Giovedì 24 Maggio 2012
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La moratoria sulla pena di morte non mette in mora lo Stato nazionale

19 Dicembre 2007

L’approvazione da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite della risoluzione per la moratoria sulle esecuzioni capitali è certamente un evento di grande importanza, da salutare con senso di gratitudine verso quanti, soprattutto nel Partito Radicale, hanno impegnato le proprie forze affinché questo risultato fosse raggiunto. E’ vero che la risoluzione non è giuridicamente vincolante perché non impone l’interruzione delle esecuzioni, e che di fatto ha mero valore esortativo perché non è più di una richiesta ai governi di sospendere tutte le condanne a morte già programmate e ai tribunali di non infliggerne di nuove; ma per la prima volta, con questa risoluzione, le Nazioni Unite stabiliscono il principio fondamentale che la questione della pena di morte attiene il rispetto dei diritti umani e che la sua risoluzione rappresenta un notevole progresso. A partire da questo semplice invito, dunque, si potrà dare inizio a un nuovo e lungo lavoro per giungere all’applicazione concreta della moratoria in vista dell'abolizione tout court della pena di morte.

Tuttavia, meritano un appunto le motivazioni addotte esplicitamente da colui che con Marco Pannella più si è impegnato nella campagna per la moratoria. La ‘causa’ di Sergio d’Elia, infatti, esorbita dalla pura difesa dei diritti umani per inseguire un obiettivo storico e politico dal respiro più ampio. Proclamando “la fine dello Stato esecuzionista, dello Stato Caino”, “il superamento del concetto ottocentesco di sovranità nazionale” - secondo cui "all'interno dei confini ogni stato è sovrano su qualsiasi materia, anche sui diritti umani” -, e che di conseguenza "da oggi le questioni legate ai diritti umani dovranno riguardare formalmente anche la comunità internazionale e non potranno essere 'risolte' in casa", D’Elia manifesta - sinceramente e senza infingimenti – una certa dose di quell’internazionalismo un po’ comunista, un po’ anarchico, che ha nello Stato nazionale il suo più acerrimo nemico ideologico perché capitalista e borghese o perché incarna l’autorità. Per D’Elia se c’è la pena di morte la colpa è dello Stato nazionale, ma è a ben vedere il problema è di natura culturale, la sovranità non centra. La responsabilità, piuttosto, ricade su quelle culture compatibili con la pena di morte e la violazione dei diritti umani, di cui l’operato dello Stato è soltanto espressione. Sono le culture ad essere esecuzioniste e ‘caine’ non gli Stati nazionali in sé. L’invito a sospendere le esecuzioni, pertanto, non corrisponde a nessun superamento del concetto di sovranità nazionale: da chi è stata approvata la risoluzione se non da quegli Stati nazionali, come l’Italia, la cui cultura è contraria alla pena di morte?

 

Commenti
alcambi
01/01/08 11:43
il protaginismo di d'elia
Un altro terrorista è fatto segretario nessuno in parlamento fu contrario la pena ha già scontato d'assassino nessuno è il motto tocchi più caino come pentito ha molto confessato pur se di un morto s'è dimenticato è questa una quisquiglia solamente che il magistrato ignora certamente se vuol riaprire il caso ha da patire tutte le furie nostre da impazzire al consiglio superiore interveniamo ed ogni ordine e grado controlliamo e i giudici son pronti ad ubbidire per la sinistra estrema senza dire son sommi sacerdoti di filosofia gramsciana funzionale ideologia magistratura rossa ha per destino di non perseguitare il botteghino un solo personaggio ha nel mirino se tralasciamo il nome è più carino ormai lo si sostiene apertamente per il bene dell'italia certamente se questo poi comporta la galera è chiaro che vogliamo quella vera alcambi da: "prove di governo"
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