Sorpresa in Venezuela: la riforma costituzionale voluta dal presidente Hugo Chavez è stata bocciata dal voto popolare. Chavez ha riconosciuto la sconfitta, si è congratulato con l’opposizione. Poi però ha dichiarato: “Per ora, non possiamo procedere” sulla strada delle riforme costituzionali; ma la vicenda non si chiude qui, perché “la proposta non è morta”.
Su quello che potrebbe accadere dopo questo storico rovescio dello chavismo – il primo dal 1998, quando l’ex tenente colonnello dei parà venne eletto per la prima volta “primer mandatario” – mette in guardia l’ex ministro della Difesa Raul Baduel: “L’opposizione e il popolo venezuelano adesso non devono abbassare la guardia, perché il presidente potrebbe tentare di portare avanti il cambiamento con mezzi illegali”, cioè per via legislativa ordinaria. Una strada che per Chavez è spianata. Il Parlamento venezuelano, nonostante sia composto nella sua totalità da deputati appartenenti allo schieramento chavista, ha ritenuto necessario approvare una serie di leggi (leyes habilitantes) che delegano al presidente la facoltà di deliberare su un vasto campo di competenze, che spaziano dalla sicurezza all’economia.
Domenica Chavez ha perso, sia pure per un pugno di voti. Agli elettori si chiedeva di esprimersi su due “blocchi” di riforme: entrambi sono stati respinti, con il 50,7% e il 51,5% di “no”. In entrambi questi “blocchi” erano inserite le norme su cui più acceso è stato lo scontro, quelle che avrebbero aumentato i poteri del presidente cancellando il limite di due mandati e consegnandogli la facoltà di decretare lo “stato d’emergenza” con relativa sospensione delle garanzie costituzionali. Fallisce anche il tentativo di far approvare una riforma in senso socialista dello Stato, contenuta nelle norme che stabilivano la ridefinizione del concetto di proprietà privata, la promozione degli “ideali bolivariani” nell’istruzione, la frantumazione del potere locale in tante piccole comunità dipendenti direttamente dal potere centrale.
L’astensione è stata alta: 44,1%, pari a 7 milioni di elettori. In molti casi, si è trattato di una precisa scelta politica. “Ho sempre sostenuto Chavez, ma questa volta non lo farò – ci diceva sabato scorso una giovane dottoressa – da parte mia non voglio un presidente che abbia tanto potere, ancor meno lo voglio quando penso che potrebbe essere eletto qualcuno che non è Chavez! Però votare ‘no’ mi sembrerebbe votare per l’opposizione, e non voglio neanche questo. Così, domenica me ne starò a casa e per la prima volta in otto anni non andrò a votare”.
Il parere appena riportato arriva da una persona di alto livello culturale, appartenente alla borghesia caraqueña. Ma anche nei “barrios” c’è chi ragionava così. In una testimonianza raccolta prima del voto da Simon Romero del New York Times, una ragazza del quartiere ultrapopolare di Coche, a Caracas, diceva: “Chavez è matto se crede che lo seguiamo anche questa volta, come pecore. Un governo che non riesce a garantire il latte per mia figlia e l’asfalto alle nostre strade, come può dare una pensione a mia madre?” che evidentemente è una “buhonera”, ovvero una venditrice ambulante, categoria alla quale una norma della nuova Costituzione avrebbe garantito una previdenza sociale. Una delle tante “esche” disseminate nella riforma appena bocciata, che accanto alle norme più contestate prometteva anche la riduzione della giornata lavorativa e più garanzie sul posto di lavoro.
La ragazza di Coche centra il problema. Che senso ha parlare di Costituzione, di pensare a una trasformazione della società verso il socialismo, di impegnarsi in processi inevitabilmente lenti e contrastati quando il paese ha bisogno di risposte immediate su problemi gravissimi? La delinquenza è fuori controllo, il latte è ormai un bene introvabile, i rifornimenti di uova, carne e zucchero non sono costanti, l’inflazione galoppa (in un mese, un caffè al bar è salito da 1.000 a 1.300 bls.), il bolivar è in caduta libera: il dollaro, al cambio ufficiale, vale 2.150 bls, al cambio nero 6.100. In queste condizioni, tutte le parole e i tanti mesi spesi per parlare di riforma costituzionale sono sembrati, a molti, una fuga dalla realtà.
Per Chavez è stato l’ennesimo rovescio in un 2007, per lui, avaro di soddisfazioni. Impegnatosi nel negoziato con le Farc per la liberazione di Ingrid Betancourt e altri ostaggi, prima si è presentato a un appuntamento con Sarkozy senza riuscire a portargli quanto promessogli, cioé la prova di esistenza in vita di quelle persone (che è arrivata sabato scorso, a opera della polizia colombiana); poi ha dovuto ingoiare la revoca dell’incarico di mediatore decisa dal presidente colombiano Uribe. Tra questi due rovesci, in Arabia Saudita si teneva il vertice dell’Opec, dove Riad impediva a Chavez di introdurre un’impronta anti-Usa alle politiche del cartello. Adesso, la striscia negativa arriva a contare un fatto di politica interna: non accadeva da otto anni.

