Sono 15 milioni i marocchini chiamati oggi al voto per il rinnovo della camera bassa del parlamento, quella dei Rappresentanti. Numerosi, più di trenta, i partiti che partecipano alla competizione, ma verosimilmente a contendersi i 325 seggi saranno in tre: l’Unione Socialista delle Forze Popolari (Usfp), il partito dell’Indipendenza (Istiqlal) e il partito di Giustizia e Sviluppo (Pjd). Ad oggi, l’Usfp, marcatamente di sinistra, e l’Istiqlal, dalle radici nazionaliste, rispettivamente con 50 e 49 rappresentanti, sono le due principali forze politiche marocchine, oltre che gli azionisti di maggioranza della coalizione che appoggia l’attuale governo di Driss Jettou. Il Pjd, che si proclama partito islamico moderato, si colloca in terza posizione, a quota 42; nondimeno, i sondaggi lo danno come il grande favorito delle elezioni in corso, con alcune stime, forse le più esorbitanti, che sfiorano i 100 seggi. La vittoria alle urne, però, non dà l’automatica certezza di poter esprimere il primo ministro e neppure di prendere parte al governo. Spetterà a re Mohamed VI nominare il capo dell’esecutivo e la sua scelta potrà ricadere anche su un esponente che non appartiene al primo partito. La legge elettorale marocchina, d’impianto proporzionale, favorisce poi la formazione di maggioranze di coalizione e il Pjd, malgrado il probabile conseguimento della maggioranza relativa, rischia di finire all’opposizione, a meno che non stringa anch’esso delle alleanze.
A queste elezioni va assegnata la giusta dimensione. Il Marocco è una monarchia costituzionale retta dal sovrano in maniera assoluta e il parlamento ha un ruolo marginale, sebbene abbia accresciuto i suoi poteri rispetto al monarca con le riforme costituzionali del 1992 e del 1996. Queste rappresentano certamente un passo in avanti in direzione di una democrazia realmente rappresentativa in stile occidentale, per quanto la strada da percorrere resti molto lunga. Nel paese prevale tuttora una concezione privatistica dello Stato. Il re, discendente diretto di Maometto col titolo di “Comandante dei Credenti”, è detentore del potere esecutivo e padrone della gran parte dei terreni e della produzione agricola; controlla la metà del mercato azionario e nel suo portafoglio annovera industrie, finanziarie, banche e catene di distribuzione. A Mohamed VI, succeduto ad Hassan II nel 1999, va comunque riconosciuto il merito di aver accelerato la spinta modernizzatrice dall’alto che aveva contraddistinto l’ultima fase del regno di suo padre. A beneficiarne, principalmente, è stata la condizione femminile. I diritti delle donne si sono notevolmente ampliati. Le marocchine possono chiedere il divorzio, sposarsi liberamente e a loro è riservata per legge una quota di 30 seggi nella camera bassa. Certo, la poligamia e il ripudio restano in vigore, ma il Marocco può essere considerato, dopo la Tunisia, il paese musulmano dove la diseguaglianza tra i sessi è più ridotta.
Quali saranno le decisioni di Mohamed VI all’indomani delle elezioni, il Pjd può già considerare un successo l’attenzione internazionale che è riuscito ad attrarre su di sé. Sul modello del suo omonimo turco, il partito di Giustizia e Sviluppo (Akp) del premier Erdogan e del neopresidente Gul, il Pjd si è proposto con determinazione sulla scena politica nelle vesti di partito d’ispirazione islamica e non islamista. “Come le democrazie cristiane europee”, precisa il suo leader Saad Eddine El Othmani, 51 anni e un passato da psichiatra. “Non siamo un partito religioso, siamo un partito politico”, ha spesso ripetuto durante la campagna elettorale per respingere le accuse di ambiguità e tranquillizzare i detrattori sulle sue intenzioni. Il programma del Pjd mette in primo piano la lotta alla corruzione e le questioni socioeconomiche, non senza una vena di retorica e demagogia, mentre nelle sortite e nelle dichiarazioni pubbliche i riferimenti all’Islam sono stati solo sporadici.
Tuttavia, neppure la presenza di numerose candidate donne (anche senza velo, come Ouafa Boumediene), è bastata a rassicurare quanti diffidano del volto inoffensivo del partito di Othmani, convinti che la moderazione sia solo una maschera dietro cui si celano propositi radicali. Dopo gli attentati terroristici di Casablanca del maggio 2003, in molti avrebbero voluto vedere il Pjd messo fuori legge e l’odierna ripresa del terrorismo salafita targato al Qaeda in Marocco e in tutto il Maghreb, specie in Algeria (di ieri, appunto, è il fallito attentato suicida al presidente Bouteflika, che ha lasciato 15 vittime sul terreno), non gioca a favore della sua piena legittimazione politica.
L’Occidente, d’accordo con Mohamed VI, sembra disposto a concedere al Pjd la possibilità di dimostrare di che è pasta è fatto, come già è accaduto con l’Akp in Turchia. In contrapposizione all’Islam radicale, è nell’interesse occidentale favorire l’emersione di forze moderate che traggano ragionevolmente ispirazione dalla tradizione islamica. Evitando, però, di subire altri inganni.


Condivido pienamente le