Niente spallata, viva la spallata. Non soltanto le battaglie destinate ad un sicuro e incontrovertibile successo meritano di essere combattute. Forse sarebbe il caso di rifletterci un po' su, in questo strano Paese dove sembra quasi che il leader della minoranza debba scusarsi (con avversari e alleati) per aver sperato di affondare il governo e per essersi impegnato in tal senso. Cioè per aver esercitato quello che è un suo imprescindibile dovere, prima ancora che un suo sacrosanto diritto. In questi giorni immediatamente successivi all'approvazione della Finanziaria in Senato, Silvio Berlusconi dovrà apparentemente ingoiare qualche boccone amaro: s'imbastiranno processi mediatici alla sua leadership, si sprecheranno i pistolotti "politically correct", non mancherà l'ingratitudine autolesionistica di esponenti della sua coalizione pronti a rimproverargli di aver sbagliato la strategia (come se loro, nel frattempo, avessero elaborato piattaforme alternative). Durerà poco, ci si può scommettere. In tempi brevi i nodi verranno al pettine - in un modo o nell'altro - e si scoprirà che, ancora una volta, il Cavaliere ha avuto più di chiunque altro una reale sintonia con il proprio elettorato di riferimento e con i tanti italiani che del governo Prodi non ne possono più (meglio evitare l'espressione "ne hanno piene le tasche" perchè mai metafora sarebbe più sbagliata, azzardata, grottesca).
Adesso quasi tutti, su un versante e sull'altro del nostro panorama politico, appaiono convertiti alla necessità ed urgenza del dialogo. Ma probabilmente è il caso di lanciare qualche piccolo "avviso ai naviganti" intenzionati ad imbarcarsi in questa avventura. Punto primo: non s'illudano, se e quando sarà il momento, di trovare spiazzato Berlusconi, che forse non a caso ha ordinato in questi giorni una "crostata" da consumare nell'eventualità di venire a patti con il centrosinistra, qualora ciò diventasse effettivamente inevitabile. Punto secondo: il dialogo si fa nei tempi e modi giusti, ad armi pari e non in condizioni di subalternità. E a tal proposito non è inopportuno un breve quanto significativo promemoria dei rapporti tra le due coalizioni. Nei cinque anni della scorsa legislatura, l'allora opposizione non fece altro che gridare alla vergogna, allo scandalo, all'emergenza democratica di fronte ad ogni respiro del governo Berlusconi. Altro che senso di reciproca responsabilità, come s'invoca strumentalmente adesso.
E poi, appena è diventato maggioranza (?) con un vantaggio dello 0,06% alle elezioni del 2006, pur rappresentando praticamente la metà esatta del Paese, il centrosinistra ha fatto l'asso pigliatutto: Quirinale, presidenti delle Camere, Rai eccetera eccetera. Insomma, per oltre un anno e mezzo i signori dell'Unione hanno provato a mostrare i muscoli e a procedere da soli. Ora, invece, si mostrano folgorati sulla via di Damasco e improvvisamente vogliono il dialogo per consentire alla Prodi band di tirare a campare (Andreotti docet) anzichè tirare le cuoia. Il fatto è che sono politicamente morti e cercano di ritardare il momento in cui verrà staccata la spina.
L'approvazione della Finanziaria non ha cambiato le cose. Anzi. L'elargizione di mance a singoli parlamentari o gruppi politici significa che Prodi ha firmato nuove "cambiali" da onorare al più presto, il che aumenta rischi e affanni per un esecutivo già da tempo a dir poco traballante e precario. E poi pesano come pietre le parole pronunciate in Aula da Dini ("questo governo non appare adatto a realizzare le politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese") e Bordon ("non c'è più una maggioranza politica"). Scusate se è poco. In qualsiasi altro Paese - normale o, più semplicemente, serio - si parlerebbe di crisi aperta e non certo di uno pseudosuccesso dell'Unione che non c'è più.
Ecco perchè bisogna pensarci mille volte, prima di inoltrarsi nel labirinto del dialogo per le riforme e di tuffarsi su una polpetta avvelenata, lanciata con l'unico scopo di provare a dividere il centrodestra e di ridare un po' di fiato a Prodi. Berlusconi lo sa. E' per questo che non deroga alla sua linea. E a chi vorrebbe metterlo in soffitta, risponde portando la gente in piazza. Obiettivo: qualche milione di "spallate" all'ipocrisia e all'autoreferenzialità di una politica sempre più smarrita nei corridoi del Palazzo.


Colpa di Silvio..