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Libano: tutti gli errori della comunità internazionale

26 Novembre 2007

Con lo scadere della mezzanotte, si è concluso, venerdì sera, il mandato del presidente libanese Emile Lahoud. Il Libano dunque da tre giorni non ha un presidente. Il vuoto di potere era giustamente temuto, a causa del tragico passato del paese, per il rischio che emergessero da questo vuoto due governi concorrenti: da un lato il governo del Premier Fouad Siniora, che secondo la costituzione (art. 62) assume i poteri presidenziali ad interim, in attesa che il parlamento deliberi; dall’altro un possibile governo scelto dall’opposizione filosiriana, che il governo Siniora non ritiene costituzionale da quando si dimisero i ministri sciiti. La mossa di Lahoud, di prendere atto dell’esistenza di un non ben definito stato d’emergenza mirava certamente a trasferire il potere al capo di stato maggiore, Michel Suleiman. In realtà, questo scenario non si è verificato: Suleiman, che spera ancora di essere eletto presidente, si è ben guardato dall’inimicarsi la maggioranza antisiriana, confermando l’intenzione dell’esercito d’attenersi scrupolosamente alla costituzione, promettendo di sostenere il governo Siniora, e indicando che l’esercito si sarebbe mosso rapidamente a sopprimere ogni moto settario teso a far sprofondare il Libano in una spirale di violenza fratricida.

Lo spettro della guerra civile continua ad aleggiare sul Libano e non è detto che questo scontro di potere, arrivato ora al momento della verità, non si risolva in un altro bagno di sangue. Se questo accadrà, la responsabilità ricade anche sui libanesi che non sono stati in grado di ricomporre le proprie differenze e divisioni in maniera costruttiva. Ma ai libanesi si può dare solo parte della colpa. La causa principale di questa crisi, infatti, non è la frattura politica che attraversa il paese – dopotutto la maggioranza antisiriana è solida e avrebbe disposto di forze ancora maggiori due anni orsono se non fosse stata falcidiata da una serie di assassinii politici mirati a indebolirne la forza parlamentare. La causa principale è la presenza di forze paramilitari nel paese, che nessuno ha mai osato o potuto o voluto disarmare, la cui lealtà politica non va all’indipendenza e all’integrità territoriale del Libano bensì agli interessi stranieri che il Libano cercano da sempre di dominare a uso e consumo di politiche estere altrui. E in questa mancanza la comunità internazionale ha le colpe più grandi.

L’accordo di Taif che pose fine alla guerra civile libanese nel 1991 impose una pax siriana, con la benedizione occidentale di chi pagò volentieri in moneta libanese la partecipazione della Siria alla coalizione contro Saddam Hussein della prima guerra del Golfo.  Tuttavia, l’accordo sanciva la necessità di disarmare le milizie non governative per privare tutti i gruppi presenti in Libano della possibilità di imporre la propria volontà con le armi. Tutti, meno quelli appoggiati dalla Siria, che il Libano continuò a occupare come ‘garante’ della sua stabilità. La presenza di milizie leali non al governo ma a forze straniere o a comunità etniche presenti nel paese rappresenta la maggior minaccia alla stabilità, all’integrità territoriale e alla democraticità di qualsiasi sistema politico. Nel caso del Libano questo ha comportato anche l’esposizione del paese alle feroci ritorsioni militari del suo vicino meridionale, Israele, visto che parte integrante dell’ethos della principale milizia libanese, Hezbollah, era quello di combattere il ‘nemico sionista’. E ben ci stava fintantoché Israele, accanto alla Siria, occupava il sud del Libano (10% del territorio, contro il 40% controllato dall’esercito siriano in nome della stabilità), ma all’indomani del ritiro israeliano dal sud, nel maggio 2000, la permanenza di una milizia non era più giustificabile.

Lo disse chiaramente l’ONU, nella risoluzione 1310 che sanciva la fine dell’occupazione israeliana, nel luglio 2000 e lo ha ripetuto in ogni successiva risoluzione – tra le quali la 1559 e la 1701 dell’agosto 2006. Le risoluzioni ONU rappresentano la volontà della comunità internazionale. La loro mancata attuazione indica la vacuità della determinazione politica delle nazioni a dar vita ai principi che sottoscrivono in forma cartacea. Mai questo fu più vero che nel caso del Libano, dove da quasi otto anni esiste un’espressione chiara di volontà che si proceda al disarmo completo di tutte le milizie in Libano per garantirne la stabilità interna e da quasi otto anni la comunità internazionale si rifiuta di prendere i provvedimenti necessari per aiutare il Libano a disfarsi di questo cancro che da dentro lentamente lo sta divorando.

Dall’agosto 2006 l’Italia, insieme a altri paesi europei, ha una massiccia presenza di soldati nel sud del Libano. Ma invece che utilizzarli per attuare la risoluzione 1701, l’ONU ha deciso di inviarli come forza cuscinetto, senza né strumenti né mandato per disarmare Hezbollah. Se oggi esiste una reale minaccia di guerra civile in Libano – se i gruppi antisiriani, dopo quasi tre anni di stragi a matrice damascena e l’attuale crisi in corso – stanno decidendo di riarmarsi per difendere quella democrazia che le risoluzioni ONU da sole non possono salvare, questo lo si deve al fallimento della comunità internazionale. Invece che disarmare Hezbollah, abbiamo scelto di dialogare con i suoi principali sponsor, la Siria e l’Iran, come si sceglierebbe di parlare con un Boss mafioso per risolvere il racket, pensando che un negoziato o delle concessioni alla mafia ne neutralizzerebbero la nefasta influenza e penetrazione. Invece che dare alle truppe ONU gli strumenti per impedire che il permeabilissimo confine siro-libanese fosse giornalmente attraversato da camion carichi di armi per Hezbollah, abbiamo accettato un mandato debole, finendo con il mettere i nostri soldati in una situazione esplosiva, privi degli strumenti per difendersi o attuare la loro missione.

Ora, con il nodo politico libanese giunto al proverbiale pettine, possiamo solo sperare. Sperare che la debolezza delle forze libanesi che aspirano all’indipendenza da Damasco e alla conservazione del carattere aperto, pluralista e multiconfessionale del Libano non sia travolta, data la nostra inanità, dalle forze vicine a Damasco. Tutto questo si poteva evitare, se in qualche momento, tra il maggio 2000 e il settembre 2007, le nostre diplomazie si fossero ricordate di promuovere quel principio fondamentale senza il quale nessun conflitto politico può essere sanato pacificamente – il principio secondo cui lo stato ha il monopolio della forza sul territorio e nessun partito, nessuna fazione, nessuna famiglia, può dotarsi di una sua privata milizia per promuovere con la violenza quegli obiettivi che l’urna gli negherebbe.

Se il Libano non supererà la crisi in maniera pacifica, i libanesi dovranno senz’altro farsi un esame di coscienza. Ma mai quanto l’Europa, che in questi anni ha fatto di tutto per non chiamare Hezbollah un’organizzazione terroristica e per continuare il dialogo con quelle capitali mediorientali da cui partivano gli ordini di assassinare i leader democratici del Libano.

Commenti
marco
27/11/07 11:39
Dando per assodato che l'onu
Dando per assodato che l'onu è quello che è,la colpa principale sarà dell'amministrazione americana e del governo Olmert.
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