in quella sfera giuridica in cui ogni accusa dev’essere documentata e ben pesata  essendo in gioco l’integrità morale di un essere umano.

 Un discorso del tutto diverso va fatto, invece, per l’. In questo caso, non si tratta più   di discutibile biografia personale e di passate scelte di campo--che coinvolgono il traviamento dell’intelligenza--, né di affarismo nepotistico perseguito approfittando di una  carica istituzionale--che chiama in causa la corruzione del cuore ovvero biechi interessi privati-- bensì  di‘falsa coscienza’, di un  meccanismo di ‘razionalizzazione’ che porta a fare scelte favorevoli alla propria  area  di provenienza  quasi per ‘riflesso condizionato’ e senza porsi alcun dubbio sulla giustezza e l’imparzialità del proprio agire.  Se il giudizio negativo di Storace fosse fondato, sarebbe inutile nascondersi che  il di Napolitano ne uscirebbe irrimediabilmente compromesso.

 Ma il giudizio di condanna  è poi fondato? Sinceramente mi sembra difficile rispondere in maniera netta e inequivocabile alla domanda , in un senso o nell’altro. Eletto da una maggioranza di centro sinistra, Napolitano si è sempre mostrato super partes rispetto alle varie anime di quella maggioranza e, quando lo ha ritenuto opportuno, ha sfidato la perdita di qualche simpatia richiamando il governo al ‘senso dello Stato’ e all’osservanza delle leggi e delle procedure. In varie circostanze ha difeso l’autonomia e le prerogative del Parlamento e, a quanto s’è poi saputo, qualche volta ha mostrato una forte insofferenza nei confronti di prassi e di decreti che gli venivano sottoposti.    

Ciò riconosciuto non può tacersi, però, che le pagliuzze nell’occhio della maggioranza gli abbiano nascosto il  grosso trave che costituisce la vera, insuperata, anomalia italiana. Mi riferisco al fatto che abbiamo un governo di sinistra-centro che, al Senato, si regge solo grazie ai voti di alcuni ottuagenari senatori a vita. In qualsiasi altro paese civile, il avrebbe indotto il a richiamare  gli elettori alle urne, sia pure  solo per la Camera alta (Einaudi lo fece) costringendoli a eleggere una maggioranza sicura e non equivoca. Per non dir niente  dell’altra linea, ben più coraggiosa, che un Presidente forte e carismatico pure avrebbe potuto seguire: quella di invitare i vincitori al foto finish ad accordarsi con l’opposizione su un governo di ampie intese impegnato a risolvere i problemi più urgenti sul tappeto, in attesa di nuove e più chiarificatrici elezioni. E’ quanto è accaduto in Germania, senza scandalo di nessuno ma è quanto Napolitano, un vecchio signore della politica portato al Quirinale da una parte del paese (e di tale parte era, indubbiamente, l’espressione più nobile) non potrà mai proporre. E allora perché fingere di non capire e dirottare la discussione su binari polemici che non portano da nessuna parte? Perché non vedere che, al di là dello stile oggettivamente volgare e offensivo di Storace, incombe sull’Italia l’ombra di Banquo di una democrazia liberale gravemente ferita che, da qualche tempo, sembra parlare attraverso gli editoriali di (un rinsavito) Giovanni Sartori sul ‘Corriere della Sera’?

 Sostanzialmente, non formalmente beninteso, il governo Prodi rappresenta un vulnus contro il modello liberale, un ‘colpo di mano’ che umilia anche quei non pochi Italiani che, al di là della destra e della sinistra, si preoccupano soprattutto della buona salute delle istituzioni. Sono cittadini che ieri hanno votato per l’Unione e che, chiamati un domani alle urne, non daranno certo il voto al Cavaliere ma che, nondimeno, preferiscono essere sconfitti nel rispetto delle regole che vincere grazie alla divisa di partito fatta indossare in permanenza ad ottuagenari insigniti del laticlavio senatoriale proprio perché ritenuti spiriti superiori, au dessus de la mêlée.

Commenti
leo66
19/10/07 18:28
Vilipendio
Il vilipendio credo si configuri se le affermazioni sono false. Allora io domando, non in maniera retorica, sono le affermazioni di Storace false?
mdeledda
20/10/07 00:42
Diciamo le cose come stanno
La verità è che voi la pensate esattamente come Storace, ma volete "tenere buono" Napolitano per evitare che, l'anno prossimo, si opponga alle elezioni anticipate. Sveglia! Se Napolitano si comporterà in quel, non lo farà certo per le affermazioni di Storace, ma perché comunista si diventa e - quasi sempre - si muore.
vittorio
20/10/07 11:39
Mantovano ha ricordato
Mantovano ha ricordato fatti.Non risulta siano stati aperti fascicoli penali in quelle occasioni.Per il resto le affermazioni di Storace sono difficilmente confutabili,se il "bon ton" non elimina la realtà.Rimane l'accusa di nepotismo.Se Storace l'ha fatta saprà i fatti.Quello che sconcerta e che nessuno,della così detta libera stampa,si sia preoccupato di approfondire questa accusa.Silenzio di tomba.
Andrea
21/10/07 23:16
Perchè non condividere il
Perchè non condividere il giudizio dato da Storace su Napolitano e sulla sua "disdicevole storia personale"..?? Come la chiamareste la storia di uno che ha plaudito all'invasione sovietica dell'Ungheria e che se ne è rimasto all'ombra del PCI ( e di tutte le sue pagine oscure) per mezzo secolo ed oltre e che grazie a tale silenziosa e servile militanza adesso siede sulla poltrona di capo dello Stato..???
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