Giovedì 24 Maggio 2012
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Dopo il caso-Visco, il governo Prodi non ha più una maggioranza politica

4 Ottobre 2007

C'era una volta la "maggioranza politica". Formidabili quei giorni. L'opposizione sosteneva con fermezza (sentendosi inizialmente confortata da un'autorevole esternazione del presidente Napolitano, poi chiarita in senso diverso dal Quirinale) la necessità per Prodi di contare sul voto di 158 senatori eletti come soglia minima per la credibilità e la legittimità del proprio mandato. E il centrosinistra sbandierava orgogliosamente la propria "autosufficienza" ogni volta che  - tra  patemi, affanno e batticuore - riusciva per un soffio a raggiungere la fatidica quota.

Altri tempi, dicevo. Perchè adesso quelle polemiche e quei discorsi sembrano finiti in archivio o addirittura nel dimenticatoio. Lo sconcertante epilogo del grottesco caso-Visco, infatti, ha inequivocabilmente fornito un doppio verdetto: il governo Prodi non ha più una maggioranza e nemmeno una politica, ammesso e non concesso che le abbia mai avute. Come valutare diversamente il responso di Palazzo Madama, dove la sedicente Unione ha raccolto appena 157 voti solo grazie all'aiutino di due senatori a vita? La matematica non è un'opinione: tra i membri del Senato eletti dal popolo sovrano, ormai, il centrosinistra si rivela minoranza non solo in senso politico, ma perfino sul piano numerico.

Soltanto Prodi continua a fingere che tutto vada bene e ripete la sua parola d'ordine: tranquilli, tranquilli, tranquilli. Sempre più bravo a imitare Corrado Guzzanti che lo imita nel famoso e memorabile schetch del presidente-semaforo, il Professore commenta: "Il voto su Visco è andato come doveva andare". Già, è andato come doveva andare: male, per il centrosinistra. Una pseudomaggioranza che non presenta propri ordini del giorno per non rischiare una Caporetto (concedendo il bis della mozione sulla Rai ritirata per evitare una bocciatura certa), un viceministro dimezzato con la revoca permanente delle deleghe sulla Guardia di Finanza, le mozioni del'opposizione che non passano soltanto per effetto del "soccorso grigio" di due senatori a vita. Così, ad una prima occhiata, non sembrerebbe proprio un trionfo del governo. O no?

Ma sul versante di centrosinistra i conti non tornano anche da un altro punto di vista: l'effetto-Veltroni. Il Partito democratico nasce, stando ai proclami dei suoi artefici e demiurghi, con un duplice scopo: rafforzare il governo Prodi e semplificare il quadro politico. Ebbene, non è affatto azzardato affermare che entrambi gli obiettivi sono stati fin qui clamorosamente falliti. Proprio da quando il Pd ha fatto irruzione sulla scena politica, infatti, la maggioranza si è quotidianamente indebolita, sfaldata e sfilacciata. E la babele di centrosinistra è in costante, progressivo aumento. In principio, i partiti che sostenevano Prodi erano nove: di per se stesso un record mica male. Teoricamente, con la nascita del Pd, si sarebbero dovuti ridurre almeno a otto. E invece cosa è accaduto? Da una parte è sorta Sinistra Democratica, dall'altra i Liberaldemocratici di Dini. E il duo Bordon-Manzione ha aggiunto al computo un'altra Unità (democratica anch'essa).

Ma non è finita: Fisichella sta per lasciare l'Ulivo e passare al gruppo misto, Mastella ha il muso lungo e non perde occasione per farlo notare, Di Pietro va a briglia sciolta (tra un attacco a Visco e un flirt con Fini). E ancora: last but not least, Franco Turigliatto annuncia di non essere intenzionato a votare la Finanziaria e di sentirsi fuori dalla maggioranza, tanto che nel centrosinistra c'è chi teme che possa dar vita ad un altro gruppo autonomo insieme con Ferdinando Rossi e Fosco Giannini. Come se non bastasse, anche Follini ha recentemente battuto un colpo. Perfino l'uomo che fece da stampella a Prodi dopo il flop della relazione di D'Alema sulla politica estera ha dato a mezzo stampa un consiglio all'attuale Presidente del Consiglio: dimettersi subito dopo il varo della Finanziaria.

Come si vede, tutti in ordine sparso. Un vero e proprio esercito in rotta, che bada solo a procrastinare la disfatta definitiva con una serie di ritirate "strategiche". E mentre Grillo ha gioco facile a soffiare sul fuoco, alimentando la nausea e la sfiducia verso "questa" politica, agli Italiani non resta che un solo interrogativo per il futuro: durerà ancora molto l'accanimento terapeutico oppure qualcuno - a livello politico o istituzionale - si deciderà finalmente a staccare la spina?

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