Nelle strade di Yangoon, l’ex capitale del Myanmar, è ormai scontro aperto tra
i pacifici dimostranti capeggiati dai monaci buddisti e l’esercito messo in
campo dal regime militare per ripristinare l’ordine. Nella notte, i soldati e
agenti di polizia hanno effettuato incursioni in diversi monasteri della città,
arrestando oltre 200 religiosi, mentre questa mattina hanno eretto barricate
con filo spinato negli snodi principali della città per bloccare la protesta. Fucili
automatici puntati ad altezza uomo, si sono schierati pronti a intervenire,
riuscendo a disperdere migliaia di manifestanti, con la minaccia di “misure
estreme” se non avessero sciolto il corteo. Solo alcuni si sono rifiutati di usare
le armi, gli altri hanno aperto il fuoco. Dieci i morti, secondo la Cnn; il
bilancio di ieri si era fermato a quota sei. La folla si è poi riunita nella
parte nordoccidentale della città per continuare la protesta, continuando a
sfidare la repressione ordinata dalla giunta del generale Than Shwe.
Il giro di vite ha colpito anche l’opposizione democratica. Agli arresti
sono finiti Myint Thein e Hla Pe, rispettivamente portavoce e deputato della
National Democratic League guidata da Aung San Suu Kyi, sempre agli arresti
domiciliari. Anche un ex parlamentare della minoranza Chin, Pu Yin Shin,
sarebbe stato imprigionato.
Nel mirino dell’esercito sono entrati anche i giornalisti stranieri. Una
radio locale riferisce dell’irruzione avvenuta a mezzogiorno nel Traders Hotel,
situato nel centro di Yangoon presso la pagoda di Sule, che ospita i reporters con
visto turistico. I soldati hanno setacciato stanza per stanza alla ricerca di
materiale che documenta la repressione. Un giornalista tedesco e un fotografo giapponese,
Kenji Nagal di 50 anni, sono rimasti uccisi negli scontri.
Tensione anche a Mandalay, la seconda città del Myanmar, e nel villaggio di
Okkalapa, a sud, dove un migliaio di abitanti ha attaccato a colpi di pietra un
camion che trasportava militari.
Con l’aggravarsi della situazione, del dossier birmano si occupato il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con una riunione di emergenza svoltasi
nella notte. La dichiarazione finale del Consiglio non si sbilancia e invita la
giunta militare semplicemente “alla moderazione”, e ciò a causa dell’opposizione
della Cina, grande alleata dei generali birmani, a provvedimenti più incisivi.
Così, come al solito, vista l'inanità delle Nazioni Unite, spetta agli Stati Uniti prendere in mano la situazione, questa volta col supporto dei paesi europei, Francia in testa. La Casa Bianca ha intimato alla giunta militare di “fermare subito la violenza contro le proteste pacifiche”. Si profila dunque la nascita di una coalition of the willing diplomatica che vede l’Occidente unito contro uno degli “avamposti della tirannia”. Considerando, tuttavia, il sostegno di Cina e India al regime militare, l’inasprimento delle sanzioni economiche e delle pressioni politiche non riuscirà a produrre l’isolamento del regime, se alla coalizione non aderiranno tutti i paesi della regione, in primis Giappone e Thailandia.


Birmania, i soldati sparano sui manifestanti