L’approvazione da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite della risoluzione per la moratoria sulle esecuzioni capitali è certamente un evento di grande importanza, da salutare con senso di gratitudine verso quanti, soprattutto nel Partito Radicale, hanno impegnato le proprie forze affinché questo risultato fosse raggiunto. E’ vero che la risoluzione non è giuridicamente vincolante perché non impone l’interruzione delle esecuzioni, e che di fatto ha mero valore esortativo perché non è più di una richiesta ai governi di sospendere tutte le condanne a morte già programmate e ai tribunali di non infliggerne di nuove; ma per la prima volta, con questa risoluzione, le Nazioni Unite stabiliscono il principio fondamentale che la questione della pena di morte attiene il rispetto dei diritti umani e che la sua risoluzione rappresenta un notevole progresso. A partire da questo semplice invito, dunque, si potrà dare inizio a un nuovo e lungo lavoro per giungere all’applicazione concreta della moratoria in vista dell'abolizione tout court della pena di morte.
Tuttavia,
meritano un appunto le motivazioni addotte esplicitamente da colui che con
Marco Pannella più si è impegnato nella campagna per la moratoria. La ‘causa’
di Sergio d’Elia, infatti, esorbita dalla pura difesa dei diritti umani per
inseguire un obiettivo storico e politico dal respiro più ampio. Proclamando
“la fine dello Stato esecuzionista, dello Stato Caino”, “il superamento del
concetto ottocentesco di sovranità nazionale” - secondo cui
"all'interno dei confini ogni stato è sovrano su qualsiasi materia, anche
sui diritti umani” -, e che di conseguenza "da oggi le questioni
legate ai diritti umani dovranno riguardare formalmente anche la comunità
internazionale e non potranno essere 'risolte' in casa", D’Elia
manifesta - sinceramente e senza infingimenti – una certa dose di quell’internazionalismo
un po’ comunista, un po’ anarchico, che ha nello Stato nazionale il suo più
acerrimo nemico ideologico perché capitalista e borghese o perché incarna
l’autorità. Per D’Elia se c’è la pena di morte la colpa è dello Stato nazionale,
ma è a ben vedere il problema è di natura culturale, la sovranità non centra. La
responsabilità, piuttosto, ricade su quelle culture compatibili con la pena di
morte e la violazione dei diritti umani, di cui l’operato dello Stato è soltanto espressione.
Sono le culture ad essere esecuzioniste e ‘caine’ non gli Stati nazionali in
sé. L’invito a sospendere le esecuzioni, pertanto, non corrisponde a nessun
superamento del concetto di sovranità nazionale: da chi è stata approvata la risoluzione
se non da quegli Stati nazionali, come l’Italia, la cui cultura è contraria
alla pena di morte?


il protaginismo di d'elia